Editrice Nord

Capitolo d'esempio

Autore: Lois McMaster Bujold
Titolo: Komarr

Capitolo Primo

L'ultimo spicchio splendente del vero sole di Komarr si fuse con il profilo delle basse colline sull'orizzonte occidentale e svanì. La fiamma riflessa dello specchio solare che lo seguiva, ma in ritardo, attraverso la volta dei cieli, spiccò d'un tratto in brillante contrasto con lo sfondo azzurro violaceo della sera. Quando Ekaterin aveva visto per la prima volta la soletta, la formazione esagonale di specchi solari, dalla superficie di Komarr, aveva immediatamente immaginato che fosse una immensa decorazione per la Festa d'Inverno, appesa lassù in cielo come un cristallo di neve fatto di stelle, benigno e consolatorio. Ora si sporse dal suo balcone affacciato sul parco principale della Cupola Serifosa e osservò tristemente l'irregolare chiazza di luce attraverso la volta di vetro che la sovrastava. Era ingannevole, quello scintillio sullo sfondo del cielo troppo scuro. Tre dei sei dischi che componevano il fiocco di neve non brillavano affatto e il settimo, quello centrale, era opaco e fioco.
Aveva letto che gli antichi Terrestri avevano considerato ogni alterazione della meccanica progressione dei loro cieli, che fosse dovuta a comete, nove o stelle cadenti, come un portento sinistro, premonizione di disastri naturali o politici a venire; anzi, la parola stessa disastro portava in sé l'origine astrologica del concetto. La collisione che aveva avuto luogo due settimane prima fra un cargo intersistema fuori controllo e lo specchio che aumentava la quantità di energia solare disponibile sulla superficie di Komarr era stato, di certo e letteralmente, un disastro. Era stato un disastro istantaneo per la mezza dozzina di komarrani di servizio alla stazione di controllo della soletta, uccisi all'istante dalla collisione. Ma da quel momento in poi anche sul pianeta gli eventi procedevano verso il disastro, solo al rallentatore; per il momento, le arcologie sigillate nelle quali risiedeva la popolazione del pianeta non ne erano state quasi toccate. Sotto di lei, nel parco, una squadra di operai stava sistemando dei riflettori aggiuntivi alla sommità di alti tralicci di metallo. Probabilmente nelle serre cittadine da dove provenivano le provviste alimentari l'installazione di quel genere di misure di fortuna era quasi terminato, se era possibile impiegare operai ed equipaggiamento per la vegetazione ornamentale. Ma no, si disse Ekaterin, ricordando; nelle cupole non c'era vegetazione semplicemente ornamentale. Ogni pianta portava il suo piccolo contributo alle risorse biologiche che permettevano alla vita di continuare. I giardini delle cupole sarebbero sopravvissuti, grazie alle cure amorevoli dei loro simbionti umani.
Ma fuori dalle arcologie, nelle fragili coltivazioni che cercavano faticosamente di effettuare la biotrasformazione di quel mondo, era tutto un altro discorso. Ekaterin conosceva la matematica del disastro, perché da due settimane se ne discuteva attorno alla sua tavola ogni sera; conosceva a memoria la percentuale di insolazione perduta all'equatore. Le giornate si erano fatte scure come sotto le nuvole dell'inverno, ma era un inverno planetario e che sarebbe continuato, e continuato… fino a quando? Quando sarebbero state completate le riparazioni? Quando sarebbero cominciate, se era per quello? Come sabotaggio, se sabotaggio era stato, il disastro era inesplicabile; come sabotaggio a metà doppiamente inesplicabile. Ci proveranno di nuovo? Sempre che loro esistessero davvero, che si trattasse di una volontà atroce e non solo di un atroce incidente. 
Ekaterin sospirò, e voltando le spalle al paesaggio accese i riflettori che aveva sistemato per aumentare l'insolazione sul piccolo giardinetto che coltivava sul balcone. Alcune delle piante barrayarane erano particolarmente sensibili all'illuminazione. Controllò la luce con un esposimetro, spostò due vasi di ammazzacervo rampicanti più vicino alla sorgente di luce e regolò i timer. Andò di pianta in pianta verificando la temperatura e l'umidità del suolo con dita esperte, innaffiando con moderazione dove era necessario. Per un attimo si chiese se era il caso di spostare il suo bonsai di skellytum al coperto, dove avrebbe goduto di condizioni più controllate. Ma tutto su Komarr era al coperto, in realtà. Era quasi un anno che non si sentiva i capelli smossi dal vento. Avvertì una strana trafittura di simpatia per quell'ecologia trapiantata che si trovava là fuori, esposta, per il suo lento morire di mancanza di luce e di calore, il suo lento soffocare in una atmosfera tossica… Stupida, smettila. Sei fortunata a trovarti qui.
- Ekaterin! - La voce di suo marito le arrivò come un rombo lontano, echeggiando all'interno della torre residenziale. 
Ekaterin infilò la testa in casa attraverso la porta della cucina. - Sono sul balcone.
- Be', vieni giù!
Ekaterin ripose gli attrezzi da giardinaggio nella cassapanca, abbassò il sedile, chiuse la vetrata dietro di sé e attraversò di corsa la cucina, entrò nel salone e scese lungo la scala circolare. Tien era in piedi accanto al portone che dava sul corridoio esterno, impaziente, con un comunicatore in mano. 
- Ha appena chiamato tuo zio. È atterrato allo scalo navette. Lo vado a prendere.
- Preparo Nikolai e veniamo con te.
- Non ti disturbare, vado solo fino alle chiuse della Stazione Ovest a incontrarlo. Ha detto di dirti che ha portato un ospite. Un altro Ispettore, una specie di assistente, da quel che ho capito. Ma ha detto di non preoccuparsi, va bene quel che hai preparato per pranzo per noi. Sembra che s'immagini che li faremo sedere in cucina o qualcosa del genere! Eh! Due Ispettori Imperiali. Ma perché dovevi invitarlo, poi?
Ekaterin lo fissò, costernata. - Mio zio Vorthys viene su Komarr e avrei dovuto non invitarlo? E poi, non puoi mica dire che il tuo dipartimento non abbia subito conseguenze per l'incidente su cui sta investigando, no? È naturale che voglia vedere come stanno le cose. Inoltre pensavo che ti fosse simpatico.
Tien si stava picchiando la mano su una coscia, con ritmo irregolare. - Certo, quando ancora era un vecchio Professore matto. L'eccentrico zio Vorthys, il Vor ingegnere. Questo suo nuovo incarico Imperiale ha preso tutta la famiglia in contropiede. Chissà che razza di favori avrà fatto e a chissà quanta gente per ottenerlo.
È questa l'unica spiegazione che riesci a concepire del perché la gente ottiene un avanzamento di carriera? Ma non diede voce a questo stanco pensiero. - Di tutte le nomine politiche, di certo quella di Ispettore Imperiale è meno probabile che venga assegnata per ripagare dei favori - mormorò.
- La solita ingenua Kat. - Tien fece un sorriso tirato e le strinse le spalle. - Nessuno ottiene niente per niente a Vorbarr Sultana. Tranne forse l'assistente di tuo zio, che da quello che ho capito è parente di quel Vorkosigan, e quindi a quanto pare questo incarico se lo è guadagnato semplicemente respirando. Incredibilmente giovane per un posto così, se è lo stesso di cui ho sentito, quello che ha giurato alla Festa d'Inverno. Non proprio un peso massimo, si mormorava, anche se tuo zio Vorthys ha detto che è molto sensibile alla sua statura e di non parlarne davanti a lui. Almeno una cosa in questo gran casino pare promettere di essere divertente.
Ripose il comunicatore in una delle tasche della casacca. La mano gli tremava leggermente. Ekaterin gli afferrò il polso e voltò la mano con il palmo in su. Il tremore aumentò. Ekaterin alzò gli occhi resi scuri dalla preoccupazione in quelli di lui, in muta domanda.
- No, maledizione! - Tien si liberò il braccio con uno strattone. - Non sta cominciando. Sono solo un po' teso. E stanco. E affamato, quindi vedi se puoi mettere assieme un pranzo decente per quando saremo di ritorno. Tuo zio avrà anche gusti proletari, ma dubito che si possa dire lo stesso dell'altro piccolo aristocratico di Vorbarr Sultana. - Si infilò le mani nelle tasche dei pantaloni e distolse gli occhi da lei con una smorfia contrariata.
- Sei più vecchio di quanto era allora tuo fratello.
- L'età in cui si manifesta è variabile, ricordi? Presto andremo. Te lo prometto.
- Tien… vorrei tanto che tu rinunciassi a questa idea della cura galattica. Qui su Komarr hanno degli ospedali altrettanto buoni di quelli che hanno su, non so, la Colonia Beta o che so io. Quando ti hanno assegnato qui ho pensato che avresti colto l'occasione. Lascia stare tutta questa inutile segretezza, chiedigli aiuto apertamente. O fallo con discrezione, se proprio insisti. Ma non aspettare ancora!
- Qui non sono abbastanza discreti. Adesso che la mia carriera sta finalmente decollando, adesso che finalmente mi sta ripagando di tutti i miei sforzi, non ho nessuna voglia di venire bollato pubblicamente come mutante.
Se a me non importa, cosa conta quello che ne pensano gli altri? Ekaterin esitò. - È per questo che non vuoi vedere zio Vorthys? Tien, di tutti i miei parenti, e dei tuoi, è probabilmente quello a cui meno importerebbe di sapere se la tua malattia è genetica oppure no. Penserebbe solo al bene tuo e di Nikolai.
- Ho la situazione sotto controllo - insistette Tien. - Non azzardarti a tradirmi con tuo zio proprio adesso che sono tanto vicino al successo. Ho tutto sotto controllo. Vedrai.
- Basta che… che tu non risolva le cose come ha fatto tuo fratello. Promettimelo! - L'incidente con il velivolo leggero che non era stato affatto un incidente: era stato quello ad annunciare questi anni di attesa, di osservazione, un incubo cronico e subclinico…
- Non ho intenzione di fare niente del genere. È tutto programmato. Finirò l'incarico annuale e poi ci prenderemo una lunga vacanza galattica, che ci meritiamo da tanto tempo, tu, io e Nikolai. E tutto andrà a posto, e nessuno ne saprà mai nulla. Sempre che tu non perda la testa e ti faccia prendere dal panico all'ultimo momento! - Le strinse la mano, contorse il volto in un sorriso falso e marciò fuori dalla porta.
Aspetta e metterò tutto a posto. Fidati di me. È quello che hai detto l'ultima volta. E la volta prima e quella prima ancora… Chi è il traditore? Tien, il tuo tempo sta per scadere, non te ne rendi conto?
Tornò a voltarsi per rientrare in cucina, ripensando alla cena in famiglia che aveva studiato perché potesse andare bene per un Vor d'alto rango proveniente dalla capitale Imperiale. Vino bianco? Nella limitata esperienza che si era fatta con gente di quella razza, se riuscivi a sbronzarli al punto giusto non aveva alcuna importanza quello che gli mettevi davanti. Mise in fresco un'altra delle sue preziosissime bottiglie importante da casa. No… era meglio altre due bottiglie. 
Aggiunse un altro posto alla tavola sul balcone che usavano di solito come sala da pranzo, pentendosi di non avere assunto un cameriere per la serata. Ma la servitù su Komarr costava così tanto e poi aveva tanto tenuto a questo momento di intimità domestica con lo zio Vorthys. Perfino i notiziari video ufficiali, pur incolori com'erano, stavano tormentando tutti quelli che erano coinvolti nell'indagine sull'incidente; l'arrivo di non uno, ma due Ispettori Imperiali al sito dell'incidente in orbita attorno a Komarr non aveva calmato la febbre di speculazioni, l'aveva solo diretta in una nuova direzione. Quando aveva parlato per la prima volta con lo zio poco dopo il suo arrivo in orbita, su un canale in cui la distanza imponeva un ritardo che rendeva impossibili lunghe conversazioni, le aveva fatto una breve descrizione delle conferenze stampa a cui era stato obbligato e le era sembrato irritatissimo, e sì che lo zio Vorthys era normalmente un uomo molto paziente. Era stato allora che aveva accennato a quanto gli sarebbe piaciuto evadere per un po' dalle pressioni del lavoro. E siccome dopo avere passato tanti anni a insegnare doveva pur avere fatto il callo alle domande stupide, Ekaterin si era chiesta se non fosse così irritato in realtà perché non gli era permesso rispondere.
Ma più di ogni altra cosa, doveva ammetterlo, aveva desiderato con avido egoismo di ricatturare il sapore di un passato più felice. Dopo la morte di sua madre aveva vissuto per due anni con lo zio e la zia Vorthys, affidata alla loro distratta sorveglianza mentre frequentava l'Università Imperiale. 
La vita con il Professore e la Professoressa era stata molto meno soffocante della vita nella casa molto conservatrice e molto Vor di suo padre nella piccola città di frontiera del Continente Meridionale dove era nata; forse perché per la prima volta era stata trattata come l'adulta che avrebbe voluto diventare, piuttosto che come la bambina che era stata. Si era sentita, colpevolmente, più vicina a loro che ai suoi veri genitori. Per un po', ogni tipo di futuro le era sembrato possibile.
Poi aveva scelto Etienne Vorsoisson, o lui aveva scelto lei… Non ti era dispiaciuto, allora. Aveva detto sì al matrimonio combinato offerto dalla Baba ingaggiata da suo padre, e lo aveva fatto con tutta la buona volontà del mondo. Non sapevi. Tien non sapeva. Distrofia di Vorzhon. Non è colpa di nessuno. 
Nikolai arrivò in cucina con tutta l'irruenza di un bambino di nove anni. - Mamma, ho fame. Posso avere un pezzo di torta? 
Ekaterin intercettò fulminea le dita di suo figlio prima che potessero raggiungere la glassa della torta. - Puoi avere un bel bicchiere di succo di frutta.
- Uff! - Ma Nikolai accettò il sostituto, astutamente offerto in uno dei bicchieri da vino del servizio buono che erano stati disposti in fila in attesa degli ospiti. Lo bevve tutto d'un fiato mentre dondolava irrequieto sui talloni. Era solo eccitato, o stava ereditando qualcosa da suo padre? Smettila di proiettare, si disse. Il bambino aveva appena passato due ore nella sua camera, tutto assorbito dai suoi modellini; era naturale che avesse delle energie da scaricare.
- Te lo ricordi lo zio Vorthys? - gli chiese. - Sono passati tre anni da quando siamo andati a trovarlo l'ultima volta.
- Certo. - Finì di bere. - Siamo stati nel suo laboratorio. Pensavo che avesse provette e robe che facevano le bolle, invece era pieno di macchinari e cemento. C'era quella puzza strana, come acida e muffosa.
- Per via delle saldatrici e dell'ozono, esatto - disse Ekaterin, colpita dalla memoria di suo figlio. Salvò il bicchiere dalle sue dita. - Fammi vedere la mano. Voglio vedere quanto ti resta ancora da crescere. I cuccioli con le zampe larghe diventano cagnoni grandi e grossi, lo sai? - Nikolai tenne la mano in aria e lei avvicinò la sua, palmo contro palmo. Mancavano solo un paio di centimetri perché le dita corrispondessero. - Oh, santo cielo.
Nikolai le rivolse un sorriso raggiante, soddisfatto e ben conscio di sé, e poi si guardò per un attimo i piedi, muovendo le dita curioso. L'alluce destro spuntava da un nuovo buco nel calzino nuovo. 
I suoi capelli stavano scurendosi e avrebbero potuto diventare alla fine castani quanto quelli di Ekaterin. Le arrivava al petto, anche se avrebbe potuto giurare che solo quindici minuti prima non le raggiungeva l'anca. Aveva gli occhi castani come quelli di suo padre. La sua mano sudicia (ma dove riusciva a trovare tanto sporco sotto una cupola?) era ferma quanto i suoi occhi erano limpidi e sinceri. Niente tremore.
I sintomi iniziali della Distrofia di Vorzhon erano ingannevoli, facilmente confusi con quelli di una dozzina di patologie diverse, e potevano colpire in un qualunque momento fra la pubertà e la mezza età. Ma non oggi, non Nikolai.
Non ancora.
Dei rumori provenienti dall'ingresso dell'appartamento, e gravi voci maschili, li condussero fuori dalla cucina. Nikolai sfrecciò in avanti. Quando lei gli arrivò alle spalle, era già quasi in braccio all'uomo corpulento dai capelli bianchi che sembrava riempire completamente la stanza. - Ops! - L'uomo stava per far roteare Nikolai in aria, ma sentendone il peso rinunciò. - Però, sei cresciuto, Nikki!
Lo zio Vorthys non era cambiato, nonostante il suo impressionante nuovo titolo: stesso grosso naso e grandi orecchie, stessi casacca e pantaloni spiegazzati e troppo grandi in cui sembrava aver dormito, stessa risata profonda. Depositò il bisnipote sul pavimento di pietra, abbracciò la nipote che rispose con fermezza e poi si piegò per frugare nella valigia. - Credo proprio di avere qualcosa qui per te, Nikki… - Nikolai gli saltellava intorno; Ekaterin si ritrasse, temporaneamente, per aspettare il suo turno.
Tien stava entrando, una spalla in avanti, trasportando il bagaglio. Fu solo allora che Ekaterin notò l'uomo in disparte, che osservava quella scenetta domestica con un sorriso distante sulle labbra.
Inghiottì la sua sorpresa. Era poco più alto di Nikolai, ma non si sarebbe mai potuto scambiarlo per un bambino. Aveva una testa grossa su un collo tozzo, ed era un po' curvo; per il resto sembrava magro, ma solido. Indossava un completo di giacca e pantaloni di un grigio misurato, che si apriva su una camicia bianca di ottimo taglio, e stivaletti lucidi. Nei suoi abiti mancava del tutto quell'elemento di decorazione pseudomilitare che di solito esibivano gli Alti Vor, ma a giudicare dalla perfezione del taglio (non potevano che essere stati fatti su misura, a mano, per potersi adattare a quel corpo così strano) Ekaterin non osava neppure immaginare il costo di quel completo.
Non era certa di che età potesse avere: un po' più vecchio di lei, forse? Non c'era traccia di grigio nei suoi capelli scuri, ma rughe di sorriso gli circondavano gli occhi e linee di dolore la bocca, solcando una pelle dal pallore invernale. Quando si mosse lo fece con una certa rigidità, appoggiando a terra la valigia e voltandosi a osservare Nikki che monopolizzava suo zio, ma per il resto non sembrava storpiato. Non era il genere di persona che può evitare di farsi notare,tuttavia il suo atteggiamento era marcatamente riservato. Che fosse a disagio? Ekaterin si sentì bruscamente riportata ai suoi doveri di figlia dei Vor.
Avanzò verso di lui. - Benvenuto nella mia casa… - Accidenti, Tien non le aveva detto come si chiamava - … milord Ispettore.
L'Ispettore tese la mano e catturò la sua in una stretta del tutto normale e disinvolta. - Miles Vorkosigan. - La sua mano era asciutta e calda, più piccola della sua ma tozza e mascolina; le unghie erano pulitissime. - E voi, Madame?
- Oh! Ekaterin Vorsoisson.
Le abbandonò la mano senza baciarla, con suo grande sollievo. Per un attimo Ekaterin si ritrovò a osservare la sommità della testa del suo ospite, che era al livello della sua clavicola, poi si rese conto che lo stava obbligando a rivolgersi al suo sterno, e fece un piccolo passo indietro. L'uomo alzò la testa per guardarla, ancora sorridendo lievemente.
Nikolai stava trascinando la più grande delle valigie di zio Vorthys verso la stanza degli ospiti, ostentando orgogliosamente la sua forza. Tien, appropriatamente, seguì il più anziano e autorevole degli ospiti. Ekaterin fece rapidamente mente locale. Non poteva certo ospitare questo tale Vorkosigan nella camera di Nikolai; il suo lettino da bambino si sarebbe adattato in modo imbarazzante alla sua statura. Doveva invitare un Ispettore Imperiale a dormire sul divano del salotto? Impossibile. Gli fece gesto di seguirla lungo il corridoio opposto, fino alla sua stanza da lavoro. Un intero lato della stanza era occupato da una scaffalatura carica di attrezzi da giardinaggio; una cascata di lampade lungo uno degli angoli forniva l'illuminazione necessaria al nutrimento di una serie di nuove piantine ancora tenere, in una gran varietà di tinte verdi per le piante terrestri e rossicce e brune per quelle barrayarane. Davanti alla bella e grande finestra c'era un'area sgombra da mobili.
- Non abbiamo molto spazio - disse, scusandosi. - Temo che anche gli amministratori barrayarani qui si debbano accontentare dell'alloggio che gli viene assegnato. Ordinerò un letto a gravità per lei, sono sicura che me lo consegneranno prima che abbiamo finito di cenare. Almeno qui avrà un po' di intimità. Mio zio russa in modo così spettacolare… Il bagno è in fondo al corridoio, a destra.
- Va benissimo - le disse l'uomo. Si avvicinò alla finestra e guardò il parco coperto dalla cupola oltre il vetro. Le luci che si erano accese negli edifici circostanti sembravano calde e luminose nel mezzo crepuscolo dello specchio semi-eclissato.
- So che non è il genere di alloggio a cui lei è abituato.
L'uomo sollevò un angolo della bocca. - Una volta ho dormito per sei settimane sulla nuda terra. Assieme a diecimila maricalani sudici e puzzolenti, molti dei quali russavano. Glielo assicuro, questo va benissimo.
Ekaterin sorrise in risposta, un po' incerta su come prendere la sua battuta, se era stata una battuta. Lo lasciò a sistemare le sue cose come voleva, e corse via a chiamare la compagnia dei noleggi e a finire di preparare la cena.
Si reincontrarono tutti, nonostante le sue migliori intenzioni di offrire un servizio formale, in cucina, dove il piccolo Ispettore di nuovo mandò all'aria i suoi piani permettendole di versargli solo mezzo bicchiere di vino. - Ho cominciato la giornata con sette ore dentro una tuta a pressione, oggi. Mi addormenterei con la testa nel piatto prima del dessert. - C'era uno scintillio nei suoi occhi grigi.
Ekaterin li sospinse tutti sul balcone e servì lo spezzatino leggermente piccante di carne coltivata che aveva previsto (giustamente) sarebbe tanto piaciuto allo zio. Quando venne il momento di far girare il pane e il vino, era riuscita a scambiare un paio di parole con lui. 
- Come stanno andando le vostre indagini? Quanto ancora potete stare?
- Non molto più avanti di quanto avrai sentito dire dai notiziari, temo - fu la risposta. - Possiamo solo prenderci questa vacanza sulla superficie perché le squadre che investigano le cause probabili stanno ancora raccogliendo i pezzi. Ce ne mancano alcuni piuttosto importanti. Il cargo era a carico massimo e aveva una massa terribile. Quando i motori sono saltati c'è stata una proiezione di pezzi e pezzetti in tutte le direzioni e con tutte le velocità possibili. Quello di cui abbiamo bisogno soprattutto è di ritrovare quanti più pezzi possibile del sistema di controllo. Se abbiamo fortuna, in tre giorni dovrebbero essere in grado di raccattarne la maggior parte.
- Allora è stato davvero un sabotaggio deliberato? - chiese Tien.
Lo zio Vorthys scrollò le spalle. - Con il pilota morto sarà difficile provarlo. Potrebbe essere stata una missione suicida. Per ora non hanno trovato alcuna traccia di esplosivi, militari o meno.
- Non c'era nessun bisogno di usare anche degli esplosivi - mormorò Vorkosigan.
- Il cargo ha colpito lo specchio mentre stava roteando su se stesso, e l'ha colpito con l'angolazione peggiore possibile, di taglio - continuò lo zio Vorthys. - Metà dei danni sono stati causati da parti dello specchio stesso. Con tutto il movimento impartito dalle varie collisioni, si è semplicemente fatto a pezzi da sé.
- E se era un risultato voluto, devono avere fatto i loro calcoli davvero straordinariamente bene - disse Vorkosigan asciutto. - È quella la cosa che più mi fa pensare che si sia trattato davvero di un incidente. 
Ekaterin guardò suo marito, che guardava di sottecchi il piccolo Ispettore, e lesse nei suoi occhi un giudizio silenzioso e allarmato: Mutante! Che cosa ne avrebbe pensato Tien di quest'uomo che esibiva apertamente, senza scusarsi né apparentemente esserne neanche consapevole, un tale stigma di anormalità?
Tien si voltò verso Vorkosigan con uno sguardo curioso. - Capisco bene come mai l'Imperatore Gregor abbia mandato qui il Professore, che è la principale autorità dell'Impero in fatto di incidenti disastrosi e cose del genere. Ma qual è la, ehm, il suo ruolo in tutto questo, onorevole Ispettore Vorkosigan?
Vorkosigan fece un sorriso storto. - Ho una certa esperienza in installazioni spaziali. - Si appoggiò allo schienale della sedia, alzò il mento e scacciò quello strano lampo di ironia dal suo volto. - In effetti, per quanto riguarda l'indagine sulle cause probabili, sono solo qui a osservare. Questo è il primo problema veramente interessante che ci capita da quando ho giurato come Ispettore tre mesi fa. Volevo vedere come si fa. Con questo matrimonio komarrano che si avvicina, Gregor ha un interesse profondo in qualunque possibile ripercussione politica dell'incidente. Sarebbe un pessimo momento per un peggioramento delle relazioni fra Barrayar e Komarr. Ma che sia incidente o sabotaggio, il danno allo specchio incide direttamente sul Progetto Terraforming. Mi pare di capire che la situazione nel vostro Settore Serifosa sia abbastanza rappresentativa, no?
- Effettivamente. Domani vi porterò a fare un giro - promise Tien. - Ho incaricato i miei assistenti komarrani di prepararvi per domani un rapporto completo, con tutti i dati tecnici e le cifre. Ma l'incognita più grande è ancora questione di pura speculazione. Quanto ci vorrà per riparare lo specchio?
Vorkosigan fece una smorfia e tese una delle sue piccole mani, con il palmo in su. - Dipende da quanto è disposto a spenderci sopra l'Impero. Ed è a questo punto che il problema si fa squisitamente politico. Con parti di Barrayar stesso ancora in corso di terraforming, e con il pianeta Sergyar che attira coloni da entrambi i mondi praticamente alla stessa velocità con cui riescono a salire su una nave per partire, ci sono membri del governo che si chiedono apertamente perché dovremmo spendere una parte così consistente del tesoro imperiale arrabattandosi su un mondo marginale come Komarr. 
Ekaterin non riusciva a capire dal suo tono misurato se fosse d'accordo oppure no con quei membri del governo. Sorpresa, disse: - Komarr era in corso di terraforming già da tre secoli quando lo abbiamo conquistato. Non possiamo certo fermarci ora. 
- Ma d'altra parte, solo perché tanti soldi sono stati sprecati, dobbiamo per forza sprecarne ancora? - Vorkosigan scrollò le spalle, senza rispondere alla sua stessa domanda. - E c'è un altro aspetto del problema, puramente militare. Costringere la popolazione a risiedere sotto le cupole rende Komarr militarmente molto più vulnerabile. Perché dare alla cittadinanza di un mondo conquistato dell'altro territorio in cui ritirarsi e riorganizzare le forze? È un ragionamento che parte dal presupposto abbastanza interessante che, a trecento anni da oggi, quando il processo di terraforming sarà completato, le popolazioni di Komarr e Barrayar ancora non saranno integrate l'una con l'altra. Perché se invece succedesse, queste sarebbero le nostre cupole, e non le vorremmo di certo più vulnerabili, vero?
Fece una pausa per mangiare un boccone di pane e spezzatino, pulirsi la bocca con un sorso di vino, e poi continuò. - Ma poiché l'assimilazione è dichiaratamente lo scopo della politica di Gregor, e sta per provarlo con la sua stessa imperiale persona… la questione del movente per un sabotaggio diventa, ehm… complicata. I sabotatori potrebbero essere barrayarani isolazionisti, o estremisti komarrani. Oppure l'uno dei due che agiva nella speranza di far ricadere la colpa sull'altro. Quanto è forte l'investimento emotivo del komarrano medio risiedente sotto una cupola verso un traguardo che nessuno oggi in vita vedrà mai? Non preferirebbero risparmiare dei soldi qui e subito? Sabotaggio o incidente, dal punto di vista ingegneristico non fa differenza, ma dal punto di vista politico la fa eccome. - Lui e lo zio Vorthys si scambiarono un'occhiata significativa. 
- E così io sono qui a osservare, ascoltare, e aspettare - concluse Vorkosigan. Si voltò verso Tien. - E allora, le piace Komarr, amministratore Vorsoisson?
Tien sorrise e scrollò le spalle. - Non sarebbe male, se non fosse per i komarrani. È gente che se la prende per un nonnulla, arrogante e suscettibile.
Vorkosigan sollevò le sopracciglia. - Possibile che non abbiano nessun senso dell'umorismo?
Ekaterin alzò lo sguardo di scatto, allarmata dalla punta di asciuttezza nella voce cantilenante di Vorkosigan, ma a quanto pareva, Tien non la colse, e si limitò a sbuffare. - Se non sono ladri sono degli scansafatiche. Imbrogliare i barrayarani per loro è una specie di sport nazionale.
Vorkosigan alzò il bicchiere vuoto a Ekaterin. - E lei, Madame Vorsoisson?
Prima che potesse fermarla, Ekaterin riempì il bicchiere fino all'orlo, pensando attentamente alla risposta da dare. Se suo zio era il tecnico della coppia, Vorkosigan cos'era… l'esperto in politica? Chi era dei due che aveva il compito più importante? Tien si era accorto dei sottili lampi che lei aveva colto nel discorso del piccolo Vor, delle cose che aveva lasciato capire? - Non è stato facile per me fare amicizie fra i komarrani. Nikolai va alla scuola barrayarana. E io non ho un vero lavoro.
- Una signora Vor non ha certo bisogno di lavorare. - Tien sorrise.
- Neanche un signore dei Vor, in teoria - aggiunse Vorkosigan, quasi sottovoce, - eppure eccoci qua…
- Dipende da quanto si è bravi a scegliersi i genitori - disse Tien, con una punta di acidità. Gettò uno sguardo a Vorkosigan. - Mi tolga una curiosità. Lei è un parente del Lord Reggente? 
- Mio padre - disse Vorkosigan, con una laconicità che scoraggiava altre domande. Non sorrise.
- Allora lei è Lord Vorkosigan, l'erede del Conte.
- Ne consegue, sì.
Vorkosigan stava diventando asciutto in modo allarmante. Ekaterin esclamò: - Deve essere stata un'infanzia molto difficile, la sua.
- È sopravvissuto - mormorò Vorkosigan.
- Volevo dire per lei!
- Ah. - Il rapido sorriso tornò, e si spense subito. 
La conversazione stava andando in una direzione bruttissima, Ekaterin lo sentiva; ma non osava aprire bocca per tentare di rimetterla in carreggiata. Tien si inserì, o si intromise: - È stato difficile per suo padre, il grande Ammiraglio, accettare che lei non potesse avere una carriera militare?
- Era mio nonno il grande Generale che ci teneva, più che altro.
- Io ho fatto solo i dieci anni, la solita cosa. Per lo più nell'amministrazione, una cosa molto noiosa. Mi creda, non si è perso molto. - Tien fece un gesto benigno con la mano, liquidando la carriera militare. - Ma ormai non è detto che ogni Vor debba essere un soldato, vero, professor Vorthys? Lei ne è la prova vivente.
- Mi pare che il capitano Vorkosigan abbia servito per, ehm, tredici anni, non è così, Miles? Nella Sicurezza Imperiale. Operazioni galattiche. Lo hai trovato noioso anche tu?
Il sorriso che Vorkosigan diresse verso il Professore fu, per un istante, sincero. - Non abbastanza. - Sollevò il mento, evidentemente un tic nervoso. Per la prima volta Ekaterin notò le sottili cicatrici bianche su entrambi i lati del suo collo tozzo.
Ekaterin fuggì in cucina, per servire il dessert e dare alla conversazione il tempo di riprendersi. Quanto riemerse le cose si erano fatte più distese, o almeno, Nikolai aveva smesso di essere innaturalmente tranquillo e silenzioso, e aveva dato il via a un negoziato serrato con suo zio per ottenere la dovuta attenzione dopo cena, cioè la sua partecipazione nel suo gioco favorito. Questo gli permise di arrivare fino al momento in cui la ditta di noleggi suonò alla porta con il letto a gravità, e il grande ingegnere si accodò agli altri maschi per provvedere all'installazione. Ekaterin si rivolse con sollievo alla familiare routine di mettere in ordine la tavola. 
Tien ritornò per annunciare che l'installazione era stata coronata da successo e che il lord Vor era sistemato.
- Tien, ma lo hai guardato bene quel tizio? - chiese Ekaterin. - Un mutante, un mutante Vor, eppure si comporta come se non ci fosse assolutamente niente di strano. Se lui può… - lasciò sfumare la voce, speranzosa, lasciando che fosse Tien a concludere con un di certo puoi anche tu. 
Tien si accigliò. 
- Non ricominciare. Evidentemente non ritiene che le regole valgano anche per lui. È il figlio di Aral Vorkosigan, santo cielo. Praticamente è il fratello adottivo dell'Imperatore. Per forza ha ottenuto quel succoso incarico Imperiale.
- Non credo, sai, Tien. Lo hai ascoltato bene quando parlava? - Tutte quelle correnti sotterranee… - Penso… Penso che sia l'uomo di fiducia dell'Imperatore, mandato a decidere la sorte del Progetto Terraforming. Potente… e forse pericoloso.
Tien scosse la testa. - Suo padre era potente e pericoloso. Lui è solo un privilegiato. Un imbecille d'alta classe. Non ti preoccupare di lui. Tanto fra poco tuo zio se lo porterà via.
- Non è lui che mi preoccupa.
Tien divenne scuro in volto. - Quanto sono stufo di questa storia! Qualunque cosa io dica tu hai da ridire, praticamente mi dai dell'idiota davanti al tuo oh-quanto-nobile zio…
- Ma non è vero! - L' ho fatto? Cominciò a passare in rassegna, confusa, quello che aveva detto durante la serata. Cosa mai poteva aver detto per farlo arrabbiare così…
- Solo perché sei la nipote di un grande Ispettore ti credi chissà chi! È che non hai la minima lealtà nei miei confronti, ecco il problema. 
- No… no, aspetta, mi dispiace…
Ma Tien stava già marciando fuori dalla cucina. Ci sarebbe stato un silenzio gelido fra loro quella notte. Per poco non gli corse dietro, per implorare il suo perdono. Era sotto pressione al lavoro, era il momento peggiore per spingerlo a risolvere il suo problema medico… Ma improvvisamente si sentì troppo stanca per sforzarsi ancora. Finì di mettere via il cibo e portò la mezza bottiglia di vino che restava e un bicchiere sul balcone. Spense le luci colorate per le piante e rimase seduta nel fioco chiarore riflesso dalla cupola che sigillava la città komarrana. Il cristallo di neve mutilato dello specchio da insolazione aveva quasi raggiunto l'orizzonte occidentale, seguendo il vero sole nella notte con la rotazione del pianeta.
Una sagoma bianca si mosse silenziosa nella cucina e per un attimo la fece trasalire. Ma era solo il lord mutante, che aveva abbandonato la sua elegante casacca grigia e, a quanto pareva, gli stivali. Infilò la testa fra le porte, che Ekaterin aveva lasciato non sigillate. - Salve?
- Buona sera, Lord Vorkosigan. Sono qui a guardare il tramonto dello specchio. Vuole, ehum, le andrebbe un bicchiere di vino? Aspetti, le vado a prendere un bicchiere…
- No, non si alzi, Madame Vorsoisson. Ci penso io. - Il suo pallido sorriso occhieggiò per un attimo dalle ombre. Dalla cucina vennero alcuni discreti tintinnii, poi il suo ospite uscì sul balcone con passo silenzioso. Ekaterin versò, da buona padrona di casa, una misura generosa nel bicchiere appoggiato accanto al suo, poi Vorkosigan lo riprese in mano e andò alla ringhiera a studiare quel che si poteva vedere del cielo oltre le strutture della cupola.
- È la cosa migliore della casa - disse Ekaterin. - Questa vista a ovest. - Il complesso di specchi, così vicino all'orizzonte, veniva ingrandito dall'atmosfera; ma gli spettacolari effetti di colore che di solito garantivano le nubi sottili della sera erano resi più pallidi dal danno subito. - Di solito il tramonto dello specchio è molto meglio di così. - Sorseggiò il vino, freddo e dolce sulla lingua; si sentì diventare un po' torpida. Il torpore era una buona cosa. Una consolazione.
- Eh, immagino proprio di sì - concordò il suo ospite, ancora guardando fuori. Prese un bel sorso dal bicchiere. Che fosse passato dal cercare di resistere al sonno al dargli la caccia, con l'aiuto dell'alcool?
- L'orizzonte è così pieno di cose e affollato rispetto a quello di casa mia. Ho paura di trovare un po' claustrofobiche queste arcologie chiuse. 
- E dove è casa sua? - Si voltò a guardarla.
- Il Continente Sud. Vandeville.
- Quindi è cresciuta circondata dal terraforming.
- I komarrani direbbero che quello non era terraforming, era condizionamento del terreno. - Vorkosigan ridacchiò assieme a lei del tono asciutto con cui aveva imitato il tecno-snobismo dei komarrani. Ekaterin continuò: - Hanno ragione, naturalmente. Non è come se noi avessimo dovuto cominciare passando mezzo millennio ad alterare l'atmosfera del pianeta. L'unica cosa che ci ha reso tutto più difficile, al tempo dell'Isolamento, è che cercavano di farlo praticamente senza tecnologia. Però… mi piacevano gli spazi aperti. Mi manca quel cielo così vasto, da orizzonte a orizzonte. 
- Questo vale per qualunque città, sotto una cupola o no. Dunque lei è una ragazza di campagna?
- In parte. Mi piaceva Vorbarr Sultana, quando ero all'università. Offriva un altro genere di orizzonti.
- Ha studiato botanica? Ho notato la sua biblioteca nella stanza da piantagione. Impressionante.
- No. È solo un hobby.
- Davvero? Sarebbe facile scambiarlo per vera passione. Una professione, addirittura. 
- No. Ai tempi dell'università non sapevo ancora che cosa volevo. 
- E adesso lo sa?
Ekaterin fece una risatina, a disagio. Quando non rispose in altro modo, Vorkosigan sorrise, e cominciò a esaminare il balcone, osservando le sue piante. Si fermò davanti allo skellytum, accucciato nel suo vaso come un piccolo Budda alieno, rosso brillante, i tentacoli sollevati in una posa di placida supplica. - Devo chiederlo per forza - disse alla fine, supplice, - che cosa è questa cosa?
- È un bonsai di skellytum.
- Davvero? Ma è… be', non sapevo che si potesse fare con uno skellytum. Di solito sono alti cinque metri. E di un marrone bruttissimo.
- Avevo una prozia, dalla parte di mio padre, che amava il giardinaggio. Quando ero piccola le davo una mano. Era la tipica vecchia coriacea donna della frontiera e terribilmente Vor… era venuta nel Continente Sud subito dopo la fine della Guerra Cetagandana. Era sopravvissuta a una serie di mariti, era sopravvissuta a… be', tutto quanto. Ho ereditato lo skellytum da lei. È l'unica pianta che ho portato su Komarr da Barrayar. Ha più di settant'anni.
- Santo cielo.
- È un albero completo, del tutto funzionale.
- E, ah!, piuttosto basso.
Per un momento Ekaterin temette di averlo inavvertitamente offeso, ma a quanto pareva non era così. Finì di ispezionare le piante e tornò alla ringhiera e al suo bicchiere di vino. Riprese a fissare l'orizzonte occidentale, e lo specchio che scendeva in cielo, accigliato.
Fisicamente, non passava certo inosservato, ma il fatto che lui per primo ignorasse le sue peculiarità fisiche sfidava chi lo guardava ad azzardare un commento. Tuttavia aveva avuto tutta la vita per adattarsi alla sua condizione. Non c'era stato per lui nulla di simile all'orrenda sorpresa che Tien aveva trovato fra le carte del suo fratello defunto, e che poi aveva confermato in se stesso e in Nikolai con degli esami effettuati prudentemente e in segreto. Ci si può fare l'esame anonimamente, gli aveva detto lei. Ma non ci si può far curare anonimamente, aveva ritorto lui. 
Da quando era arrivata su Komarr, era andata molto vicina a sfidare il costume, la legge e gli ordini del suo consorte e signore, e prendere la decisione unilaterale di portare il suo figlio ed erede a farsi curare. Chissà se i dottori su Komarr sapevano che una madre Vor non aveva la patria potestà su suo figlio? Forse avrebbe potuto fingere che il difetto genetico provenisse da lei, e non da Tien? Ma i genetisti, se sapevano il fatto loro, avrebbero subito capito la verità.
Dopo un attimo disse, un po' oscuramente. - Per un uomo Vor il primo dovere è la lealtà verso l'Imperatore, ma per una donna Vor dovrebbe essere la lealtà verso suo marito.
- Storicamente e legalmente, è sempre stato così. - La voce di Vorkosigan era divertita, o forse solo perplessa, e si voltò di nuovo a guardarla. - E non sempre questo tornava a suo svantaggio. Quando il marito veniva giustiziato per tradimento, si presumeva che la moglie avesse semplicemente obbedito ai suoi ordini, e non subiva conseguenze. In realtà, mi sono chiesto spesso se la vera ragione non fosse che un mondo tanto scarsamente popolato non poteva permettersi di perdere neanche una donna.
- Non lo trova un po' stranamente asimmetrico?
- Ma per la donna rendeva tutto più semplice. In genere aveva solo un marito per volta, mentre i Vor si trovavano spesso a dover scegliere fra diversi imperatori, e allora come la si metteva con la lealtà? Sbagliare imperatore poteva avere conseguenze funeste. Anche se quando mio nonno, il generale Piotr, e il suo esercito, abbandonarono Yuri l'Imperatore Pazzo in favore dell'Imperatore Ezar, le conseguenze sono state funeste per Yuri stesso, soprattutto. Fu un gran bene per Barrayar, però.
Ekaterin prese un altro sorso. Da dove era seduta, lo vedeva stagliarsi in controluce davanti alla cupola, una sagoma d'ombra, enigmatica. - Infatti. Allora la sua passione è la politica? 
- Dio, no! Non credo.
- La storia?
- Solo di passaggio. - Esitò. - Era la carriera militare, una volta.
- Una volta?
- Una volta - ripeté fermamente.
- E ora?
Venne il suo turno di non rispondere. Abbassò gli occhi sul suo bicchiere, inclinandolo in modo da fare roteare il resto del vino sul fondo. Alla fine disse: - Secondo la teoria politica barrayarana, tutto è collegato. I sudditi sono leali ai loro Conti, i Conti sono leali all'Imperatore, e l'Imperatore, presumibilmente, è leale all'Imperium intero, il corpo dell'Impero sotto forma di tutti i suoi, ecco, corpi. E qui le cose si fanno un po' troppo astratte per i miei gusti; come fa a rispondere a tutti, pur non rispondendo a nessuno? E quindi torniamo al punto di partenza. - Finì il bicchiere. - Come facciamo a essere leali gli uni con gli altri?
Io non lo so più…
Cadde il silenzio, e assieme osservarono l'ultimo bagliore dello specchio scivolare dietro le colline. Un alone pallido in cielo rimase per un minuto o due a segnalare il punto dove era scomparso. 
- Be'. Temo di essere un po' sbronzo. - A lei non sembrava affatto, ma Vorkosigan si fece roteare il bicchiere fra le mani e si spinse lontano dalla ringhiera contro cui si era appoggiato. - Buona notte, Madame Vorsoisson.
- Buona notte, Lord Vorkosigan. Dorma bene.
Si portò dietro il bicchiere e svanì nell'appartamento buio.