LA TORRE DEL CONTASTELLE

di Stefano Ghigo

 

 

Dall'alto della Torre del Destino il Contastelle scrutava le vastita' siderali.

 

La torre si ergeva al centro del castello di Carabir, sede del governo del regno, e svettava fino ad altezze innaturali che solo le aquile, e a volte i sogni degli uomini, riuscivano a raggiungere. Alcuni giorni le nuvole la cingevano come una corona, piu' spesso un limpido cielo azzurro le faceva da mantello e a notte, ogni notte, sulla torre roteavano le stelle. E a notte, ogni notte, il Contastelle le scrutava con il suo potente telescopio, traendone auspici grazie a calcoli astrusi e complicati che poi trascriveva in grandi volumi rilegati in pregiato cuoio azzurro.

 

Nella sala del trono il re teneva udienza ogni giorno, ascoltando suppliche o consulenze dei suoi dotti consiglieri e prendendo importanti decisioni che i reali corrieri, su cavalli focosi e veloci, comunicavano in ogni angolo del Regno. Ma a volte, raramente, il re si trovava ad affrontare complessi problemi che sfidavano la sua intelligenza, e allora alzava una mano con fare imperioso ed esclamava: - Si chieda al Contastelle!

 

Veniva allora approntata una pergamena ottenuta con candida polpa di albero Yurt ed il capo scrivano del Regno, convocato d'urgenza e su dettatura dello stesso sovrano, stendeva con frasi forbite ed eleganti il quesito da porre al Contastelle, utilizzando una soffice piuma di Garbil innestata su un portapenne di avorio e madreperla. La pergamena veniva poi arrotolata e consegnata al reale falconiere che la poneva in un cilindro di leggerissima balsa, fissato al dorso dell'aquila messaggera, che saliva e saliva roteando sui bastioni fino a diventare un minuscolo punto ed a sparire alla vista. Tutti sapevano che in breve il rapace sarebbe tornato al suo falconiere, restituendo la stessa pergamena con in calce il responso del Contastelle.

 

Cosi' era l'usanza al castello di Carabir e cosi' si faceva da tempo immemorabile, finch‚ sali' al trono del Regno Sua Maesta' Farabin XIV, detto il pacato, succedendo in via diretta al Suo Augusto Genitore Cribbid III, detto l'arcigno.

 

Nel corso della trecentoventisettesima pubblica udienza, dovendo affrontare un complicatissimo affare di stato con probabili gravi ripercussioni in politica estera, anche re Farabin alzo' la mano con fare imperioso.

 

- Si chieda ... - inizio', ma con grande costernazione dei presenti non termino' la frase. - Ma no, - disse invece, - e' troppo importante. Occorrera' che vada a consultarlo di persona.

 

Si formo' in gran fretta il corteo regale, grazie soprattutto alla solerzia e al sangue freddo del reale cerimoniere, che pure non aveva mai affrontato un imprevisto in tutta la sua onorevole carriera. Il corteo era aperto dallo stesso sovrano, circondato dalla guardia d'onore dei reali corazzieri, e deve dirsi che re Farabin non era proprio soddisfatto di questa sistemazione , perch‚ ogni corazziere era almeno due spanne piu' alto di lui ed il re era convinto, con qualche fondamento, di non farci una gran bella figura. Seguivano i reali ministri, i reali consiglieri, i reali cortigiani onorari, i reali cammellieri, i reali palafrenieri, i reali congratulatori ed i reali perdigiorno autorizzati. Chiudevano la sfilata le dodici reali consorti, seguite dalle quarantotto reali concubine.

 

Il sovrano ed il suo seguito giunsero ben presto alla base della Torre del Destino e furono colti da grande sgomento vedendo un' unica scala che saliva e saliva in una tonda spirale, perdendosi in altezze azzurrine. Le prime a cedere nel corso dell' interminabile salita furono le reali consorti mentre le concubine, per ignota ragione, resistettero un po' di piu'. Crollarono poi i reali perdigiorno e via via, in ordine inverso alla loro importanza, tutti i membri del seguito reale. Ma anche quando la sua guardia d' onore stramazzo' sui gradini re Farabin insistette caparbiamente in quella logorante salita, gradino dopo gradino, ora dopo ora, finch‚ raggiunse un piccolo pianerottolo alla fine della scala, trovandosi davanti ad una semplice porta di legno senza alcuna serratura.

 

Spalancando la porta ed entrando con passo deciso il sovrano si scopri' in una stanza circolare e poveramente arredata, con ampie finestre da cui entravano spifferi sibilanti. Gran parte della parete era nascosta da scaffali colmi di pile e pile di scadenti quaderni rivestiti in carta azzurrina, spesso strappata e cosparsa di macchie d' unto e di umidita'. Davanti agli scaffali si trovava una branda militare ancora disfatta ed il centro della stanza era occupato da una piccola scrivania mezzo mangiata dalle tarme. Accanto ad una delle finestre si vedeva un cannocchiale da poco prezzo, ben assicurato al suo treppiede e puntato verso il basso.

 

Seduto alla scrivania ed intento a mangiare quella che dal profumo sembrava proprio una zuppa di cipolle stava un ometto pelato e tossicchiante, esile e lievemente ingobbito.

 

- Ma tu chi sei? - domando' il sovrano.

 

Vedendo entrare quel nobile riccamente vestito l'ometto sembro' spaventarsi. - Sono ... sono Tufir, - balbetto', balzando in piedi col rischio di rovesciare la sua minestra, - sottoburocrate aggiunto di centosettantesimo livello.

 

Poi riconobbe il suo re. - Maesta', - esclamo' sgranando gli occhi, - quale ... quale inaspettato onore!

 

- Ma tu chi diavolo sei? - chiese ancora re Farabin. - Insomma, che razza di posto e' questo?

 

- Ma Sire, - rispose Tufir, ancora agitato e senza comprendere il senso della domanda, - questa e' la mia stanza, naturalmente. E' il luogo in cui vivo e lavoro.

 

- Tu saresti il Contastelle? Tu saresti colui che risponde in calce alle pergamene inviate con l' aquila messaggera?

 

- Oh, Maesta', - rispose l' ometto, - non ho la minima idea di cosa sia un contastelle. Ma confesso che se non fosse per l'aquila che ogni tanto viene a farmi compagnia e per il cannocchiale che mi permette di vedere quel che succede al castello, la mia vita sarebbe davvero troppo solitaria.

 

- Ma sei tu che rispondi alle domande? - insistette il sovrano.

 

- Ma e' quello che mi dissero di fare trentasette anni fa, quando mi mandarono qui! - si giustifico' l' altro con voce tremante. - Lo ricordo come fosse oggi: il mio superiore mi disse che era morto il vecchio della torre e che avrei dovuto sostituirlo e rispondere alle domande che arrivavano ogni tanto su una strana pergamena. - Prima di continuare Tufir guardo' il suo re con esitazione. - Ammetto che il piu' delle volte non capisco neppure cosa c' e' scritto. Cose del tipo: "Avra' il previsto aumento del prodotto interno lordo, unito ad un' efficace politica antinflazionistica ed alla rivalutazione della moneta corrente, effetti negativi sulla bilancia dei conti con l'estero?" Come posso rispondere se non capisco una parola? Ma passandomi l' incarico il mio superiore mi disse che le domande non erano importanti e che non dovevo comunque preoccuparmi, che anche se avessi dato la risposta sbagliata non se ne sarebbe mai accorto nessuno.

 

- E allora? - chiese esterrefatto re Farabin.

 

- E allora, quando proprio non so cosa rispondere, lancio in aria una moneta. Se viene testa rispondo "si" e se viene croce rispondo "no".

 

Il sovrano aveva gli occhi sbarrati e guardava l'ometto senza saper cosa dire o cosa fare, in preda al piu' totale sbalordimento. Poi inizio' a ridacchiare e ben presto si trovo' a ridere di gusto, come non gli succedeva piu' da ormai molti anni. Quando lascio' la stanza rideva ancora fragorosamente ed il perplesso Tufir si chiese se al suo re non mancasse per caso qualche rotella.

 

Re Farabin non rivelo' mai a nessuno cos'era avvenuto durante la sua visita alla Torre del Destino, ne' quali arcani presagi gli erano stati rivelati. Nelle pubbliche udienze continuo' ad esercitare il suo potere con grande saggezza e, raramente, quando aveva a che fare con problemi assai complicati, alzava ancora lo scettro con fare imperioso ed intimava: - Si chieda al Contastelle.

 

Solo il Primo Cancelliere del Regno, che aveva modo di osservarlo molto da vicino, noto' che in quelle occasioni le labbra del sovrano si piegavano in un impercettibile e sardonico sorriso.