Ade  di Fausto Tomio

"Un altro dannato terremoto!" imprecò il massiccio clone. "Non ci sono più abituato."
"Non l'hanno chiamato Ade per niente, fratello" rispose l'altro, senza scomporsi. "Si vede che manchi da un sacco di tempo."
I due cloni, entrambi rivestiti da tute da combattimento corazzate, nere, ed armati fino ai denti, si trovavano sulla cresta innevata di una montagna rocciosa. Attorno a loro, a perdita d'occhio, tutto era montagne, roccia e neve. L'unica variazione del paesaggio erano una mezza dozzina di vulcani attivi, abbastanza lontani da non rappresentare un pericolo immediato.
Entrambi stavano in piedi, con i lunghi capelli castano scuro e le barbe incolte mossi dal vento.
Da quindici anni ormai i cloni della Guardia si erano installati su quel pianeta. Da allora non erano cambiati molto, sembravano ancora gli stessi, tranne che per qualche capello, e filo di barba, bianco: i sistemi di rallentamento della vecchiaia funzionavano bene.
"Sta calando il buio, vecchio mio, è meglio piantare il campo" disse uno.
"Sì, concordo. Avvisa le ragazze."
Il clone che portava sul petto le tre stelle dorate di capitano scese sul piccolo tratto pianeggiante che si trovava pochi metri più sotto, dove attendeva la sua squadra comando. 
Le dieci Pantere, splendidi androidi femminili dai lunghi e mossi capelli neri, anch'esse vestite di tute da combattimento nere che sembravano pennellate addosso a quei corpi perfetti, lo fissarono, in attesa di ordini.
"Segnalate a tutta la compagnia di prepararsi per la notte" disse loro.
"Bene, capitano" rispose la più vicina. "Una delle squadre ha segnalato di aver scoperto qualcosa di strano."
"Cioè?"
"Riferiscono che sembra una base abbandonata. Probabilmente apparteneva ai ribelli."
"Quanto lontana?"
"Un'ora di marcia. Dicono che, tranne alcuni locali, è in discrete condizioni. Forse potremmo passare la notte là."
"E' una buona idea" disse l'altro clone, che li aveva raggiunti. "Dài l'ordine di rimetterci in marcia, Daphne."
"Sì, maggiore."
"E' sempre meglio che starsene all'aperto, no?" disse rivolto al capitano.
"Già. Gli anni passano anche per noi, ringiovanimenti o meno."
Dopo un'ora di marcia sul crinale roccioso, scesero in una sorta di piccolo canalone, quasi una semplice fenditura, dove un altro paio di Pantere li attendevano.
Seguendo le due androidi, i cloni e la squadra comando giunsero davanti ad una piccola porta metallica che si apriva nella roccia. Percorso un breve ed angusto tunnel entrarono nella prima sala della base vera e propria.
"L'avete già esplorata tutta?" chiese il maggiore, guardandosi intorno.
"Sì, signore" rispose la comandante della squadra di esploratrici. "Ci sono dodici stanze simili a questa, scavate nella roccia ed isolate alla meglio con pannelli insonorizzanti. Sembra il lavoro di inesperti. 
"Non c'è traccia di mobilio. O non c'è mai stato o lo hanno rimosso. Nessuno ha messo più piede qui dentro da molto tempo, forse da anni.
"Ai piani inferiori ci sono i resti di un portale. Sembra che sia stato fatto esplodere."
"Sì, mi ricordo" disse il capitano.
"Anch'io" confermò il maggiore. "Quando arrivammo qui, quindici anni fa, i ribelli inviarono delle squadre a distruggere i portali che avevano installato su questo pianeta.
"A quanto ci dissero quelli che l'Orso catturò, per quelle squadre non era previsto il recupero." 
"Se non sono morti nel frattempo, dovrebbero essere ancora qua in giro, allora" riflettè il capitano.
"Anche se fosse, non rappresenterebbero un pericolo. A meno che non dispongano di armi pesanti, cosa di cui dubito fortemente" rispose il maggiore. "Comunque le nostre sentinelle li avvisterebbero prima che si possano avvicinare troppo.
"Che mi dite invece dei simpatici animaletti di questo schifo di pianeta?" chiese all'androide.
"Nessuna traccia di forme di vita potenzialmente pericolose, maggiore, abbiamo già controllato."
"Molto bene. Vediamo se ci riesce di dormire un po'." 
Non trascorse un'ora, che entrambi si svegliarono.
"Stavo per chiamarvi" disse Daphne avvicinandosi.
"Lo sai che siamo un po' telepati" rispose il capitano.
"A meno che non si tratti di ricorrenti coincidenze, ovviamente" ironizzò il maggiore. "Che sta succedendo?"
"Alcuni posti di guardia segnalano la presenza di forme di vita, tra cui esseri umani, o per lo meno umanoidi."
"Che siano i nostri vecchi amici di cui parlavamo prima?" chiese il maggiore.
"O che siano dei nuovi?" rispose il capitano. "Uno dei nostri timori, se così li possiamo definire, era che da qualche parte si fossero nascosti gruppi di ribelli e che aspettassero il momento buono per tornare a vendicarsi."
"O a provarci" puntualizzò il maggiore. "Se ci riprovassero li spazzeremmo via senza tanti problemi."
"Concordo. Anche se avessero usato tutti questi anni per raccogliere nuove truppe ed armi migliori, noi non siamo rimasti inattivi. 
"Comunque credo sia meglio indagare. Con discrezione."
Daphne annuì e si allontanò.
"Non ho più sonno" disse il maggiore.
"Neanch'io" rispose il capitano.
"Mi è venuta un'idea..."
"Sarebbe?"
"E se si trattasse di quella squadra che ha fatto saltare il portale? Se era mista potrebbero avere trovato delle condizioni di vita sufficienti per riprodursi. Magari cercando qua intorno finiremmo per trovare un villaggio."
"Non è un'ipotesi tanto strampalata. Nonostante le apparenze questo pianeta consente la sopravvivenza. Magari la base in cui ci troviamo è stata svuotata da loro. Rimanendo qui potevano essere scoperti, prima o poi, come testimonia la nostra presenza, perciò potrebbero aver trovato un luogo più difficile da scoprire ed essersi stabiliti lì."
"Se la base conteneva ancora qualcosa...munizioni, viveri, medicinali...questo li avrebbe aiutati per il periodo iniziale, ma poi? Sono trascorsi quindici anni da allora. Con cosa si sono scaldati? Cosa hanno mangiato? A quanto sappiamo tutte le basi ribelli erano state sgomberate prima del nostro arrivo, quindi in teoria non dovrebbero aver trovato gran che. E' pur vero che spesso teoria e pratica si differenziano parecchio."
"In tutto questo tempo siamo stati impegnati a costruire delle basi autosufficienti sfruttando le risorse del pianeta, perciò non abbiamo avuto il tempo di esplorarlo a fondo. 
"Conosciamo molto bene i territori attorno ai nostri insediamenti, ovviamente, ma si tratta di una piccola percentuale del globo. Abbiamo anche provveduto a cartografare l'intero pianeta, ma non lo abbiamo mai esplorato da vicino, minuziosamente, come stiamo facendo adesso."
"Infatti la nostra missione è quella di esplorare ogni anfratto di questo quadrante."
"Esatto. Ora che le nostre basi sono completate, possiamo dedicarci a questo compito.
"Alcune cose, tuttavia, le avevamo apprese già da subito. Per esempio sappiamo che le montagne ospitano forme di vita, sia vegetali che animali. Alcune di esse, come i vermi delle rocce, sono predatori pericolosi, e che rappresentano un serio pericolo; però sappiamo anche che una volta uccisi, possono dare nutrimento a molte persone. La prima volta che li ho visti mi facevano schifo, però la loro carne ha un ottimo sapore, ed uno solo di essi ne fornisce diversi quintali."
"Sono d'accordo su tutto, fin qui, però ce ne vuole prima di ucciderne uno: dove si sono procurati le munizioni sufficienti? Sono perfettamente d'accordo sul fatto che possano essersi costruiti delle armi, anche da fuoco - dopo tutto la polvere da sparo non è tanto difficile da produrre, avendo i materiali necessari - ma le munizioni di questo tipo non hanno la potenza sufficiente per uccidere quei cosi."
"Magari li hanno addomesticati" ipotizzò il capitano.
L'altro lo guardò. "Beh, potrebbe anche essere. Un nostro rapporto di molti anni fa, dice che un membro dell'equipaggio di una nave esploratrice aveva creduto di vedere un uomo volare su una specie di drago. Magari era vero.
"Ecco Daphne. Sentiamo le novità." 
"E' confermata la presenza di esseri umani. Ho fatto uscire dei robot a forma d'uccello con micro camere incorporate al posto degli occhi. Queste sono le immagini che hanno girato."
Daphne inserì dei micro dischi in un piccolo monitor ed armeggiò sulla tastiera. Dopo alcuni istanti i due cloni poterono vedere le immagini, ripulite da tenebre ed interferenze. Mostravano quattro figure intabarrate in pesanti giacconi di pelliccia con cappuccio, sdraiate fra le rocce. Alcune rudimentali lance ed un paio di fucili automatici formavano il loro arsenale.
"Vorrei sapere qualcosa di più sul loro conto" disse il maggiore.
Daphne batté alcuni tasti ed il computer riferì che si trattava di umani di età compresa tra i dodici ed i quattordici anni, due maschi e due femmine.
"Se le nostre supposizioni sono esatte, quelli rappresentano la nuova generazione di ribelli" disse il maggiore.
"A meno che non siano autoctoni. Come si sviluppò sulla Terra, la specie umana potrebbe averlo fatto anche qui, visto che le condizioni ambientali non sono diverse" fece notare il capitano.
"Daphne, ingrandisci le immagini dei fucili" ordinò il maggiore.
"Sono modelli terrestri, signore. Piuttosto antiquati, almeno come modello."
"Questo non è sufficiente a stabilire che si tratti di terrestri: quei fucili potrebbero averli sottratti ai ribelli" disse il capitano.
"Hai ragione fratello. Per essere sicuri dovremmo entrare in contatto con loro, ma per il momento facciamo finta di niente.
"Daphne, invia un rapporto al comando e chiedi istruzioni. Usa uno dei codici: non possiamo escludere che siano in grado di intercettare la trasmissione.
"In attesa di ordini superiori, ci stabiliremo qui. Visto che abbiamo trovato una base già costruita, tanto vale approfittarne, no?
"Sorvegliamo i nostri curiosi ragazzini là fuori. Mandate qualche robottino adatto che possa seguirli senza dare troppo nell'occhio. Dategli l'istruzione di non farsi scoprire, almeno per ora.
"Mi piacerebbe sentire cosa si stanno dicendo, ma presumo che sia chiedere troppo, vero?"
"Indovinato, fratello. I robots erano troppo in alto perché i loro microfoni potessero raccogliere le voci, e poi quel dannato vento copre ogni altro rumore."
"Beh, non si può avere tutto. Provvediamo a rendere operativo questo buco, intanto." 

Una delle quattro esili figure sdraiate sulle rocce, quella all'estrema destra, si girò su un fianco e guardò i compagni. I tre girarono la testa verso di essa, aspettando che parlasse.
"Papà aveva ragione: gli invasori sono arrivati fin qui" disse una voce femminile. Il passamontagna le nascondeva il volto magro ed affilato, ma si notava una differenza rispetto agli altri: non portava i visori notturni. I suoi grandi occhi avevano una sorprendente somiglianza con quelli dei felini: quella ragazzina poteva vedere anche al buio. Nonostante sembrasse umana non lo era del tutto, o forse si trattava di una rappresentante di una sottorazza evolutasi in condizioni diverse dagli umani terrestri.
Il ragazzino al suo fianco abbassò la testa, poi la rialzò lentamente. "Dobbiamo avvisare gli altri" decise.
"Sì, ma dobbiamo anche saperne di più sui nostri nemici, per poterci difendere, o magari attaccarli" ribatté Occhi di Gatto. "Voi tornate a casa e date l'allarme, io sorveglierò gli invasori.
"Dite a papà di non preoccuparsi per me: so badare a me stessa."
"Sii prudente Elaine, quella è gente crudele e pericolosa: se ti scoprissero sarebbero capaci di torturarti a morte per farsi rivelare..."
"Non preoccuparti, non è così facile prendermi" lo interruppe. "Andate, ora. Io tornerò appena avrò scoperto qualcosa."
I suoi tre compagni sembravano riluttanti ad andarsene. In cuor loro desideravano allontanarsi al più presto dai nemici, ma allo stesso tempo esitavano a lasciare la loro coraggiosa amica.
"Sù, andatevene!" li esortò, sottolineando l'ordine con un deciso gesto della mano.
"Prendi almeno il mio fucile" disse l'altro ragazzo, mentre il primo si allontanava strisciando, senza smettere di guardarla.
Elaine gli sorrise con gli occhi: sapeva quanto ci tenesse alla sua arma, il fatto che gliel'avesse offerta era la più grande dimostrazione d'affetto che potesse esternare.
"Ti ringrazio, Miki, ma non mi serve. Le armi che intendo usare sono di altro tipo e più efficaci per riuscire nella mia missione.
"Andate, ora."
Finalmente i suoi tre compagni si decisero. Stette a guardarli fino a che scomparvero tra le rocce, poi si voltò verso la vecchia base.
"Vediamo un po' che faccia hanno questi mostri" si disse. 
Silenziosamente, strisciando tra le rocce, si avvicinò alla base, evitando le sentinelle. 
Raggiunta una delle prese d'aria, si mise in ascolto. Le voci che udiva le giungevano molto deboli. Si concentrò maggiormente fino a che il suo udito finissimo le consentì di udire le parole, anche se non riusciva a comprenderne il significato. 
Abbassò il cappuccio e si tolse il passamontagna per poter udire meglio. Una folta capigliatura bionda le si allargò sulle spalle, incorniciando un viso piuttosto magro, dal mento appuntito e dagli zigomi forse un po' troppo larghi, ed un nasino perfetto. La forma del volto e degli occhi, le conferivano una bellezza acerba ed esotica. 
Si concentrò nuovamente. Questa volta riuscì a comprenderne alcune. Il suo stupore fu tale che decise di indagare più a fondo: sembrava che un uomo stesse parlando con se stesso, poiché la sua mente si rifiutava di credere che potessero esistere due persone assolutamente identiche, perfino nel timbro di voce. 
Si allontanò lentamente e si guardò intorno, come se cercasse qualcosa. Quando trovò una piccola grotta dall'ingresso quasi invisibile, vi si infilò dentro. Si sedette a gambe incrociate e chiuse gli occhi per concentrarsi meglio. Aveva un po' di paura perché non era da molto che lo sciamano le aveva insegnato quella tecnica, ma la curiosità era troppo forte: doveva vedere da vicino.
Cominciò a mormorare lentamente le complicate e cantilenanti formule magiche, oscillando col busto avanti ed indietro, fino a che, pochi minuti più tardi, si irrigidì e spalancò gli occhi, poi si accasciò a terra.
"Ci sono riuscita!" esclamò Elaine guardando il proprio corpo esanime. "Sono riuscita a staccarmi dal mio corpo fisico! Ora posso penetrare nel campo dei nostri nemici senza timore, senza che possano scoprirmi! Senza che possano ferirmi!
"Però devo sbrigarmi: non so quanto a lungo potrò resistere. E c'è sempre la possibilità che scoprano il mio corpo."

I tre ragazzini corsero a lungo fra le rocce, fino all'entrata mascherata di una galleria di un paio di metri di diametro, dalle pareti lisce e levigate, che sembrava scendere verso le viscere della montagna. Alcune macchie scure qua e là testimoniavano il passaggio dei vermi delle rocce. La possibilità che si trattasse di capi selvatici era assai remota, ma un po' di prudenza era necessaria, perciò la percorsero in silenzio, con i fucili spianati.
Dopo un paio di chilometri, la galleria si congiunse con un'altra, anche questa in discesa. Percorse alcune centinaia di metri giunsero ad una massiccia porta di metallo lavorato e brunito.
Picchiarono il battente contro la porta con tutte le loro forze, finché non gli fu aperto. 
Un robusto umano biondo, con barba e capelli lunghi, che indossava un pastrano militare marrone ed imbracciava una mitragliatrice leggera li guardò severamente.
"Gli invasori! Sono arrivati gli invasori!" gridarono i ragazzini.
Tra le circa quattrocento persone di ogni età che abitavano la grande caverna, si scatenò il panico.
Tutti cercavano di fuggire, strillando, ma nessuno sapeva dove, spintonandosi e calpestandosi, finché una voce tonante li obbligò a fermarsi.
Un uomo dalla folta capigliatura e dalla lunga ed appuntita barba bianca era apparso su una sorta di palco naturale. Vestiva di pellicce bianche e nere. Un alto cinturone di cuoio nero gli cingeva la vita, reggendo un lungo e sottile pugnale. I suoi lineamenti richiamavano quelli di Elaine.
"Cosa sta succedendo, qui!" tuonò. "Chi ha gridato? Chi ha osato portare lo scompiglio nella mia tribù?
"Parla, Oscar! Eri tu di guardia alla Sacra Porta, no?"
"Sì, venerabile capo. I ragazzini sono entrati urlando che sono giunti degli invasori" rispose il biondo umano indicando i tre.
Il capo li guardò severamente, poi ordinò: "Salite: subito! Quanto agli altri, che tutti tornino alle loro faccende. Se vi fosse veramente pericolo, non credete che le guardie ci avrebbero già avvisati?
"Usate la testa, un'altra volta! Cedere al panico porta solo confusione e non serve a nulla.
"Che vi serva di lezione." Si voltò e rientrò nel suo alloggio.
Come ogni altra abitazione del villaggio, era scavato nella viva roccia. Le pareti erano ricoperte di pellicce di vario genere. Il mobilio era di foggia troppo moderna per appartenere alla cultura degli autoctoni, perciò poteva provenire solo dalle basi dei ribelli. In un canto c'era un leggero tavolo da ufficio con un computer, spento visto che non conoscevano la corrente elettrica. Sedie e divani erano scolpiti nella roccia e ricoperti di pelliccia, come i pavimenti. Dei curiosi globi pulsanti, d'aspetto lattiginoso, emanavano luce sufficiente ad illuminare a giorno la relativamente spaziosa sala.
I tre ragazzini stavano in piedi, in attesa del capo. I loro volti apparivano preoccupati. Si erano resi conto di aver commesso un grave errore ed il padre di Elaine non era famoso per la sua indulgenza.
Quando poi avesse saputo che avevano abbandonato la figlia...
Il capo entrò pochi istanti dopo. Non era più alto di loro: gli autoctoni erano piuttosto bassi di statura e gracili, rispetto ai terrestri.
Li fissò severamente, con quegli occhi da felino, identici a quelli della loro compagna.
Senza parlare diede un violento manrovescio alla ragazzina bruna, dai lunghi capelli inanellati.
"Tu sei la più anziana, anche se sei una donna: era tua responsabilità tenere a freno gli altri" la redarguì. "Sai bene che la nostra vita è dura e pericolosa: non ci possiamo permettere di commettere errori, ne va della nostra sopravvivenza."
La ragazzina, col volto in fiamme, chinò la testa. Sapeva di aver mancato al suo dovere e di aver meritato la punizione, perciò non disse nulla. Il capo annuì, soddisfatto: dopo tutto non era irrecuperabile. Si voltò verso i ragazzi.
"Quanto a voi, pulire i porcili per un mese non può che farvi bene, almeno non farete danni e vi renderete utili.
"E adesso ditemi: dov'è mia figlia?"

Lo spirito di Elaine attraversò la parete e penetrò nella base. Si aggirò tra le decine di splendide guerriere sedute o sdraiate, intente a pulire le armi, a montare la guardia o a controllare i pannelli dei sistemi di vigilanza e di controllo. 
Incuriosita da tutte quelle cose nuove e strane non badò allo scorrere del tempo, finché una sensazione, paragonabile ad uno strappo, la avvisò che si stava deconcentrando. Con uno sforzo riprese la concentrazione e si allontanò dalle Pantere. Dopo tutto era stata attirata laggiù dalla curiosità per qualcun altro. 
Scese al piano inferiore. Anche qui numerose Pantere erano impegnate in varie attività. La sua attenzione venne attratta da una voce maschile. O da due identiche che fossero, anche se ancora il suo buonsenso rifiutava quella possibilità.
Si diresse verso la stanza dalla quale provenivano, attraversando un fitto schermo di guerriere, tutte all'erta e con le armi pronte. Il suo stupore fu totale quando li vide. Erano proprio due, identici come gocce d'acqua, assolutamente indistinguibili, tranne che per i simboli che portavano sul petto, poco sopra al cuore: tre stelle uno, una striscia rossa tra due dorate l'altro.
Il loro aspetto la spaventò, non potevano essere che guerrieri sanguinari e feroci, armati di pistole, fucili e coltelli che sembravano forgiati dai demoni. Stranamente però le loro aure non erano così malvagie come si sarebbe aspettata. Ciò la incuriosì ancora di più.
"Qualcuno dev'essere entrato nella base" disse d'un tratto il capitano, prendendo il suo fucile automatico.
"Sì" rispose il maggiore, afferrando il grosso fucile a pompa. "Non so come abbia fatto a sfuggire alle nostre ragazze, ma qualcuno è entrato: ci scommetto ciò che vuoi.
"Daphne!" chiamò.
"Maggiore?" rispose l'androide.
"Ci dev'essere un intruso da qualche parte."
"I sensori non rilevano forme di vita, signore."
"Eppure ci dev'essere qualcosa, qui" disse il capitano.
"Dà ordine di setacciare tutta la base ed i dintorni" ordinò l'altro clone.

Con orrore Elaine si rese conto di essere stata scoperta. Quei due dovevano essere telepati, almeno in parte. Certo, non potevano né vederla né catturare il suo spirito: ma potevano scoprire il suo corpo fisico. Si voltò e fuggì, mentre decine e decine di Pantere, armi alla mano, sciamavano dovunque, anche verso l'esterno. 
Passando attraverso le pareti uscì all'aperto, sicura di avere un certo vantaggio su di loro, che le avrebbe permesso di rientrare nel suo corpo e di allontanarsi, protetta dalle tenebre. 
Scoprì ben presto di essersi sbagliata: le guerriere erano dovunque, anche tra le rocce.
Spaventata a morte, come una preda braccata, quale in realtà era, rientrò in sé, solo per scoprire di essere intrappolata. 
Nonostante l'intontimento, la stanchezza e le membra intorpidite dal freddo e dalla lunga immobilità, cercò di sfruttare le sue straordinarie capacità per cercare una via di fuga. Ma non ne trovò alcuna, entro pochi istanti l'avrebbero scoperta, ed era inutile che cercasse di nascondersi, visto che i sensori di cui disponevano gli invasori erano in grado di rilevare anche la minima traccia di vita. Mettersi a correre era altrettanto inutile, poiché lo sforzo sostenuto era stato tale da lasciarla quasi inerme ed incapace di muoversi. La sua mente era ancora sveglia, ma il suo corpo era esausto.
Pochi istanti più tardi le prime Pantere apparvero nella caverna. Le rimaneva un'ultima carta da giocare, ed un solo tentativo a disposizione. Raccolse le sue residue energie e scagliò le proprie emozioni contro le menti delle guerriere. Si sarebbero dovute spaventare e fuggire, ma con sua grande sorpresa non si scomposero: lei non poteva sapere che in realtà erano macchine. La loro somiglianza con gli esseri umani era tale che era impossibile capire che non erano vere donne, tranne che quando combattevano, e perché erano talmente splendide e perfette che non potevano essere vere.
Ormai rassegnata alla cattura non reagì in alcun modo quando la sollevarono e la portarono fuori, semisvenuta.
L'aria gelida la rianimò, almeno abbastanza da poter sondare con estrema cautela le menti delle sue catturatrici. Ovviamente non trovò ciò che cercava, quindi si rese conto che non erano esseri comuni. Reclinò il capo.
Udì le voci dei due cloni, e poco dopo li vide apparire. Finalmente percepì l'attività di menti umane.
A quanto pareva, la maggioranza senza attività cerebrali umane era controllata da quei due esseri umani, per quanto le sembrassero demoni....Allora c'era ancora una speranza: prendere il controllo delle menti di quei due, così da poter controllare tutte le guerriere tramite loro! Raccolse tutte le energie residue e si apprestò a sferrare il suo attacco. Era molto debole, perciò doveva attendere che fossero molto vicini...
I due cloni si avvicinavano, sospettosi: il loro istinto li avvisava del pericolo.
"Allora c'era qualcuno" disse il maggiore, guardandola. 
Accortosi che si trattava di una ragazzina, si mise il fucile a tracolla e le sorrise. Stava per dirle qualcosa, quando lei drizzò la testa e lo fissò.
Il clone reagì all'istante. Senza neppure pensare, impugnò la pistola e posò la canna sulla fronte di lei.
"Non provarci, ragazza! Non provarci neppure, altrimenti ti faccio scoppiare la tua graziosa testolina!"
"Che succede?" chiese Daphne.
"La piccola è una telepate: può attaccare usando la mente."
"Una razza indigena dotata di poteri telepatici. Siamo a posto" disse l'altro clone.
"Daphne."
"Maggiore?"
"Ascoltami bene: se uno di noi due, o entrambi, dovessimo cominciare a comportarci in modo strano, diverso dal solito, uccidila."
"Sì, maggiore."
"Qualcosa mi dice che capisci la nostra lingua, fanciulla, perciò ora sei avvisata: prova a farci qualche scherzo e sei finita, chiaro? A noi non piace uccidere le graziose bambine come te, ma capisci bene che non avremmo altra scelta se tu provassi a controllare le nostre menti."
Elaine non rispose.
"Sono sicuro che hai capito, vero piccola? Altrimenti peggio per te.
"Avanti, rientriamo."

La distesero su un giaciglio presso una parete, a poca distanza da quelli dei due ufficiali, legata mani e piedi, vicino a quello che per lei era una sorta di strano cubo scuro che emetteva calore. Si sdraiò sulla schiena e sospirò. Eccola prigioniera. Chissà quale terribile sorte le sarebbe toccata?
Chissà quali torture avrebbero escogitato per strapparle tutte le informazioni sul Popolo che vive nelle viscere della Montagna Sacra? 
Le Tribù dei Vulcani l'avrebbero avvicinata lentamente ai laghi di lava fino a che il calore l'avesse ustionata irreparabilmente e poi l'avrebbero lasciata a morire fuori, sulle pendici delle loro montagne di fuoco.
Gli abitanti delle pianure avevano molte tecniche, tutte terrificanti a quanto aveva sentito, una peggiore dell'altra.
Cosa le avrebbero fatto questi due?

"Che ne facciamo della ragazzina?" chiese il capitano.
"Lasciamola cuocere nel suo brodo, per ora. Domani vedremo di parlarle. Anche se non lo ha ammesso, sono sicuro che ci capisce. Sembra una ragazzina curiosa ed intelligente, quindi se è in contatto con i ribelli avrà senz'altro imparato qualcosa della nostra lingua. Preferisco cercare di usarla come tramite con gli abitanti di queste regioni piuttosto che in altro modo. Vorrei evitare di combattere se è possibile. Qualora non ci fosse altra via d'uscita, lasceremo come al solito la parola alle armi."
"In questo caso avremmo un problema."
"Già. Noi due siamo gli unici esposti ad attacchi psichici. Non credo che tutta la sua gente abbia queste capacità, forse ce le avranno gli sciamani o i capi, comunque poco importa quanti siano: noi saremmo fregati in ogni caso."
"Se si arriverà ad uno scontro dovremo evacuare e lasciare alle ragazze ed ai robots il compito di risolvere la questione."
"Esatto. Avvisiamo il comando sulle nuove scoperte. Qualora dovesse capitarci qualcosa almeno sapranno cosa devono aspettarsi."

"Per ora sta bene, non le hanno fatto del male" disse il decrepito sciamano, appena rientrato nel suo corpo. 
Il padre di Elaine sospirò, parzialmente sollevato. "Concentrati di nuovo ed attaccali: i tuoi poteri sono enormi, tu puoi distruggere le loro menti e liberarci di loro."
Lo sciamano scosse il capo calvo e scrollò le spalle curve. "Guerrieri! Pensate solo ad attaccare.
"Non ti è venuto in mente che prima bisogna conoscere il nemico?
"Il mio spirito ha parlato con Elaine. Mi ha detto che solo i due capi sono umani, gli altri non hanno una mente."
"Com'è possibile? Ogni essere vivente ha una mente, perfino i vegetali!"
"Loro vengono da un altro mondo, non dimenticarlo. Puoi sempre chiedere ai terrestri se ne sanno qualcosa.
"Quei due che ti dicevo, hanno ordinato agli altri di ucciderla se avesse cercato di usare i suoi poteri su di loro. Non sembra che loro abbiano intenzione di farle del male, mentre se decidessi di attaccare, saresti tu a causarne la morte."
"Cosa dovrei fare, allora?" scattò il capo, esasperato.
"Dovremo attendere che siano loro a fare la prossima mossa. Intanto possiamo parlare con i nostri amici e farci dire da loro tutto quello che sanno" rispose lo sciamano.
Si alzò faticosamente in piedi, aiutandosi con un robusto bastone, contorto come un serpente ed intagliato rozzamente. Rifiutò l'aiuto offertogli dai due giovani guerrieri che avevano accompagnato il capo ed uscì dalla tetra caverna che era la sua dimora.
Attraversata l'immensa sala sotterranea dove l'intera tribù svolgeva le proprie attività, raggiunsero la zona dove abitavano i terrestri. 
Una ventina di minuti più tardi, tutti i terrestri erano radunati nella casa dell'ufficiale che a suo tempo aveva comandato la squadra di sabotatori. In tutto erano quindici. Gli ex ribelli erano due uomini e quattro donne, gli altri erano i loro figli, quattro maschi e cinque femmine. Avevano adottato lo stile di vita degli autoctoni perciò portavano tutti i capelli lunghi ed oltre a capi di abbigliamento terrestri indossavano anche pellicce.
Ascoltarono attentamente le descrizioni dello sciamano e dei tre compagni di Elaine, in silenzio.
"Che ci potete dire di loro?" chiese il capo.
"Li conosciamo" disse l'ex ufficiale. Era un tipo robusto, sulla cinquantina dai capelli e barba striati di grigio. "Appartengono alla Guardia. I due ufficiali sono dei cloni, i soldati sono androidi."
"An...cosa?" chiese il capo.
"Macchine di aspetto umano. E' molto complicato da spiegare a chi non ha sufficienti conoscenze scientifiche. Sappi, comunque, che sono i peggiori nemici che si possano incontrare, e che sono numerosissimi."
"Circa centocinquanta" rispose il capo alzando le spalle. "Noi siamo molti di più. Ed abbiamo i lambam."
"No, quelli sono solo una minima parte, una semplice compagnia di esploratori. Quanto ai lambam, i vermi delle rocce, come li chiamiamo noi, ci sarebbero d'aiuto solo in scontri di poca importanza.
"Forse potresti battere questa compagnia, con molta fortuna, ma appena arrivassero le macchine volanti verremmo distrutti in men che non si dica. Evita lo scontro, se puoi."
Era chiaro che quel discorso non era piaciuto al capo, e l'ufficiale lo aveva capito. Si limitò a scrollare le spalle. "Spetta a te decidere" concluse.
Il capo guardò lo sciamano.
"Aspettiamo che siano loro a muoversi" disse questi.
"Aspettiamo" decise il padre di Elaine, piuttosto contrariato.

Quando Elaine aprì gli occhi vide che i due cloni la stavano fissando. Erano seduti a gambe incrociate sui loro giacigli, rivolti verso un rudimentale tavolino dove erano disposti piatti, tazze ed altre cose.
"La nostra graziosa ospite si è svegliata" disse il maggiore, sorridendole. "Daphne, liberala" ordinò.
Quando l'androide l'ebbe slegata, il capitano la invitò con un gesto ad unirsi a loro.
Visto che esitava le disse: "Sù, non ti mangiamo mica. Vieni a fare colazione con noi, così potremo parlare un po'."
Parlare? Che strano modo di trattare i prigionieri, avevano questi invasori...invitarla a colazione per parlare...e di cosa, poi? Be', effettivamente aveva fame, e poi non le conveniva irritarli, visto che la stavano trattando piuttosto bene.
Muovendosi sulle ginocchia percorse il metro e mezzo che la separava da loro e si sedette al posto che le veniva indicato. 
Osservò con curiosità gli strani oggetti che aveva davanti. Molti le erano familiari. Nonostante l'aspetto decisamente diverso da quelli corrispondenti cui era abituata, le loro funzioni erano chiare, e poi somigliavano agli oggetti dei terrestri che vivevano col suo popolo. 
"Spero che il nostro cibo ti piaccia" le disse il maggiore, versandole nella tazza un fumante liquido nocciola, mentre l'altro spingeva verso di lei un piattino con delle strane cose dall'aspetto soffice ed invitante.
Rendendosi conto che probabilmente non sapeva come comportarsi, i due cominciarono a mangiare per primi, allora Elaine li imitò.
I cibi dei terrestri avevano dei sapori molto diversi da quelli cui era abituata, ma non sgradevoli.
Consumarono in silenzio la colazione, poi il maggiore le disse: "Che ne diresti di dire qualcosa? Tanto per renderci conto che non sei muta."
Elaine alzò le spalle. "Non ho niente da dire" rispose.
"Allora parli la nostra lingua."
"Un po'. Non è tanto diversa dalla nostra, in fondo."
I due cloni si guardarono: due lingue somiglianti in due pianeti diversi? Decisero che non era la questione più urgente, perciò passarono oltre.
"Suppongo che tu non viva sola" disse il maggiore.
"No, vivo con la mia gente. Noi siamo gli Iksar na vut che nella vostra lingua significa più o meno 'il Popolo che vive nelle viscere della Montagna Sacra'."
"Non sembra che la tua lingua somigli tanto alla nostra" notò il capitano.
"La lingua che usiamo comunemente è diversa dall'antica lingua del nostro popolo, che ora viene usata solo dagli sciamani e dagli iniziati. Alcuni termini però sono rimasti nell'uso comune."
"Quindi tu sei un'iniziata" disse il maggiore.
"Sì. Forse un giorno prenderò il posto del grande Intu, il nostro sciamano."
"Dunque sei ben conosciuta dal tuo popolo. Conosci bene i vostri capi."
Elaine sorrise. "Il venerabile Atlain, il capo della mia tribù, è mio padre."
"Ottimo" dissero in coro i due terrestri.
Elaine li guardò sorpresa.
"Che ne diresti di tornare fra la tua gente ed organizzare un incontro tra noi e tuo padre? E magari anche con lo sciamano?" propose il maggiore.
"Non so se accetterebbero di parlare con dei nemici: i nemici si combattono, non ci si parla" rispose lei, dubbiosa.
"Ma noi non siamo nemici" rispose il capitano. 
"Almeno non ancora" puntualizzò il maggiore. 
Elaine rifletté sulle loro parole, e soprattutto sull'ultima frase. Appariva chiaro che nonostante il loro desiderio di trattare non li spaventava l'idea di combattere. Aveva imparato a conoscere la potenza delle armi terrestri, e poteva quindi immaginare quali danni avrebbero potuto fare tutte quelle che vedeva intorno a sé. Nonostante i lambam la sua gente rischiava una disfatta.
"Parlerò con mio padre" disse con un sospiro. "Ma non posso garantire che accetterà" avvisò.
"Almeno ci avrai provato" rispose il maggiore. "Vedi, nonostante le apparenze, a noi non piace uccidere quando possiamo evitarlo."
"A meno che non siano gli altri a sparare per primi" continuò il capitano.
"Naturalmente" disse Elaine. "Farò del mio meglio per evitare che tra noi ci sia la guerra...ma quale sarà il prezzo della pace?"
I due cloni si guardarono. "Domanda acuta, fanciulla" si complimentò il capitano.
"Che merita una risposta sincera" aggiunse il maggiore. "A noi non interessa l'intero pianeta, né sottometterne gli abitanti, poiché non abbiamo bisogno né di schiavi né di nuove reclute. A noi servono le risorse minerarie ed il necessario al mantenimento delle nostre basi: il resto ve lo potete tenere."
"Suppongo che vivano dei terrestri, con voi" disse il capitano.
Elaine tacque, non sapendo se fosse saggio rivelare questa informazione.
"Un tempo erano nostri nemici, se davvero si tratta di chi pensiamo" continuò il maggiore. "Puoi dire loro che la guerra si è conclusa quindici anni fa con la nostra vittoria, e che quelli dei loro compagni che non sono morti, o vivono confinati sulla Terra, o sono dispersi da qualche parte nello spazio. Puoi dire loro che noi non abbiamo motivo di considerarli dei nemici, se loro non ci saranno ostili.
"Ma aggiungi che se ci dovessero attaccare, o che se dovessero spingere la tua gente contro di noi, allora avranno commesso il loro ultimo errore."
"Di' pure che le nostre non sono minacce, ma promesse. Se la loro memoria è abbastanza buona si ricorderanno che noi le manteniamo sempre" aggiunse il capitano.
"Per quel che riguarda il tuo popolo, se decidessero di attaccare le nostre menti, probabilmente noi due soccomberemmo, ma a quel punto avreste segnato la vostra distruzione, poiché i nostri fratelli ci vendicherebbero. Non riuscireste mai ad immaginare con quanta ferocia.
"Anche queste sono promesse, non minacce."
"Ci rendiamo perfettamente conto che una proposta di pace posta in questi termini può apparire offensiva" si scusò il capitano, notando che lo sguardo della ragazza si era indurito. "Però, forse sbagliando, noi crediamo che sia meglio mettere tutte le carte in tavola, anziché stare a perdere tempo in lunghe e noiose trattative durante le quali si cerca di infinocchiarsi a vicenda anche se entrambe le parti sanno benissimo come stanno le cose."
Elaine, pur se ancora un po' risentita, non poté fare a meno di dirsi d'accordo.
"Non so se la mia gente la prenderà come me" avvertì.
"Se accadrà non sarà per colpa tua" rispose il maggiore.
"Tieni" le disse il capitano porgendole un leggero fucile automatico ed una sacca di caricatori. "Un dono per te da parte mia. Un'arma è sempre utile da queste parti. Che tu non debba mai usarla contro di noi."
Il maggiore le porse un cinturone con fondina, revolver semiautomatico con canna da tre pollici, munizioni e un coltello da combattimento dall'aria pericolosa. 
"E questo è da parte mia, con lo stesso augurio. Se volessimo la guerra non ti daremmo delle armi in dono, ti pare? Certo, potresti pensare che sia una finta, ma se ci conoscessi abbastanza, sapresti che di solito andiamo dritti al punto, senza trucchi od inganni."
"Vi credo" disse Elaine, sorridendo ad entrambi. "Non so cosa penseranno gli altri, ma io vi credo. E vi ringrazio. Come posso contraccambiare i vostri doni? Non ho nulla con me."
"Prova con un bacio" suggerì il maggiore, sorridendole.
Elaine sorrise a sua volta, sconcertata, poi li baciò entrambi sulle guance, morbide, come le barbe. Si mise la sacca ed il cinturone -troppo largo per la sua vita- a bandoliera, ed il fucile in spalla. 
La accompagnarono all'uscita.
Il vento si era calmato, trasformandosi in una lieve brezza, a tratti calda: nonostante la loro distanza, i vulcani ricordavano a tutti la loro esistenza.
"Un altro dannato terremoto" imprecò il maggiore. "Be', buon viaggio e buona fortuna, ragazza."
"Che la tua missione abbia successo e che ci si possa rivedere da buoni amici" augurò il capitano.
"Che ci sia la pace tra noi" rispose Elaine. "Vi ringrazio ancora per i doni."
Si voltò e si avviò verso le rocce. Pochi attimi più tardi era già scomparsa.
"Che dici? Ci riuscirà?" chiese il maggiore, dubbioso.
"A convincere i suoi? Mi sa di no" rispose il capitano, scuotendo la testa. 
Il maggiore annuì. "Sarà meglio prepararci ad un assedio. Torniamo centro e diamoci da fare."
"Ed in fretta, anche." 

Elaine raggiunse rapidamente l'ingresso della stessa galleria imboccata dai suoi compagni la sera prima. Come loro ritenne prudente stare in guardia contro possibili brutti incontri, quali i lambam selvatici, per esempio; ma non c'erano solo quelli da cui guardarsi. Imbracciò il fucile e si inoltrò nella galleria, pronta a reagire ad ogni sorpresa.

"Ecco l'ingresso al loro rifugio, dunque" mormorò il capitano guardando le immagini che avevano riportato i minuscoli robots volanti mandati a spiare i tre ragazzini.
Il maggiore appariva dubbioso. "Se sono in grado di penetrare le nostre menti, verranno a sapere che noi conosciamo la loro ubicazione, e di come ne siamo venuti a conoscenza...Potrebbe essere la causa di un peggioramento della situazione."
"E' vero, ma anche loro ci avevano spiati; e probabilmente lo avranno fatto ancora. Loro usano i loro sistemi, noi i nostri: non mi sembra il caso di rinunciare ad un vantaggio solo per timore di irritare un nemico già propenso ad attaccarci."
"Hai ragione. Avvisiamo il comando dell'accaduto e delle nostre fosche previsioni. Specifichiamo che si tratta solo di previsioni, non di certezze, per ora."

Il ritorno di Elaine con i suoi strani doni, fece scalpore al villaggio. Atlain, già avvisato da Intu, fu meno sorpreso. La figlia trovò che il suo benvenuto fosse un po' troppo freddo, rispetto a quanto si sarebbe aspettata. Ritenne che ciò fosse dovuto al desiderio di suo padre di mantenere un certo autocontrollo davanti alla tribù, ma quando si accorse che anche in privato si comportava allo stesso modo, cominciò a preoccuparsi. Nonostante ciò riferì ciò che le avevano chiesto i cloni.
"Ah, è così, dunque" disse Altain, quando ella ebbe finito di raccontare. "Mi ero chiesto perché dei nemici lasciassero andare un ostaggio prezioso, ma ora è chiaro: ti hanno abbindolata con qualche chiacchiera e dei regali. Ti credevo più astuta, figlia."
"Ma...padre...le loro aure non potevano mentirmi..."
"Silenzio! Evidentemente conoscono un metodo per celare i loro veri sentimenti. Oppure tu sei un'allieva poco diligente e non hai appreso appieno gli insegnamenti del tuo maestro."
"Padre! Sei ingiusto! Io..."
"Tu non uscirai da questa stanza per nessun motivo. E per nessun motivo parlerai ad altri di tutto questo: non voglio che mia figlia sia conosciuta come una sciocca che si è fatta abbindolare da due esseri nati contro natura."
"Ma cosa..."
"Mi hai sentito! Obbediscimi, o sarà peggio per te.
"Quanto a loro, non vivranno a lungo per vantarsi del loro successo."
Senza aggiungere altro si alzò ed uscì.
Dal centro del villaggio veniva un trambusto che Elaine conosceva bene: lo aveva udito tante volte. Si avvicinò al balcone, stando attenta a non farsi vedere ed osservò.
Circa duecento guerrieri, tra cui alcuni umani, ed una trentina di lambam, erano pronti a muovere contro il nemico.
"Ho fallito" pensò tra sé la ragazza, tristemente. Con una decisione improvvisa scagliò il suo pensiero in direzione della base.

I due ufficiali percepirono il messaggio simultaneamente.
"Dannazione!" imprecò il maggiore.
"Siamo fregati. Come diavolo potremo difenderci dagli attacchi psichici?" si chiese il capitano.
"Non lo so. Non ho idea di come funzionano. Forse potremmo provare ad opporre la nostra volontà alla loro."
"O magari potremmo iniettarci una dose di droga e metterci fuori combattimento, così non potranno controllare le nostre menti."
"Oppure..." sbottarono in coro.
"Sì" disse il maggiore. "Oppure, anziché pensare a difenderci, dovremmo attaccare."
"Esatto! Uccidiamo lo sciamano e gli iniziati prima che ci possano aggredire."
"Daphne!"
"Sì, maggiore?"
"Gli strumenti sono in grado di riconoscere attività cerebrali anomale? Dopo tutto si tratta sempre di energia, no?"
"Sì, è possibile."
"Prepara un gruppo d'assalto. Ricercate ed uccidete tutti coloro che presentino un'attività cerebrale superiore alla media. Evitate di uccidere quella ragazzina, se è possibile."
"Sì, maggiore."
"Facciamo un tentativo?" chiese il capitano.
Il maggiore lo guardò. "Dici che funzionerà?"
"Non lo so, ma dobbiamo almeno provarci. Mi è simpatica la piccola."
"Sì, anche a me. Dài, allora."
Si concentrarono e lanciarono con tutta la loro volontà un messaggio: "La guerra è iniziata. Stanne fuori, Elaine. Siamo costretti a difenderci, ma non vogliamo fare del male anche a te."
Ci riprovarono più e più volte, finché le sentinelle non li avvisarono che i primi nemici risalivano la galleria.
"Bene, fratello, buona fortuna a tutti e due" augurò il maggiore.
"Speriamo che le nostre ragazze riescano a batterli sul tempo."

Atlain ed Intu cavalcavano lo stesso lambam. La mezza dozzina di iniziati dello sciamano, avvolti in rozze tuniche grigie procedevano a piedi, ai lati del mostruoso verme, simile ad un lombrico gigantesco.
"Appena saremo alla distanza giusta, tu ed i tuoi discepoli annienterete i due cloni" ordinò il capo. "Un attacco potente e deciso, che li stroncher..." 
Atlain ammutolì: la testa di Intu non era più sul suo collo. Ed egli era coperto dal sangue caldo dello sciamano.
Alzò lo sguardo: uno strano essere volante, una via di mezzo tra una grossa zanzara ed un granchio, era sospeso sopra di lui, con le mostruose chele metalliche grondanti sangue. 
Non si era ancora riavuto dalla sorpresa che anche gli iniziati cominciarono a cadere sotto le fucilate delle numerose Pantere che erano apparse davanti a loro. Era chiaro che l'avanguardia era stata annientata.
"Ma com'è possibile? Senza nemmeno un grido, un rumore..." mormorò.
Il capo dei terrestri, accanto a lui, a piedi, gli rispose: "Si aspettavano il nostro attacco e ci hanno teso un'imboscata in forze. 
"Dovevano conoscere i poteri dello sciamano e dei suoi iniziati, così li hanno uccisi prima che potessero farne uso. In questo modo abbiamo perso l'unico vantaggio che avevamo su di loro."
"Lo vedremo! Vedremo cosa potranno fare contro i lambam!"
Ad un suo rabbioso ordine, tutti coloro che cavalcavano i vermi delle rocce scesero a terra.
"Vedremo se le loro armi sono così potenti da distruggere trenta lambam lanciati all'attacco contemporaneamente. Lambam davanti, a scavare le gallerie, gruppi di guerrieri subito dietro, ad infilarsi nelle brecce!
"Vedremo che vincerà!"
Il terrestre scosse la testa, ben sapendo quanto fosse inutile cercare di ragionare su quel punto: per Atlain i lambam erano invincibili e basta. La sua era una convinzione suffragata dal fatto che, anche se qualcuno di essi era stato ucciso, nelle precedenti battaglie contro gli altri nemici una carica a valanga di quei bestioni era sempre riuscita ad annientare ogni avversario, per quanto numeroso ed agguerrito.
Solo che questi non erano i soliti nemici. Quel cocciuto capo autoctono non poteva neppure immaginare quale fosse la potenza delle armi a raggi che costituivano l'armamento pesante delle compagnie autonome inviate in territori potenzialmente molto pericolosi, come quello. Ma avrebbe visto con i suoi occhi.

Nello stesso momento altri occhi, appartenenti a corpi nascosti da rocce e tenebre spiavano le mosse degli Iksar na vut, sia di quelli che partecipavano alla battaglia che di quelli rimasti al villaggio. Nella sua ira, Atlain si era scordato dei nemici naturali contro i quali aveva sempre combattuto, ma essi non si erano scordati di lui e non avevano mai smesso di sorvegliare le mosse degli Iksar, nella speranza di poter effettuare qualche proficua razzia. Il timore dei lambam li aveva sempre trattenuti da un attacco decisivo, limitando le loro attività al livello di rapimenti, imboscate e razzie limitate, ma a quanto pareva i nuovi venuti stavano offrendo loro la possibilità di un ricco bottino.

Confinata nel proprio alloggio, Elaine non sapeva darsi pace per il suo fallimento. Aveva avuto l'opportunità di evitare una guerra ma non era riuscita a sfruttarla. 
Sia pure con difficoltà era riuscita ad afferrare il senso del messaggio dei cloni. Le loro menti non erano allenate come la sua a comunicare con altre, ed essi avevano solo parzialmente intuito come utilizzarle, non potendo contare su un addestramento specifico; tuttavia erano riusciti a contattarla, in qualche modo. E soprattutto si erano dimostrati molto ricettivi, captando il suo avvertimento.
Aveva captato la morte del suo maestro e dei suoi compagni e ciò le causava un grande dolore, ma non riusciva ad odiare coloro che l'avevano causata: dopo tutto si erano solo difesi, poiché Intu e gli altri li avrebbero uccisi, o perlomeno distrutto le loro menti. Doveva ammettere che se questo fosse accaduto il dolore non sarebbe stato minore. Ne fu sorpresa. Non era mai accaduto che nascessero simpatie nei confronti di stranieri: straniero era sempre stato sinonimo di nemico. Su Ade, Imock, come lo chiamavano gli Iksar, chi riusciva a piazzare bene il primo colpo sopravviveva, gli altri morivano. La reazione di suo padre era quindi comprensibile, vivendo in quel mondo non poteva reagire diversamente, poiché i nuovi avversari gli avevano offerto un vantaggio: cercando di trattare avevano abbassato la guardia, e secondo lui era il momento migliore per colpire, se erano sinceri; se era un inganno, come egli sosteneva, doveva attaccare prima di quanto essi si sarebbero aspettati.
Anche Elaine era una Iksar, anch'ella era sempre vissuta su Imock, anch'ella avrebbe dovuto trarre le stesse conclusioni di suo padre ed usare i doni degli stranieri contro di loro. Si chiese perché non fosse così, perché per lei fosse diverso. Le venne in mente che spesso, in natura, in mezzo ad esemplari tutti uguali, o molto simili, ne nascono di diversi; a volte questi muoiono, altre volte sopravvivono meglio degli altri; qualche volta addirittura primeggiano...La conclusione logica era che anch'ella era uno di quegli esemplari diversi. Restava da vedere se sarebbe stata uno di quelli che sopravvivono o uno di quelli che soccombono.

All'interno della base i due cloni osservavano attentamente l'evolversi della situazione usando le microcamere dei numerosi robots: poter vedere direttamente e da molte angolazioni diverse le mosse del nemico era un vantaggio non inferiore ad un'arma potentissima. Quando videro i lambam cominciare ad aggredire la roccia, capirono al volo le intenzioni degli Iksar. A conferma delle loro supposizioni, i sensori indicarono ben presto che trenta esseri viventi di enormi dimensioni stavano convergendo da ogni direzione sulla base.
"Per l'inferno! La vedo nera!" imprecò il capitano.
"Già" confermò il maggiore.
Rapidamente i due ufficiali divisero le loro forze in trenta gruppi, ciascuno dei quali avrebbe dovuto affrontare ogni singolo lambam. Potendo seguire tramite i sensori il movimento di quei bestioni, avevano la possibilità di prevedere la direzione degli attacchi ed essere pronti a respingerli. Ma era un vantaggio relativo, poiché non potevano conoscere quanto sarebbe stato devastante l'attacco di un lambam. Certo, ne avevano uccisi molti, ma in quei casi li avevano colti di sorpresa; in questo caso, invece, se li trovavano davanti lanciati alla carica.
L'intera base tremava violentemente a causa del rapido avvicinarsi di quei mostri.
"Attenti! Ci sono addosso!" gridò il maggiore.
Un istante dopo le enormi bocche irte di denti simili a sciabole dei lambam sbucarono nella base accompagnate dai grossi corpi e da piogge di detriti. Come i due ufficiali avevano temuto, il vantaggio di poter seguire le traiettorie dei mostri non era stato sufficiente ad evitare che le difese venissero penetrate e scompigliate, tale era la potenza e la velocità che quegli enormi esseri erano in grado di sviluppare. 
La loro grande mole schiacciò diverse androidi, nonostante la robustezza dei materiali con cui erano costruite. Anche i due cloni avevano rischiato di fare la stessa fine, ma un po' grazie alle tute corazzate, un po' grazie alla fortuna di essere finiti in una rientranza della parete, se l'erano cavata senza danni.
Le Pantere sparavano con tutte le armi contro i lambam, senza preoccuparsi per il numero di loro compagne che venivano schiacciate o dilaniate dai mostri: dopo tutto paura e dolore non rientravano nella loro programmazione.
Non era così per i due cloni, invece. Nonostante sapessero perfettamente che in realtà si trattava solo di macchine in forma umana, essi erano affezionati a ciascuna di esse e assistere alla distruzione di così tante di loro, li riempì oltre che di dolore, anche di una furia cieca e distruttiva, che annullò completamente sia la paura che l'istinto di auto conservazione. Ciò che li spinse ad aggredire i mostri con qualunque cosa potesse servire a danneggiarli non aveva niente a che vedere con il coraggio: era un vero e proprio attacco di follia distruttiva.
Con i riflessi del corpo e della mente spinti ad una rapidità e ad una lucidità impossibili in condizioni normali, correndo rischi che avrebbero evitato quando erano in sé, si gettavano davanti alle fauci spalancate dei lambam e vi lanciavano dentro grappoli di bombe a mano, per poi infilarsi in ogni più piccolo anfratto che potesse fornire un minimo di riparo dalla violenza dell'esplosione e dai grossi pezzi di lambam che piovevano tutt'attorno.
Dopo alcune di queste azioni, l'aggressività dei lambam venne superata dalla loro voracità, quindi si gettarono sui resti dei loro compagni morti e si misero a divorarli, distraendosi dall'attacco ai nemici dei loro padroni. Nonostante fossero stati addomesticati, i loro istinti atavici avevano avuto il sopravvento. In qualche caso, addirittura, anziché limitarsi ad ignorare i comandi degli Iksar che li seguivano, si voltarono e li attaccarono, dilaniandone parecchi con i denti e schiacciandone molti altri con i corpi.
Sfruttando al volo il cambiamento della situazione, le Pantere ne approfittarono per concentrare il fuoco di tutte le armi rimaste efficienti contro gli attaccanti -mostri, terrestri ed Iksar-, su un gruppo per volta, anziché disperderlo contro tutti contemporaneamente.
In mezzo ad uno scenario apocalittico di frane, corpi schiacciati, dilaniati, esplosi, gli androidi terrestri annientarono le forze attaccanti, continuando a sparare fino a che non ne rimase che uno solo in vita. I loro programmi dicevano che a volte qualche prigioniero può essere utile.
I due ufficiali, con le tute lorde di polvere, sangue, brandelli di carne di lambam o altro, si accasciarono contro quel che restava di una parete, esausti e stravolti. Di punto in bianco le loro menti avevano ritrovato il controllo, anche se ciò li aveva prostrati. 
Dopo alcuni lunghi istanti di silenzio, spesi a cercare di riprendere fiato, il maggiore mormorò:
"E' stato un macello...per poco non ci hanno distrutti..."
"Sì...ma non...credo che...abbiano ancora forze...sufficienti per tentare un altro assalto..."
Daphne si avvicinò trascinando per la collottola uno sparuto prigioniero, un iksar molto giovane e spaventato. 
"L'ho interrogato: dice che non hanno più un solo verme adulto da mandarci contro. Il loro capo voleva annientarci con un unico attacco. I vermi che gli rimangono sono numerosi, ma sono solo cuccioli; di dieci metri, ma cuccioli. Non sono ancora addestrati per la guerra, perciò non rappresentano un pericolo."
"Bene, ottimo lavoro, Daphne. Facci avere un rapporto dettagliato su ciò che ci è rimasto" rispose il maggiore.
"Cinquantadue Pantere efficienti al cento per cento, trentasei fra il cinquanta ed il settanta per cento. Il resto sono state distrutte o non sono comunque utilizzabili a causa dei danni riportati" rispose col solito quieto ed efficiente tono di voce l'androide.
"Quanto tempo ci vuole e quante Pantere possiamo recuperare riparandole con i pezzi ancora utilizzabili di quelle perdute?" chiese il capitano, ricacciando il senso di ribrezzo che gli ispiravano le sue stesse parole.
"In circa dodici ore possiamo riportare al cento per cento le suddette trentasei e recuperarne altre dodici, forse quindici."
"D'accordo, rapezziamo tutte quelle che possiamo" rispose il maggiore. "Ma non trascuriamo la sorveglianza."
"Che dannata batosta! Un terzo delle nostre forze distrutte. E meno male che sono androidi e si possono riparare! Se fossero stati umani da curare saremmo ridotti a un terzo" commentò il capitano.
"Già. Ed il peggio è che ho la sensazione che non sia ancora finita."
"Vorrei poterti contraddire, ma temo anch'io che sia così. Speriamo che ci diano il tempo di riprenderci."
"Non ci conterei troppo. Anche se generalmente preferisco evitarlo, sarà meglio che ci inghiottiamo un paio di pillole di 'ricostituente'." 
Mentre le androidi funzionanti provvedevano a riparare le loro compagne, a sorvegliare le brecce ed a raccogliere tutto ciò che poteva ancora essere utile -armi, componenti di strumenti ancora funzionanti, pezzi di lambam commestibili, sia per gli ufficiali che per i loro sistemi di funzionamento secondari- i due cloni ne approfittarono per rimettersi in forze, grazie all'uso di una particolare sostanza che ricostituiva in breve tempo le energie perdute. Naturalmente era una droga, e come ogni droga aveva delle controindicazioni, quindi era pericolosa se usata spesso; per questo i cloni preferivano evitarne l'uso, se non in caso di estrema necessità. E questo era uno di quei casi, visto che si trovavano ancora in pieno territorio selvaggio, montuoso, sconosciuto, ostile, senza vie di comunicazione, con le loro forze ridotte di un terzo alla prima battaglia, le scorte dimezzate ed a circa duecento chilometri dalle loro basi. 

Grazie alle sue capacità, Elaine aveva seguito la battaglia. O almeno ne aveva seguito le prime battute, poiché aveva inavvertitamente abbassato i propri schermi e l'ondata di terribili emozioni che avevano provato i partecipanti l'aveva colta di sorpresa, con estrema violenza, facendola svenire quasi subito. Questa era stata una fortuna, altrimenti la sua mente ne sarebbe rimasta sconvolta.
Quando rinvenne, si rese presto conto di com'era finita e di quanto tempo fosse rimasta priva di sensi. Desiderava saperne di più, ma dopo quanto le era accaduto non ne era in grado, neanche se ne avesse avuto il coraggio. Erano trascorse dodici ore e ancora nessun messaggero era giunto con la notizia della vittoria, né alcun fuggiasco aveva portato la notizia della sconfitta: ciò poteva significare solo una disfatta. O erano tutti morti, o i superstiti erano stati fatti prigionieri. Il suo intuito la faceva propendere per la prima possibilità.
Se così era, ben presto le truppe nemiche avrebbero bussato alla Sacra Porta.
Non si era ancora ripresa del tutto quando dei forti tonfi risuonarono contro la Porta, seguiti dalle grida d'allarme delle sentinelle. Ma ciò che udì non era quello che si aspettava.
"Le Tribù dei Vulcani sono qui!" gridò qualcuno.
I loro più acerrimi nemici avevano già saputo della rovinosa sconfitta degli Iksar e ne stavano approfittando! La Sacra Porta era assai solida, ma non indistruttibile: era solo questione di tempo prima che cedesse, e poi nulla avrebbe potuto salvare gli Iksar dai loro crudeli ed erculei nemici. Quasi tutte le armi da fuoco di cui disponeva la tribù erano state usate per l'attacco ai terrestri e a parità di condizioni, un iksar non aveva la minima speranza di sconfiggere un abitante dei vulcani, un vulnkt, essendo questi generalmente di dimensioni doppie, dotato di una forza sovrumana, di una ferocia bestiale e di un cervello così ridotto da non conoscere nemmeno la paura: se non quando si trovava di fronte un lambam lanciato all'attacco, almeno. Ma ora i lambam adulti erano stati tutti distrutti, perciò le uniche valide difese degli Iksar erano le poche armi terrestri e la Sacra Porta.
Mentre i pochi guerrieri rimasti - quelli troppo vecchi o troppo giovani per essere stati scelti da Atlain per la battaglia - cercavano di organizzare una difesa e di riportare un minimo di ordine tra la gente terrorizzata, Elaine rifletteva intensamente alla ricerca di una soluzione. Venne presto interrotta da un anziano guerriero armato di lancia e spada.
"Elaine" le disse. "Tuo padre è morto, ormai è notizia certa. Tu devi prendere il suo posto alla guida della tribù."
Ella annuì. Raccolse le armi donatele dai cloni e lo seguì. Insieme raggiunsero la serie di barricate di pietre che la sua gente stava costruendo lungo lo stretto passaggio che dalla Sacra Porta conduceva al villaggio.
"In questo modo riusciremo a trattenerli" spiegò il vecchio.
"Servirà solo a ritardare la nostra fine" rispose tristemente Elaine, a voce bassissima, perché nessun altro la udisse.
"Lo so, ma non possiamo fare altro che cercare di ucciderne il più possibile prima di essere uccisi noi stessi."
"Bello il tuo fucile. Chi te l'ha dato?" le chiese Miki.
Elaine guardò la propria arma, con gli occhi sbarrati; poi guardò il ragazzino. Gli sorrise ed esclamò: "Miki! Sei un genio! Cosa farei senza di te?"
Sia Miki che il vecchio guerriero la guardarono come se fosse impazzita, ma lei non vi badò, non aveva il tempo per dare spiegazioni. Con le mani premute contro le tempie per cercare di lenire il feroce mal di testa che lo sforzo le costava, si concentrò e lanciò la propria richiesta d'aiuto alle sole persone che su quel pianeta la potevano prendere in considerazione, gli stessi che le avevano donato quell'arma, gli stessi che mentre stavano per essere attaccati dalla sua gente si erano preoccupati di farle sapere che non provavano risentimento per lei. Essendo tanto strani, forse sarebbero corsi in suo aiuto, salvando così anche ciò che rimaneva della sua tribù.

Preceduti da una numerosa avanguardia e seguiti dal resto della loro compagnia, i due cloni stavano avanzando lungo la galleria che conduceva al villaggio iksar. La vittoria non sarebbe stata completa senza la sua conquista e la resa o la distruzione dei loro nemici.
Erano ancora piuttosto lontani quando dall'avanguardia giunse la notizia che numerosi esseri umanoidi si affollavano davanti alla roccaforte nemica.
"Chi diavolo sono?" chiese il maggiore all'iksar prigioniero.
"Vulnkt, Tribù dei Vulcani. Esseri mostruosi e crudeli, di forma umana, nostri nemici. Avranno saputo della nostra sconfitta e vorranno approfittarne per distruggerci, dato che non abbiamo più i lambam a difenderci."
"Quasi quasi ci conviene lasciare che siano loro a regolare i conti al posto nostro, no?" disse il capitano.
"Sì, ma in questo modo anche la nostra piccola amica farebbe una brutta fine, e questo non mi va."
"Neanche a me."
La richiesta di aiuto di Elaine li raggiunse proprio allora. Senza neppure consultarsi, entrambi risposero che stavano arrivando.

Elaine si accasciò a terra, comprimendosi la testa con le mani. Il dolore era terribile, ma presto sarebbe passato. Ciò che più contava era che i suoi amici, contro ogni ragionevole previsione, la avrebbero aiutata.
I tonfi contro la Porta continuavano senza interruzione, seguiti da preoccupanti cigolii e da nuvolette di polvere.
"Presto! Fate presto!" gemette.

"Sono giusto davanti a noi" avvisò una delle Pantere dell'avanguardia. "Sembrano alcune centinaia. Sono più grandi e più grossi di un uomo normale, vestono di pellicce e sono armati di mazze, lance, bastoni. Alcuni di loro, i più grandi, stanno cercando di sfondare una grossa porta metallica con un ariete di fortuna."
"Ci sono retroguardie o sentinelle che guardano da questa parte?" chiese il maggiore.
Prima che la Pantera potesse rispondere la Porta cedette con un terribile frastuono, seguito dalle grida di vittoria dei Vulnkt e di terrore degli Iksar. La paura di Elaine li raggiunse entrambi.
"Siamo qui!" risposero in coro, poi diedero il segnale d'attacco alle androidi.
Il fuoco di tutte le armi della compagnia si abbatté con effetti devastanti sulla folla degli abitanti dei vulcani, provocando una strage, ma non la sospensione dell'assalto agli Iksar, poiché le file più avanzate non si erano accorte di ciò che accadeva alle loro spalle.
I mostruosi esseri presero di slancio le prime due barricate, massacrandone i pochi difensori male armati che avevano cercato invano di difenderle; ma poi il passaggio si restrinse così tanto che il fuoco delle residue armi terrestri dei difensori riuscì a bloccarli. Fu allora che si resero conto di essere attaccati alle spalle. Rapidamente si voltarono e corsero incontro ai nuovi nemici, urlando ferocemente. Ma la loro corsa finì ben presto contro le pallottole ed i raggi delle armi dei terrestri. Non un solo vulnkt riuscì ad avvicinarsi abbastanza da poter sfruttare la sua enorme mole e la sua forza smisurata. Pochi superstiti, impressionati da una simile strage, fuggirono a rotta di collo, inseguiti da qualche freccia e da qualche pallottola mandatagli dietro dagli Iksar, a mo' di saluto.

"Dalla padella nella brace" mormorò il vecchio guerriero, che insieme a Miki era sempre rimasto al fianco di Elaine.
"Forse no" rispose lei. "Ora sono io il capo, ed anche lo sciamano, visto che nessun altro ha le conoscenze necessarie per svolgere quel compito."
"Che vorresti dire, con questo?" chiese una donna iksar.
"Che io andrò a parlare con i terrestri e che tutti voi obbedirete ai miei ordini.
"Tornate tutti alle vostre case e riponete le armi, in attesa del mio ritorno. E distruggerò la mente di chiunque osi disobbedirmi. 
"Andate!" concluse con un piglio degno di suo padre.
Quando anche i più riluttanti ebbero eseguito l'ordine, andò incontro ai due cloni, che l'attendevano all'ingresso del passaggio. Un gruppo di Pantere stava rimuovendo i cadaveri dei vulnkt, mentre altri gruppi sorvegliavano i dintorni.
"Ciao, piccola. Ci si rivede eh?" la salutarono.
"Sì. Vi ringrazio per aver salvato la mia gente, anche dopo che vi ha attaccati."
"Oh, no! Non cominciamo a fare confusione!" rispose il capitano.
"Noi non siamo intervenuti per salvare la tua gente, ma solo per salvare te" spiegò il maggiore.
"Tu sei nostra amica e ce lo hai dimostrato, mentre loro hanno fatto l'esatto contrario: hanno risposto con la guerra alla nostra offerta di pace. Loro non sono nostri amici."
"Ora sono io il capo della tribù, ed anche lo sciamano. Ora sono io che decido la pace e la guerra.
"Lo so che sembro una sfacciata a parlarvi ora di pace, ora che ci avete battuti e che siamo ridotti ad una minima parte di quanti eravamo...ma io vorrei...che la vostra offerta fosse ancora valida."
"Beh, in effetti dimostri una certa faccia di bronzo a chiedercelo adesso che potremmo annientarvi tutti con poca fatica" disse il maggiore grattandosi la barba. "D'altronde non stai facendo che il tuo dovere...D'accordo, l'offerta è ancora valida. Noi abbiamo subìto molte perdite a causa vostra, ma a voi è andata molto peggio, perciò possiamo considerarci soddisfatti."
"Ma come la prenderà la tua gente? Sarà elastica come noi o continuerà a rimuginare propositi di vendetta?" chiese il capitano.
"Fino a che comanderò io, non permetterò che qualcuno dei miei levi la sua mano su di voi, ve lo giuro" rispose Elaine.
"D'accordo, fino a che comanderai tu, non leveremo la mano contro la tua tribù. Sempre che nessuno dei tuoi ci attacchi, naturalmente."
"Naturalmente. Se ciò dovesse accadere, io stessa punirò in modo esemplare il trasgressore, avete la mia parola."
"E noi l'accettiamo, in nome dell'amicizia che ci lega" risposero i cloni.
"La vostra base sarà certamente distrutta, dopo l'attacco dei lambam, quindi accettate la nostra ospitalità. Voi avrete un rifugio e noi una difesa contro i nemici che vivono qui intorno." 
"E' una proposta equa. Accettiamo" rispose il maggiore.
"Seguitemi. Alloggerete nella mia dimora" disse Elaine, voltandosi.
Accompagnata dai due terrestri raggiunse il centro del villaggio e chiamò a raccolta gli abitanti.
"I terrestri saranno nostri ospiti. Vi sarà pace tra noi e loro. Chiunque disobbedisca verrà punito da me personalmente. Questa è la mia volontà.
"Potete andare."
"Determinata la piccola eh?" disse il capitano.
"Un leader nato" rispose il maggiore. "Io stesso la seguirei ovunque."
"Già, per guardarle le natiche."
"Ma è una bambina!"
"Sì, ben fatta però!"
"Eh, già."
"Per il momento, che ne direste di seguirmi di sopra?" disse loro con un sorriso ironico e divertito. Non era certo nuova a battute simili, visto che fino a poche ore prima era una ragazzina come le altre, ma ora che era il capo della tribù, e lo sciamano, ben pochi si sarebbero più azzardati a fargliene ancora. Forse quelle erano le ultime che avrebbe sentito.
I due cloni si guardarono intorno, incuriositi.
"Ecco dov'era finito l'arredamento della base" disse il capitano.
"Ti ricorda niente questo stile?" chiese il maggiore indicando i mobili ottenuti sagomando la roccia.
"Sì, è lo stesso che vedemmo a suo tempo su Venere II."
"Singolare, no?"
"Eh, già."
Le loro riflessioni furono interrotte dalla voce di Elaine che li chiamava a tavola.
"E' pronto" disse loro quando la raggiunsero. "Specialità iksar preparata da me personalmente.
"Assaggiate!" li invitò sedendosi a capotavola.
I due si sedettero davanti a due ciotole fumanti, piene di una zuppa giallastra con vari pezzetti galleggianti di quella che sembrava carne.
Sotto lo sguardo sorridente di Elaine si apprestarono ad assaggiarla, preparandosi in cuor loro a fare eventualmente buon viso a cattivo gioco per non offenderla, ma i loro timori erano ingiustificati.
"Davvero buono, complimenti!" le dissero.
"Non ve l'aspettavate, eh? No, non mentite: lo sapete che sono telepate. Comunque vi perdono." 
"Non ti si può nascondere niente, eh?" disse il maggiore.
"Perché? Avete qualcosa da nascondere?"
"No" rispose il capitano.
"Allora di che vi preoccupate? Del resto siamo su un piano di parità: mi sono accorta, sapete, che riuscite a capire ciò che penso e quello che provo."
"Beh, ma il nostro è istinto, non possiamo avere l'assoluta certezza di aver visto giusto, mentre nel tuo caso, tu puoi leggere nella mente, quindi non puoi sbagliare" disse il maggiore.
"Io credo, invece, che quello che voi chiamate 'istinto' altro non sia che un talento naturale non educato, ancora allo stato grezzo, quindi non utilizzato al meglio per mancanza di conoscenza, di addestramento."
I due si guardarono. "Potrebbe avere ragione" disse il capitano.
L'altro annuì e disse: "Tu potresti aiutarci a svilupparlo?"
Elaine si mordicchiò un labbro, riflettendo. "Forse" disse dopo un po'. "Non posso saperlo con certezza, perché il mio addestramento non è stato completato, però posso almeno insegnarvi ciò che so; dopo di che dovrete fare come me: improvvisare, scoprire da soli nuove cose."
"In cambio noi potremo insegnarti ciò che sappiamo, così lo scambio sarà equo" disse il capitano.
"E tu potresti parlarci di ciò che sai del tuo mondo: ci sarebbe di grande aiuto. Lo scambio di informazioni potrebbe essere molto utile sia a noi che a te" aggiunse il maggiore.
"Sì, lo credo anch'io" disse Elaine. "Volete mangiare qualcos'altro?"
"No, ti ringraziamo, ma abbiamo più bisogno di una lunga dormita piuttosto che di altro cibo. Anche se devo dire che è molto buono."
"In effetti anch'io sono stanchissima. Ho davvero bisogno di riposare.
"Venite, vi mostro i vostri letti."
Nonostante fossero sagomati nella roccia, le comode e calde pellicce li aiutarono a riposare magnificamente. A parte che, stanchi com'erano, avrebbero dormito anche sui sassi.
Quando si svegliarono era quasi ora di pranzo. In effetti furono gli invitanti profumi provenienti dalla cucina a destarli. 
Si levarono a sedere, stiracchiandosi.
"Avrei proprio bisogno di un periodo di riposo" disse il maggiore, sbadigliando.
"Anch'io. Non dico proprio una lunga vacanza, ma almeno una giornata a mollo nella vasca da bagno e qualche giorno senza la tuta. Da quant'è che non ce la togliamo?"
"Ho perso il conto."
"Se le vostre esigenze sono tutte qui, allora posso provvedere io" disse Elaine facendo capolino nella stanza.
"Vieni pure avanti, fanciulla, tanto siamo vestiti" la invitò il capitano.
"Anche troppo."
"E da troppo."
"Intendevo dire che qui vicino c'è una sorgente d'acqua calda che rifornisce numerose pozze. Noi la usiamo per lavarci, e in più riscalda anche l'intero villaggio."
"Già, infatti avevo notato che non c'è nessun fuoco di grandi dimensioni acceso" disse il maggiore.
"Il fuoco lo usiamo solo per cucinare" rispose Elaine.
"E cosa bruciate? Non ho visto né legna né carbone" intervenne il capitano.
"Escrementi di lambam. I lambam ci forniscono molto di ciò che ci serve: la difesa, la carne, il combustibile, il cuoio..."
"Insomma sono come i bisonti per gli indiani d'America di qualche secolo addietro" rispose il maggiore.
Elaine lo guardò senza capire, poi disse: "Mi pare che Miki mi abbia detto qualcosa del genere, tempo fa.
"Il pranzo è pronto, volete venire?"
Il menù del giorno non costituì una sorpresa: carne di lambam, che i due cloni avevano già avuto occasione di mangiare.
Entrambi rimasero in silenzio ad osservare Elaine, mentre parlava del più e del meno.
"Che avete?" chiese loro.
"Perché non parliamo del tuo problema?"
Ella li guardò, senza rispondere.
"La tua gente non ti considera la guida ideale, vero?" chiese il capitano.
Elaine annuì.
"A causa della tua amicizia con noi, o perché pensano che in una situazione così difficile ci vorrebbe un uomo, e non una ragazzina, alla guida della tribù?" chiese il maggiore.
"L'una e l'altra cosa. E poi ce n'è una terza: non mi piace essere il capo."
"E perché mai? Di solito c'è gente disposta uccidere pur di comandare sugli altri."
"Io no. Stavo pensando a voi, a quanti posti diversi dovete aver visto...che siete stati tra le stelle...mentre io sono sempre vissuta qui, tra queste rocce; non ho visto altro che i vulcani, i Vulnkt, la neve...
"Mi piacerebbe poter viaggiare, vedere luoghi diversi. I terrestri che vivono con noi ci hanno parlato di territori dove fa tanto caldo che si può stare senza vestiti anche all'aperto, dove ci sono tante piante, molte più di quelle che ci sono qui, molto più belle e molto più grandi...
"Vorrei tanto vedere quei luoghi...Darei la mia posizione di capo a chiunque la voglia, pur di realizzare questo sogno."
"Sei sicura che è quello che vuoi?" le chiese il maggiore.
"Sì. Oh, sì" rispose Elaine, con occhi sognanti.
"Davvero sicura?" le chiese ancora.
"Sicurissima."
"Bene, passa le consegne a qualcun altro e prepara i bagagli."
"Perché?" chiese sorpresa.
"Tra circa due ore un trasporto verrà a recuperarci: se vuoi puoi venire con noi" rispose il capitano.
"Dopo la batosta che abbiamo subìto dobbiamo riorganizzare la compagnia e riportarla agli standard previsti, perciò dobbiamo tornare alla base. Vieni con noi e realizzeremo il tuo sogno" disse il maggiore.
"Davvero lo fareste?"
"Certo. Come abbiamo già avuto modo di dire, lo scambio di informazioni può essere molto utile; è per questo che quando incontriamo qualcuno come te, sempre se lo desidera, siamo disposti a prenderlo con noi ed a fare in modo che i suoi desideri vengano realizzati. Non siete in molti, per la verità, però di solito tutti si trovano bene; e comunque non obblighiamo nessuno a rimanere con noi contro la sua volontà."
"In base a ciò che ci forniscono, le nuove reclute hanno la possibilità di decidere della propria carriera: e tu hai molto da offrirci" spiegò il capitano.
"Se, per esempio, tu hai l'animo dell'esploratrice, ti affideranno un'astronave con la quale potrai scorazzare in lungo ed in largo per l'Universo, a scoprire ed esplorare nuovi pianeti" continuò il maggiore.
"Ma io non so come si comanda un'astronave!"
"E' chiaro che prima ti insegneremo come si fa. Le prime crociere le farai insieme a qualcuno già esperto; poi, quando avrai imparato, potrai fare per conto tuo.
"Comunque stai tranquilla: non mandiamo mai una singola nave in esplorazione. Poiché non si può mai sapere cosa ci aspetta, inviamo sempre almeno una piccola flotta."
"Sarebbe bello..."
"Dipende da te, ragazza."
"Ma come mi troverò in mezzo a tanta gente che non conosco? Ad abitudini diverse, a..."
"Abbiamo pensato anche a questo: uno di noi due ti farà da guida e da insegnante. In questo modo non dovresti avere grandi problemi di adattamento.
"L'unica cosa che potrebbe darti fastidio è la quantità di emozioni che dovrai sopportare quando ti troverai in luoghi molto affollati. Ma questo non dovrebbe accadere spesso, visto che gli equipaggi delle nostre astronavi sono formati prevalentemente da androidi e robots. Oltre che da noi cloni."
"Mi avete convinta. Preparo i bagagli, passo il comando, e vi seguo. Tanto qui non c'è niente che mi trattenga!" 

Le espressioni sui volti degli Iksar non erano certo amichevoli quando Elaine, zaino in spalla e fucile in mano, si accinse a raggiungere i due ufficiali. 
Parecchie Pantere sorvegliavano la folla con le dita sui grilletti, pronte ad intervenire al minimo segno di ostilità.
Elaine aveva passato il comando al vecchio guerriero che l'aveva affiancata durante l'attacco dei Vulnkt, nonostante le sue proteste.
Una donna di mezz'età, dal volto arcigno, prese la parola. "Così te ne vai con i tuoi nuovi amici e ci lasci qui, senza difese, ad affrontare i nostri nemici. Ma già, tanto questo non ti riguarda, vero?
"In fondo tu non sei mai stata una di noi."
Elaine si voltò e la guardò: "E' vero, in fondo io non sono mai stata una di voi. E non avete mai perso occasione per ricordarmelo: dovreste essere felici che io me ne vada, no?"
"Tu sei l'unica che possieda il potere della mente, non puoi andartene!"
"Sì, che posso. I miei nuovi amici, come li chiami tu, vi hanno lasciato una parte del loro equipaggiamento e delle loro armi. I terrestri che vivono con noi, con voi anzi, vi insegneranno ad usarli; in questo modo potrete difendervi anche senza di me, fino a che i lambam non saranno diventati adulti. Troverete tutto nella casa di mio padre.
"E con ciò la discussione è finita."
"Andiamocene alla svelta, prima che a qualche testa calda venga in mente di spararci addosso: non vorrei dover estinguere la tua tribù in modo definitivo" le sussurrò il maggiore.
"Potrebbero inseguirci, però" fece notare lei.
"Non glielo consiglio, visto che ho già dato ordine ad un plotone di Pantere di rimanere in retroguardia per tendere un agguato ad eventuali inseguitori."
Preceduti da un'avanguardia di venti androidi, si misero in marcia per uscire all'esterno, lungo la solita galleria. Non c'era quasi più traccia dei cadaveri vulnkt, poiché sia i giovani lambam domestici che quelli selvatici, ed altri tipi di animali 'spazzini', avevano provveduto a farli sparire.
Dopo una decina di minuti giunse l'eco di una scarica di fucileria, seguìta dal crepitare di un paio di mitragliatrici leggere, poi tutto fu di nuovo silenzio. Nessuno commentò.
Quando furono in superficie, in distanza apparve la sagoma tozza, quasi un parellelepipedo, di una relativamente piccola nave da trasporto. 'Piccola' col metro delle navi spaziali, naturalmente, visto che misurava circa cento metri di lunghezza. Era alta venti metri ed era larga circa altrettanto.
Sulla sommità, nella parte anteriore, c'era una cupola dove aveva sede la sala comando.
"E' enorme!" esclamò Elaine, quando la vide.
"No, è una delle più piccole. Quelle che vengono costruite nello spazio e che lì rimangono, sono molto più grandi" spiegò il maggiore.
"Anche queste vengono costruite nello spazio, visto che ciò crea minori problemi grazie all'assenza di peso, però possono essere utilizzate anche sui pianeti. 
"Quelle che noi chiamiamo 'astronavi madre', invece, sono troppo pesanti" continuò il capitano. 
In breve l'astronave fu sopra di loro e vennero calate le larghe rampe che permisero all'intera compagnia di imbarcarsi in brevissimo tempo. Non ebbero bisogno di far altro che salire su di esse per trovarsi all'interno del capiente vano di carico. Quando le rampe si richiusero, con un clangore sinistro, Elaine si spaventò. 
"Tranquilla, sei con noi, non c'è niente di cui preoccuparsi" la rassicurò il maggiore, posandole una mano sulla spalla.
"Tutto questo" spiegò il capitano indicando con la mano la specie di baratro metallico nella quale si trovavano, "è molto diverso dall'ambiente in cui sei vissuta, ma col tempo ti abituerai."
"In ogni caso saremo sempre accanto a te, quindi non ti devi preoccupare.
"Vieni, ti facciamo conoscere un altro di noi. Il comandante della nave è un clone, come noi."
Usando uno dei vari ascensori salirono all'ultimo livello del trasporto, fino all'ingresso della sala comando, in una piccola anticamera dalle pareti coperte di illustrazioni tridimensionali che raffiguravano una quantità di cloni nelle situazioni più diverse: all'attacco di una postazione nemica, ai comandi di aerei da guerra di vario genere, mentre dirigevano astronavi di ogni dimensione impegnate nelle più disparate attività.
Elaine si avvicinò a quelle illustrazioni con gli occhi sbarrati, ripassando più e più volte davanti a ciascuna di esse. I cloni la lasciarono fare, preparandosi alla sfilza di domande che avrebbe posto.
Quando la ragazzina si voltò per porle, si accorse che erano diventati tre.
Il terzo non era diverso dagli altri quanto ad aspetto e corporatura, ma era abbigliato in modo assai diverso. Anziché la tuta da battaglia, indossava una divisa nera composta da giacca con colletto rigido, larghe spalline dorate, una doppia fila di bottoni dorati, leggeri stivali al ginocchio e pantaloni quasi aderenti. Sul petto, a sinistra, portava alcune file si quadrettini colorati.
Elaine stette a guardarlo a bocca aperta, intimorita.
"Benvenuta a bordo" la salutò, tendendole la mano e sorridendole.
Gliela strinse con una certa esitazione. Al contrario della propria, era calda, e trovò quel contatto rassicurante, nonostante anch'egli avesse un aspetto poco raccomandabile.
"Sù, non ti mangio mica. Vuoi venire a vedere come si comanda la nave?" le disse.
"Sì. Mi piacerebbe molto."
"Coraggio, allora."
La sala comando misurava circa cinque metri di diametro ed era circondata da pannelli multicolori ai quali si affaccendavano una mezza dozzina di umane in eleganti divise nere a gonna molto corta.
Le loro giacche avevano spalline più piccole di quelle del clone, di vari colori, ed una sola fila di bottoni. Erano tutte molto belle ma dagli sguardi meno grintosi delle Pantere; le loro capigliature erano di diverse lunghezze, acconciature e colori.
Al centro esatto della sala vi era una comoda poltrona nera, girevole, con una serie di comandi sui braccioli. Davanti ad essa c'era una console con due giovani donne simili alle Pantere ma più prosperose, in tuta.
"Sì, queste sono umane, non androidi" spiegò il comandante, accompagnandola a fare il giro delle varie postazioni. "I colori delle spalline indicano i diversi compiti che svolgono.
"Queste invece sono androidi" continuò fermandosi davanti alle due in tuta. "Sono loro che guidano la nave.
"Questo invece è il mio posto" continuò indicando la poltrona. "I comandi sui braccioli mi consentono di pilotarla io stesso in caso di necessità."
"E succede spesso?" chiese Elaine.
"No, solo quando si devono effettuare manovre un po' strane e poco ortodosse. Ma qui non siamo in zone tanto a rischio da richiedere certe acrobazie."
"Fra quanto arriveremo alla base?" chiese il maggiore.
"Dieci minuti circa. Tra un paio dovremmo vederla. Fretta?"
"Sì, non vedo l'ora di rimettermi in sesto."
"Dovrete passare al comando, prima. Il capo è ansioso di sentire le novità e di fare la conoscenza con la piccola. Anziché soddisfarlo, il vostro rapporto lo ha incuriosito."
"E va be', tanto ormai ora più ora meno cambia poco."
La serie di meraviglie che sorprendevano Elaine sembrava non avere mai fine. Lo spettacolo della grande base la stordì. Infinite file di costruzioni ed astronavi erano allineate in una grande pianura nascosta dagli alti picchi delle montagne. Un'infinità di piccole figure si muovevano in quella che sembrava una grande confusione.
"Grande, eh? E' la maggiore base che abbiamo impiantato sul pianeta. Ci sono circa quattrocentomila umani, cloni, androidi, robots. Protegge anche le fabbriche di armi e robots che rafforzano continuamente le nostre flotte ed i nostri eserciti" spiegò il maggiore.
"I materiali più pesanti vengono lavorati nello spazio, naturalmente" aggiunse il capitano.
Con un sibilo e senza scossoni, l'astronave atterrò su un largo spiazzo delimitato da righe blu.
"Forza, andiamo dal capo" disse il maggiore. "Saluta il comandante."
Elaine, tra i due cloni, continuava a girare la testa dovunque, chiedendo in continuazione 'cos'è quello?' come una bambina. Naturalmente molte delle spiegazioni la confondevano più che servire a farle capire qualcosa, ma d'altronde si trovava in un mondo totalmente diverso dal proprio, dove molti termini che qui erano di uso comune, quasi banale, nella sua lingua non esistevano neppure.
Lasciato finalmente l'enorme piazzale d'atterraggio, salirono su un'automezzo, veloce e silenzioso, col quale si infilarono dentro una larghissima galleria illuminata quasi a giorno. Le quattro larghe corsie erano ingombre di mezzi di ogni dimensione, ma il traffico era veloce ed ordinato. Uscirono ad una delle numerose svolte che conducevano all'esterno.
Si trovarono in una sorta di piccola valle erbosa e pianeggiante, punteggiata da piccole macchie d'alberi. L'attraversarono in pochi minuti, fermandosi davanti alla facciata di un palazzo di parecchi piani che sembrava fatto di vetro; anzi, di specchi colorati. Una quantità di androidi dall'aria pericolosa ed armati fino ai denti stazionavano nei dintorni.
"La sede del capo" spiegò il maggiore.
Fattisi riconoscere dalle guardie alla porta, poterono entrare. Elaine riuscì a dare solo una breve occhiata alla grande sala del pianterreno, perché entrarono subito in un ascensore. Pochi secondi più tardi ne uscirono e si trovarono davanti ad un'attraente ed elegante ufficiale dai lunghi ed inanellati capelli rossi seduta ad una scrivania. La sua divisa era simile a quella delle umane dell'astronave, ma le spalline erano più grandi ed erano dorate. Alle sue spalle c'era una porta con una targhetta.
"Ciao, rossa, c'è il capo?" chiese il maggiore.
"Sì, moro. Entrate pure" rispose. "Carina" commentò dopo aver lanciato un'occhiata ad Elaine.
"Noi scegliamo sempre il meglio" ribatté il capitano.

L'ufficio in cui entrarono era molto vasto e ben illuminato. Il pavimento era ricoperto da un alto strato di quella che ad Elaine sembrò pelliccia, anche se un po' strana.
Pareti e soffitto erano di un bianco immacolato. Anziché da globi luminosi, le spiegarono, quando veniva buio la luce era fornita da curiose... cose appese al soffitto. Alcuni mobili, che i suoi amici definirono 'schedari','scaffali' e 'librerie', qualunque cosa potesse significare, costituivano l'arredamento, insieme ad un grande tavolo, dietro al quale era seduto un altro clone, e ad alcune poltrone dall'aspetto molto confortevole.
Il clone vestiva un'uniforme lucida e nera, con grandi spalline d'oro e molte file di quadrettini colorati sul petto. L'unica differenza coi suoi amici sembrava essere qualche chilo di più ed un tipo di stanchezza diversa.
Si alzò e sorrise stancamente. "Dunque questa è la nuova recluta" disse.
"Esatto" confermò il maggiore. "Non sembri avere un'aria riposata" aggiunse poi.
"Con tutti i dannati dettagli da controllare per mandare avanti la baracca, non ho molto tempo per dormire" rispose il comandante. "Bene, sedetevi e raccontatemi tutta la storia."
Quando ebbero finito si appoggiò allo schienale dell'alta poltrona e congiunse le mani; rimase immerso nelle proprie riflessioni per un po', poi disse: "Sei un acquisto importante, fanciulla. Grazie alle tue conoscenze puoi fare molto per noi. In cambio noi esaudiremo i tuoi desideri, puoi esserne certa.
"Ascoltatemi bene tutti e tre: vi concedo una settimana di riposo, dopo di che vi rivoglio qui per analizzare in dettaglio i programmi di istruzione.
"Non capita spesso che una persona sia al tempo stesso insegnante ed allieva.
"Visto che a quanto pare avete un buon affiatamento, voi tre sarete i pionieri di questo nuovo metodo.
"Intanto riposatevi, poi vedremo il da farsi.
"Ehi, mi ascoltate?" chiese quando vide che stavano sonnecchiando sulle poltrone.
"Uh? Sì, certo, come no" rispose il maggiore, sbadigliando.
"Già, già... come ho potuto dubitarne?" ribatté ironicamente il comandante.
"Forza, sparite, trio di morti di sonno."
I tre non se lo fecero ripetere.
Quando furono usciti, si appoggiò di nuovo allo schienale.
"Per il Lupo! Questa sì che è una bella trovata: anche telepati adesso!"
Si immerse nuovamente nei propri profondi pensieri e si addormentò.