Editrice Nord

Capitolo d'esempio

Autore: Edgar Wallace
Titolo: Le avventure del commissario Sanders del fiume

CAPITOLO PRIMO


Il commissario Sanders, chiamato dagli indigeni Sandi, era arrivato nell'Africa Centrale facendo tappe così lunghe qui e là che neppure lui si rendeva conto di quando fossero cominciate le sue avventure in quelle terre selvagge. Molto tempo prima di essere stato nominato Commissario Governativo per le colonie britanniche con l'incarico di vigilare su un quarto di milione e più di cannibali, che consideravano i bianchi come i bianchi considerano il liocorno, aveva conosciuto i popoli basuto, gli zulù, i fingo, i pondo, i matabele, i mascioma, i barotse, gli ottentotti, i beciuana. Poi la curiosità e l'interesse lo avevano portato a nord, e aveva conosciuto la gente dell'Angola, e ancora più a nord quella del Congo, a ovest nel Masai, e finalmente, attraverso il popolo pigmeo, era arrivato nella regione dove avrebbe svolto il suo incarico.
Fra tutte queste razze ci sono delle sottili differenze che solo un uomo dell'esperienza di Sanders è in grado di riconoscere. Non è solo questione di colore, per quanto alcuni siano bruni e altri gialli, e altri ancora, pochissimi, di un nero d'ebano; la diversità sta piuttosto nel carattere. Secondo il codice di Sanders ci si può fidare di tutti gl'indigeni solo fino a un certo punto, come ci si fida dei bambini. Con pochissime eccezioni. Gli zulù erano veri uomini, i basuto erano uomini anch'essi, ma infantili nella loro fede fantasiosa e nei loro tabù; i negri che portavano il fez erano scaltri, ma onesti; invece i negri della Costa d'Oro, che parlavano inglese, vestivano all'europea, e s'interpellavano tra loro col titolo di "mister", erano la bestia nera di Sanders.
Vivendo così a lungo con quella gente era inevitabile che lui assorbisse molte delle loro qualità infantili. Una volta, trovandosi in congedo a Londra, era stato oggetto di una tentata truffa all'americana, e solo la sua onestà lo aveva salvato da una posizione ridicola, perché quando il lestofante aveva cavato fuori il lingotto d'oro, i nervi morali di Sanders si erano tesi, e aveva trascinato il fiducioso truffatore alla stazione di polizia più vicina, accusandolo, con grande sbalordimento del poliziotto di servizio, di commercio illecito dell'oro. Sanders non dubitava che il lingotto fosse d'oro, ma era ugualmente certo che l'uomo non se lo fosse procurato onestamente. Ed era stata persino patetica la sua sorpresa quando aveva scoperto che il lingotto era semplicemente un blocco di piombo ricoperto da un sottile foglio d'oro.
Da un punto di vista morale Sanders poteva dirsi uno statista, ciò significa che non aveva un'opinione esagerata del valore della vita umana, considerata individualmente: quando vedeva una foglia morta sulla pianta della civiltà la strappava, o un'erbaccia crescere in mezzo ai suoi "fiori" la estirpava, senza fermarsi a considerare se avesse il diritto di vivere anch'essa. 
Quando un uomo, libero o schiavo che fosse, metteva in pericolo con il suo comportamento la pace della regione sotto il suo controllo, Sanders gli saltava addosso senza pensarci due volte.
Sanders era svelto a impiccare, perché quello era l'unico modo per riuscire a governare un popolo che si trovava ai confini della civiltà. Un'esitazione ad agire, un ritardo a punire chi contravveniva alla legge, sarebbero state considerate debolezze da quelle popolazioni che non avevano né la facoltà di ragionare, né volontà di scusare, né alcuna generosità d'animo, essendo abituate a vivere nella durezza delle leggi naturali della foresta.
Così gli indigeni avevano imparato che la punizione significa sofferenza e morte, e questa era l'unica cosa che loro volevano evitare. 
Una volta, uno stolto commissario di nome Grazhy, che era un grande filantropo, era arrivato nell'Akasava - così si chiamava quella terra - per tentare con la persuasione di civilizzare quella gente. 
Era avvenuta una razzia. Alcuni akasava avevano attraversato il fiume sbarcando nell'Ochori e avevano rubato donne e capre, uccidendo chi si era opposto. La gente ochori aveva protestato tanto forte che la notizia era arrivata al quartiere generale. Allora Sanders aveva mandato il commissario a indagare su quello che era successo. E quando era arrivato sul posto aveva trovato il popolo ochori estremamente in collera, ma soprattutto impaurito.
- Se gli akasava ci restituiscono le capre - aveva detto il loro capo - possono tenersi le donne, perché le capre valgono di più.
Così il commissario aveva intavolato lunghissime trattative, durate giorni e giorni, col capo del popolo akasava e con i suoi consiglieri, e alla fine aveva trionfato la sua opera di persuasione. Il capo akasava aveva promesso che un certo giorno, a una certa ora, quando la luna fosse a un tale quarto e la marea a una tale altezza, le donne sarebbero state restituite e le capre pure.
L'ingenuo commissario Grazhy era tornato al quartier generale, che la gente chiamava "Residenza", inorgoglito e soddisfatto della sua opera, e aveva scritto un lungo rapporto sul proprio genio, e sulle proprie abilità amministrative, e sulla conoscenza che aveva degli indigeni; tutte cose che in seguito sarebbero state pubblicate negli "Annali" del Ministero delle Colonie.
Subito dopo quel commissario era partito in licenza per l'Inghilterra, perciò non erano arrivati al suo orecchio i lamenti e i gemiti degli ochori quando non avevano riavuto le loro donne, né le loro capre.
Sanders, che in quei giorni operava nei dintorni del fiume Isisi con dieci aiutanti houssa e un attacco di malaria, ricevette un telegramma dall'Amministrazione delle colonie:
"Recatevi in Akasava e regolate la vertenza."
Sanders si strinse la cintola, inghiottì venticinque grani di chinino e lasciando in sospeso il suo lavoro di ricerca di M'beli, uno stregone che aveva avvelenato un amico, marciò attraverso la regione per andare nell'Akasava.
Quando arrivò al villaggio e fu accolto dal capo, gli chiese: - Che ne è stato di quelle donne? 
- Terremo una riunione per prendere una decisione su cosa fare - promise il capo. - Radunerò i miei capi e consiglieri.
- Non radunerai nessuno - replicò seccamente Sanders. - Devi rimandare subito le donne e le capre che hai rubato agli ochori.
- Padrone - disse il capo - alla luna piena, com'è nostro costume, quando la marea è salita e tutti i segni degli dèi e dei diavoli sono propizi, io farò quello che dici.
- Capo - replicò Sanders, picchiando sul petto dell'altro con la punta del suo bastone, - luna o fiume, dèi o diavoli, o quelle donne e le capre ritornano dagli ochori al tramonto, oppure ti lego a un albero e ti faccio frustare a sangue.
- Va bene, padrone, restituirò le donne.
- Anche le capre.
- Quanto alle capre - disse il capo con disinvoltura - sono state ammazzate per un festino.
- Allora le riporterai alla vita - comandò Sanders.
- Padrone, credi che io sia un mago?
- No, credo che tu sia un bugiardo - disse Sanders bruscamente, e senza lasciargli il tempo di rispondere, se ne ritornò al campo che aveva fatto piantare sulla riva del fiume dov'era attraccato il suo battello Zaira.
Quella notte capre e donne furono restituite agli ochori, e Sanders si preparò a ripartire.
Prima, però, prese da parte il capo, non volendo gettargli addosso la vergogna o indebolire la sua autorità.
- Capo - disse, - venire in Akasava è un lungo viaggio, e io sono un uomo pieno di doveri e d'incombenze da svolgere. Desidero che tu non mi costringa a ritornare in questo territorio.
- Padrone - rispose il capo con profonda sincerità, - sono io che non desidero rivederti mai più.
Sanders sorrise, radunò i suoi dieci houssa, e si imbarcò per ridiscendere il fiume Isisi alla ricerca dello stregone M'beli.
Non era una ricerca divertente per molteplici ragioni, prima di tutto perché aveva motivo di credere che il re dell'Isisi in persona fosse il protettore dell'assassino. 
La conferma di questo sospetto Sanders l'ebbe una mattina, mentre, accampato lungo il grande fiume, consumava la colazione. Arrivò in gran fretta Sato-Koto, il fratello del sovrano, profondamente addolorato per quello che era accaduto al re. Riferì molte notizie che non avevano alcun interesse per Sanders. Ma ciò che disse dello stregone che viveva all'ombra del re era interessante.
Allora Sanders inviò un messaggero alla Residenza e seppe che il governo aveva mandato dal re isisi il celebre commissario Grazhy, ormai ritornato dalla licenza, per convincerlo a non opporsi alle leggi della colonia.
Dalle prove che riuscì a raccogliere, pare che il re quel giorno non fosse di umore arrendevole, e la testa del povero commissario piantata sulla punta di un palo davanti alla sua capanna proclamò al mondo intero l'insofferenza del monarca.
Quando le navi da guerra San Giorgio, Thrush, Filomele, Febo, salparono da Simonstown, e dopo meno di un mese arrivarono in Sierra Leone, il re che aveva massacrato il suo ospite desiderò ardentemente di non averlo mai fatto.
L'Amministrazione allora incaricò Sanders di dipanare il lato politico della matassa, e quando lo accompagnarono a vedere ciò che restava della città isisi, rimase stupefatto, ma non lo diede a vedere.
- Temo - disse in tono di scusa il comandante della San Giorgio - che dovrà trovare un nuovo re per questo popolo; il vecchio l'abbiamo ridotto in polpette con tutta la sua città.
Sanders fece un cenno col capo.
- Non mi metterò certamente in lutto - disse.
Non c'era alcuna difficoltà a trovare candidati per il posto vacante. Sato-Koto, il fratello del re morto, si dichiarò disposto con prontezza ad assumere il peso della carica.
- Lei che ne pensa? - domandò l'ammiraglio che comandava la spedizione.
- Dico di no, signore - replicò Sanders senza esitare. - Il re ha un figlio, un ragazzo di nove anni, e per successione il posto spetta a lui. Sato-Koto, potrà essere il reggente.
E così fu stabilito, con l'assenso forzato di Sato-Koto.
Il nuovo re fu trovato nascosto nei boschi con le donne, e tentò di darsela a gambe, ma Sanders riuscì ad acchiapparlo e lo riportò in città.
- Ragazzo - disse gentilmente, - come ti chiami?
- Peter, padrone - piagnucolò il piccino.
- Benissimo. Allora sarai re Peter e governerai questa regione saggiamente e giustamente, secondo la consuetudine e la legge. Tu non farai male a nessuno, non getterai la vergogna sul capo di nessuno, non ucciderai, né farai razzie, né commetterai alcun'altra delle cose che rendono la vita indegna di essere vissuta, e se non fili diritto, che il Signore ti aiuti!
Così re Peter divenne il monarca del popolo isisi, e Sanders ritornò alla Residenza col suo piccolo esercito di houssa: M'beli, lo stregone, era stato ucciso nel bombardamento della città, perciò il compito di Sanders era finito.
La storia della distruzione del villaggio isisi, e dell'incoronazione del giovanissimo re fu raccontata dai giornali di Londra, e suscitò grande interesse. Le descrizioni degli inviati speciali che accompagnavano la spedizione furono tali che molte vecchie dame di Biayswater piansero, mentre molte giovani signore di Mayfair furono orgogliose. L'esito delle molte emozioni destate dall'impresa fu la partenza dall'Inghilterra di miss Clington Calbraith, dottoressa in lettere, una donna estremamente graziosa.
Partì per "far da madre" al re orfanello, e per esserne l'educatrice e la confidente. Pagò di propria tasca il viaggio, ma i libri e gli oggetti scolastici, che riempivano due grosse casse, erano stati offerti dai lettori del Tiny Toddlers, un giornaletto per ragazzi. 
Sanders la ricevette allo sbarco, e l'accompagnò alla Residenza, dove mise a sua disposizione una capanna e mandò la moglie di un suo impiegato negro per servirla.
La sera stessa, a pranzo, chiese alla donna: - Miss Calbraith, come intende comportarsi con Peter?
Lei rivolse il bel visetto pensierosamente in aria.
- Comincerò con le lezioni più elementari: quelle che da noi si insegnano all'asilo infantile, poi gradualmente salirò nell'insegnamento... ma, signor Sanders, perché ride?
- No, non ridevo - si affrettò a rassicurarla lui - faccio sempre un viso simile quando... Ma mi dica, piuttosto, quale linguaggio conosce: lo swaheli, il bomango, il fingi?
- No, e mi rendo conto che questa sarà una difficoltà - replicò pensierosa la ragazza.
- Vuole seguire un mio consiglio?
- Ma certo!
- Ebbene, impari la lingua del re. 
Ella fece un cenno affermativo.
- Allora ritorni in Inghilterra per studiarla. Le ci vorranno più o meno venticinque anni.
- Signor Sanders - fece lei non senza dignità, - lei si prende gioco di me?
- Il Cielo non voglia - rispose tranquillamente Sanders - che io faccia nulla di così perverso.
Il seguito della storia, fu che miss Clington Calbraith andò nell'Isisi, vi restò tre giorni, e tornò indietro fuori di sé.
- Quello non è un bambino! - esclamò. - È un... un piccolo diavolo!
- Lo credo bene - osservò filosoficamente Sanders.
- E sarebbe un re? È semplicemente vergognoso! Vive in una capanna d'argilla e gira completamente nudo. Se avessi saputo!
- È un figlio della natura - disse Sanders. - Si aspettava forse di trovare Luigi XV?
- Non so che cosa mi aspettassi - fece lei disperata. - Ma è inutile restare: è impossibile insegnare qualcosa a quel selvaggio.
- È evidente - confermò Sanders.
- Sapevo che era nero, e sapevo che... oh, ma è orribile!
- Il fatto è, mia cara signorina - disse Sanders, - che Peter non è pittoresco come l'immaginava; non è un bimbo dolce dagli occhi supplichevoli, e vive in maniera piuttosto primitiva... è cosi?
Quello, comunque, non fu l'unico tentativo di educare Peter. Alcuni mesi dopo che la signorina Calbraith era ritornata in patria e scriveva il suo famoso libro "Sola in Africa: impressioni di una gentildonna", Sanders seppe di un'altra spedizione educativa. Due membri negri di una missione cristiana etiopica arrivarono nell'Isisi dall'interno. Quei due negri, basando il proprio credo sulla Sacra Scrittura, predicavano il Vangelo dell'uguaglianza. Un negro è buono quanto un bianco in qualsiasi giorno della settimana, e infinitamente migliore la domenica, se gli capita di essere membro della Chiesa Riformata Etiopica.
Giunsero nell'Isisi e conseguirono un'immediata popolarità, perché il genere di discorsi che facevano riuscivano di grande soddisfazione per Sato-Koto e per i consiglieri del re.
Sanders mandò a chiamare i missionari. Al primo invito rifiutarono di ubbidire, ma la seconda volta arrivarono, perché il messaggio mandato da Sanders era nello stesso tempo perentorio e minaccioso.
Si presentarono due negri americani, colti, di buone maniere e di conversazione raffinata. Parlavano un inglese impeccabile, e sotto ogni punto di vista erano perfetti gentiluomini.
- Non comprendiamo la natura del suo ordine - disse uno - che sa molto d'intromissione nella libertà dei sudditi.
- Mi capirete meglio - ribatté Sanders, il quale conosceva i suoi polli - quando vi avrò detto che non posso permettervi di predicare la sedizione tra il popolo.
- Sedizione, signor Sanders? - esclamò il negro in tono offeso. - L'accusa è grave.
Sanders prese un foglio dal cassetto: il colloquio aveva luogo nel suo ufficio.
- Il giorno tale - disse - voi avete detto questo, e questo, e questo.
In altre parole li accusò di eccedere nel credo dell'uguaglianza e di sconfinare nel territorio dell'agitazione politica.
- Menzogne! - esclamò senza esitare il più anziano dei due.
- Verità o menzogne - disse Sanders - voi non ritornerete più nell'Isisi.
- Vorrebbe che i pagani restassero nelle tenebre? - domandò l'uomo in tono di rimprovero. - È troppo viva la luce che noi accendiamo, signore?
- No, ma è un po' troppo scottante.
Così Sanders commise il sopruso di rimuovere gli etiopi dalla loro opera zelante, e in conseguenza del suo gesto furono presentate delle interrogazioni al parlamento.
Poi fu la volta del capo del popolo akasava, un vecchio amico di Sanders, a prendere per mano re Peter. L'Akasava confina con il territorio dell'Isisi, e il capo arrivò con la scusa di dare dei consigli in faccende militari.
Arrivò in mezzo a rulli di tamburi, con doni di pesce, banane e sale.
- Tu sei un grande re! - disse al ragazzo che sedeva su uno sgabello di parata e lo guardava a bocca aperta. - Quando cammini il mondo trema sotto il tuo passo; il fiume poderoso che corre verso il mare si apre alla tua parola, gli alberi della foresta tremano e le bestie corrono a nascondersi quando la tua grandezza va in giro.
Il re, compiaciuto per quelle lodi, lo guardò e sorrise.
- I bianchi ti temono - continuò il capo dell'Akasava, - tremano e si nascondono nel sentire il tuo ruggito.
Ma Sato-Koto, che stava al fianco del re, e che era un uomo pratico, troncando i complimenti, chiese: - Che cosa cerchi, o capo? 
Il capo allora lo informò riguardo una regione popolata di codardi, ricca di tesori della terra, di capre e di donne.
- Perché non te ne impadronisci tu stesso? - domandò il reggente.
- Perché io sono uno schiavo - replicò il capo - schiavo di Sandi, il quale mi picchierebbe. Ma tu, signore, sei un grande; essendo il braccio destro del re, Sandi non ti picchierebbe a causa della tua grandezza.
Seguirono discussioni che durarono due giorni.
"Bisogna fare qualcosa per Peter" scrisse Sanders disperato all'Amministratore delle Colonie: "il briccone è andato in guerra contro gli sfortunati ochori. Sarà sufficiente che mi mandiate un centinaio di uomini e una mitragliatrice. 
"Temo di dovermi incaricare io stesso della sua educazione."


- Signore, hai visto che dicevo la verità? - fece il capo akasava in tono di trionfo. - Sanders non ha fatto nulla! Abbiamo saccheggiato la città degli ochori e preso il loro tesoro, e il bianco resta muto a causa della tua grandezza! Aspettiamo finché ritorna la luna, e io ti mostrerò un'altra città.
- Sei un grand'uomo - esclamò il re - e un giorno potrai costruire la tua capanna all'ombra del mio palazzo.
- Quel giorno - disse il capo con splendida rassegnazione - morirò di gioia.
Quando la luna fu scomparsa e ritornata, mostrando una sottile falce di luce argentea nel cielo a oriente, i guerrieri isisi si radunarono con lance e sciabole dalla lama larghissima, con tatuaggi sul corpo e argilla tra i capelli.
Tennero una grande danza alla luce d'un fuoco enorme, con tutte le donne che stavano intorno e battevano ritmicamente le mani.
Nel bel mezzo dello spettacolo arrivò in canoa un messaggero, il quale si prosternò ai piedi del re dicendo: - Padrone, a un giorno di marcia da qui si è accampato il commissario Sandi, che ha con sé cinque ventine di soldati e il cannone di rame!
A quella notizia, la danza si interruppe e cadde un silenzio che fu interrotto dalla voce del capo Akasava.
- Credo di dover ritornare a casa mia - disse. - Ho la sensazione di aver contratto qualche malattia e non mi sento molto bene; inoltre è la stagione in cui le mie capre fanno figli.
- Non aver paura - disse brutalmente Sato-Koto, - l'ombra del re ti protegge, e la sua è l'ombra di colui che è così potente che la terra trema sotto il suo passo e le acque del gran fiume si aprono dinanzi a lui; inoltre, i bianchi lo temono.
- Tuttavia - insistette il capo con una certa agitazione - devo andare perché il mio figlio più giovane è malato di febbre e mi chiama continuamente.
- Fermati! - comandò il reggente, e non c'era da sbagliarsi sul tono della sua voce.
Sanders non arrivò l'indomani, né il giorno successivo. 
Avanzava con comodo, traversando una regione dove esistevano molti malintesi, che avevano bisogno di essere appianati. Quando giunse, avendo mandato avanti un messaggero a portar la notizia del suo arrivo, trovò la città pacificamente occupata: le donne macinavano il grano, gli uomini fumavano, i bimbi giocavano per le strade.
Si arrestò sul margine della città, su un'altura che controllava la strada principale, e mandò un messaggio per il reggente.
"Perché mi costringi a chiamarti?" scrisse. "Perché il re resta nella sua dimora sapendo che sono arrivato? Questa è una vergogna."
- Padrone - si scusò Sato-Koto, quando andò da lui - non sta bene che un grande re venga a umiliarsi.
Sanders non si sentì né divertito né in collera. Sapeva di trattare con un popolo ribelle, e i suoi sentimenti non avevano nulla a che fare con la pace della terra.
- Pare che il re abbia avuto dei cattivi consiglieri - rifletté ad alta voce, e Sato-Koto si mosse a disagio.
- Va' a dire al re di venire, e che io sono suo amico.
Il reggente partì, ma poco dopo ritornò solo.
- Signore, il re non verrà - annunciò imbarazzato.
- Allora vado io da lui.
Re Peter, seduto dinanzi alla sua capanna, salutò il sovrintendente a occhi bassi, mentre i soldati di Sanders, schierati in semicerchio, tenevano a bada la gente.
- Re - disse Sanders: aveva in pugno una canna di bambù, e nel parlare la faceva sibilare in aria, - alzati in piedi!
- Perché deve farlo? - domandò Sato-Koto, preoccupato.
Il re si alzò riluttante e subito Sanders l'afferrò per la collottola.
Sving!
La verga di bambù arrivò sulle parti molli del corpo, e il piccolo re balzò in aria con un urlo.
Sving, sving, sving!
Urlando e danzando, gettando avanti le mani per ripararsi, Peter balbettava domandando perdono.
- Padrone! - intervenne Sato-Koto, con il viso contratto dal furore, mettendo mano alla lancia.
- Sparate su costui, se s'intromette - ordinò Sanders ai suoi uomini senza liberare il re.
Il reggente vide le carabine spianate e in fretta fece un passo indietro.
- Ora - disse Sanders, gettando la verga - ora faremo un giochetto.
- Uau-uau... oh ho - singhiozzò sua maestà.
- Adesso io ritorno nella foresta - disse Sanders. - Tra breve verrà da te un messaggero avvisandoti che sta per arrivare il commissario. Hai capito?
- Sì, sì! - singhiozzò il re.
- Allora tu uscirai con i tuoi consiglieri e i tuoi anziani per aspettare il mio arrivo secondo il costume. È chiaro?
- Sì, padrone - piagnucolò il ragazzo.
- Benissimo - fece Sanders, e si ritirò con le sue truppe.
Mezz'ora dopo un severo messaggero si presentò al re, e la corte uscì sulla piccola collina per dare il benvenuto al bianco,
Questo fu il principio dell'educazione di re Peter, perché così gli fu insegnata l'ubbidienza.
Poi Sanders decise di sistemare la sua dimora nella città dell'Isisi e un paio di giorni dopo convocò alcune persone.
- Sato-Koto - chiese, - conosci il villaggio di Ikan?
- Sì, padrone; è a due giorni di viaggio nella boscaglia.
Sanders fece un cenno affermativo.
- Porterai le tue mogli, i tuoi figli, i tuoi servi e i tuoi beni in quel villaggio dove resterai finché io non ti darò il permesso di ritornare. 
Poi fu la volta del capo dell'Akasava, che si sentiva a disagio.
- Signore, se qualcuno dice che ti ho fatto torto, costui mente - disse il capo.
- Allora io sono un bugiardo - ribatté Sanders. - Perché io dico che sei un malvagio, pieno di furberia.
- Se per caso vuoi ordinarmi di ritornare nel mio villaggio come l'hai ordinato a Sato-Koto, ci andrò subito, visto che tu non sei contento di me.
- Questo te lo ordino - rispose Sanders, - ma ordino anche che ti vengano inferti venti colpi di bastone per il bene della tua anima. Per giunta voglio che tu rammenti che a valle, vicino a Tembeli, sul fiume, c'è un villaggio dove gli uomini lavorano incatenati perché non hanno osservato le leggi del Governo, e quello sarà il tuo posto se sentirò che in futuro ti comporterai male.
Dopo la punizione il capo del popolo Akasava partì anche lui per il suo confino.
C'erano altre cose da appianare, ma erano di importanza minore, e quando queste furono tutte sistemate con soddisfazione di Sanders, se non con soddisfazione dei sudditi, il commissario rivolse la sua attenzione alla ulteriore educazione del re.
- Peter - disse, - domani, quando sorge il sole, io ritorno al mio villaggio, lasciandoti senza consiglieri.
- Padrone, come farò io senza consiglieri, dal momento che sono solo un ragazzo? - domandò il re, umile e sottomesso.
- Dicendo a te stesso, quando un uomo viene per avere giustizia: "Se io fossi quest'uomo, in quale maniera desidererei la giustizia del re?"
Il ragazzo sembrava abbattuto. - Io sono giovanissimo - ripeté, - e oggi verranno molti da villaggi lontani in cerca di giustizia contro i loro nemici.
- Benissimo - disse Sanders. - Oggi io siederò alla destra del re e apprenderò la sua saggezza.
Il ragazzo, imbarazzato, guardò Sanders di sottecchi.

Dietro la città c'era una collinetta, in cima alla quale si arrivava per un sentiero ben battuto. Sul punto più alto si trovava una tettoia con un tetto di foglie di palma da dove si scorgeva il fiume ampio con i suoi bassifondi sabbiosi, dove i coccodrilli dormivano a bocca aperta, e da lì si vedeva anche il terreno in salita che andava verso l'Akasava, colline che si innalzano l'una sull'altra coperte da un groviglio di vegetazione fastosa. 
Al riparo della tettoia sedeva il re per giudicare, chiamando uno dopo l'altro i litiganti. 
Sato-Koto era solito restare al fianco del re, ma quel giorno si preparava per partire, e fu Sanders che andò a sedersi al fianco del sovrano.
C'erano veramente molti litiganti.
Un uomo, fra gli altri, che aveva comprato una moglie, dando per lei mille pali e due sacchi di sale, ed era vissuto con lei per tre mesi, dopo di che la donna se n'era fuggita.
- Perché - disse filosoficamente l'uomo - si è innamorata di un altro. Perciò, Potente Sole di Saggezza, io desidero la restituzione dei miei pali e del mio sale.
- Che dici tu? - domandò Sanders al re.
Il ragazzo si agitò a disagio sul suo sgabello.
- E che dice il commissario? - rispose esitante. Sanders fece un cenno di approvazione.
- Una saggia domanda - commentò e chiamò il padre della ragazza, un vecchio volubile ed eccitato.
- O re - disse questi - io ho venduto mia figlia a quest'uomo, ma come potevo conoscere i pensieri che passavano nella sua mente? Certamente ho adempiuto al contratto quando la donna è andata ad abitare con lui. Come può un padre controllare, quando non ci riesce un marito?
Sanders guardò di nuovo il re, che trasse un lungo respiro.
- M'bleni, tua figlia, è vissuta molti anni nella tua capanna, e se tu non conosci il suo carattere e il suo modo di pensare, o sei un grande stolto, oppure lei è una donna astutissima. Perciò, giudico che hai venduto questa donna conoscendo i suoi difetti. Ma anche il marito, prendendola in moglie, doveva sapere che correva qualche rischio. Perciò decido che tu ti ripiglierai la figlia e restituirai cinquecento verghe e un sacco di sale, e se capitasse a tua figlia di maritarsi ancora, pagherai a quest'uomo una metà della sua dote.
Con estrema lentezza il re emise la sua sentenza, esitante, ansioso, guardando ogni momento il bianco in cerca della sua approvazione.
- Una buona sentenza - disse Sanders, e chiamò un altro querelante.
- Signore, re - disse quest'ultimo, - un uomo ha gettato una brutta maledizione su me e sulla mia famiglia, e ci ha fatto ammalare. 
Il piccolo giudice meditò in silenzio sulla faccenda, mentre Sanders non offriva alcun aiuto.
- In che modo ti ha maledetto? - domandò finalmente il re.
- Con la maledizione di morte - rispose. - Con la maledizione di morte - rispose l'indigeno con voce intimorita.
- Allora lo maledirai anche tu - disse il re - e si vedrà qual è la maledizione più forte.
Sanders sorrise, e il re, vedendo che era soddisfatto per quel giudizio, sorrise anche lui.
Da quel giorno in poi il progresso di Peter fu rapido, e di quando in quando arrivavano alla Residenza delle storie straordinarie d'un giovane re che era un Salomone nei suoi giudizi.
Era così saggio e così benevolo, che il capo dell'Akasava, dal quale il re aspettava un tributo periodico, approfittò della dolce amministrazione e non mandò né frumento, né pesce. Fece questo dopo un viaggio al lontano villaggio di Ikan, dove incontrò lo zio del re, Sato-Koto, e si accordò con lui per un'azione comune.
Dal momento che i raccolti erano buoni, il re passò sopra alla prima mancanza, ma arrivò l'epoca del secondo tributo, e né Akasava, né Ikan mandarono nulla. Il popolo dell'Isisi, irritato per quella insolenza, cominciò a mormorare, allora il re sedette nella solitudine della sua capanna per riflettere su una linea d'azione che fosse giusta ed efficace.

"Sono mortificato, di dovervi disturbare" scrisse di nuovo Sanders all'Amministratore, "ma ho bisogno dei vostri houssa per la regione dell'Isisi. Si è verificato un problema riguardo dei tributi, e re Peter è andato a Ikan e ha punito suo zio Sato-Koto, poi si è recato nell'Akasava e ha somministrato a quella gente la peggiore bastonatura che abbia mai ricevuto. Io approvo completamente tutto ciò che ha fatto il re, perché sento che è mosso unicamente dal senso di giustizia e dal desiderio di fare la cosa opportuna al momento opportuno, ed era tempo che Sato-Koto fosse ucciso, per quanto mi tocchi rimproverare Peter di aver agito senza badare alle apparenze. Ora il capo dell'Akasava si trova nella boscaglia, dove si nasconde."

Re Peter ritornò alla sua capitale dopo la breve ma strenua campagna, lasciandosi dietro due territori che, seppure un po' doloranti, erano rientrati nella legalità.
Il giorno dopo, il giovane re radunò i suoi consiglieri anziani, gli stregoni e altri notabili.
- Secondo la legge dei bianchi - disse - io ho fatto torto a Sandi, perché lui ha detto che non dovevo combattere. Ho punito quel cane di mio zio, e ho fatto fuggire nella foresta il capo dell'Akasava. Ma Sandi mi ha detto anche che devo fare ciò che è giusto, e questo io ho fatto secondo i miei lumi, perché ho eliminato un uomo che aveva messo alla vergogna il mio popolo. Ora, mi sembra che resti una sola cosa da fare, e cioè andare da Sandi, raccontandogli la verità, e affidarmi al suo giudizio.
- Signore - disse il più vecchio dei suoi consiglieri, - e se Sandi ti manda al Villaggio dei Ferri?
- Questo riguarda il domani - rispose filosoficamente il re, e diede l'ordine di fare i preparativi per la partenza.
A metà strada i due s'incontrarono: re Peter che discendeva e Sanders che risaliva il fiume. E in quel punto accadde il grande incidente.
Non una parola fu pronunciata riguardo le colpe di Peter prima del tramonto, ma quando il fumo azzurro si levò dai fuochi degli houssa e dei guerrieri, e il piccolo campo nella radura della foresta si quietò, Sanders prese il re per il braccio e lo condusse lungo il sentiero di foresta.
Allora Peter riferì a Sanders cosa aveva fatto e le ragioni che lo avevano spinto a compiere quell'azione.
- E che fine ha fatto il capo dell'Akasava? - domandò Sanders.
- È fuggito nella foresta maledicendomi, e con lui sono andati molti uomini. 
Sanders assentì di nuovo gravemente, poi parlarono di molte cose, finché il sole cominciò a tramontare, quindi si voltarono per ricalcare il cammino percorso. Erano arrivati a mezzo miglio dal campo e cominciavano a sentire gli uomini che ridevano e il debole odore dei fuochi che bruciavano, quando il capo dell'Akasava sbucò da dietro un albero e li affrontò. Con lui c'erano otto o nove guerrieri armati fino ai denti.
- Re - disse il capo dell'Akasava, - ti stavo aspettando.
Il re non fece alcun movimento, né diede risposta. Sanders, invece, abbassò la mano sul revolver che aveva al fianco, ma non l'aveva ancora impugnato quando qualcuno lo colpì alle spalle ed egli crollò a terra come un tronco.
- Adesso vi ammazzeremo: te e anche il bianco - disse il capo dell'Akasava con un feroce sorriso.
Sanders sentì quelle parole, ma erano confuse nello sciame di api che gli ronzavano in testa, e un dolore folgorante per tutto il corpo.
- Se mi uccidi è cosa da poco - replicò il re - perché ci sono molti uomini che possono prendere il mio posto; ma se ammazzi Sandi, ammazzi il padre del popolo, e nessuno può sostituirlo.
- Hai dimenticato che quell'uomo ti ha sferzato davanti a tutti, piccolo re? - domandò il capo dell'Akasava in tono beffardo.
- Io lo getterei nel fiume - disse un altro, dopo una lunga pausa, - così non resterà traccia di lui, e nessuno potrà incolparci della sua morte.
- E il re? - disse un altro.
In quel momento si sentì lo scricchiolio di ramoscelli e le voci di parecchi uomini.
- Ti stanno cercando, re - bisbigliò il capo. - se parli ti uccido subito.
- Uccidimi pure! - disse la voce pacata del giovane re, che si mise subito a gridare: - M'sabo, Beteli, io e Sandi siamo qui!
Questo fu tutto ciò che Sanders riuscì a sentire prima di perdere i sensi.

Due giorni dopo Sanders si tirò su a sedere nel letto sul quale era disteso e domandò informazioni. Accanto a lui stava un giovane dottore, provvidenzialmente arrivato dalla Residenza.
- Il re come sta? - chiese esitante. 
- Il re è morto per salvarle la vita, Sanders, quando quell'uomo ha tentato di colpirla, lui si è gettato su di lei e ha ricevuto il colpo che lo ha ucciso. 
Sanders annuì col capo, senza apparente emozione.
- Era un furfantello pieno di coraggio - suggerì il dottore.
- È vero. Hanno catturato il capo dell'Akasava?
- Sì, era così ansioso di ucciderla che non ha avuto il tempo fuggire. 
- Va bene, basta così. - La voce di Sanders era aspra e le sue maniere sempre brusche, ma in quel momento la sua rudezza fu addirittura brutale.
- Se ne vada, dottore: adesso ho bisogno di dormire.
Quando sentì lo scatto della porta che si chiudeva, Sanders voltò la faccia al muro e pianse.