IL DIAVOLO E IL GATTO

di Stefano Ghigo

 

Chi lo vedeva aggirarsi per il quartiere capiva immediatamente che non si trattava di un gatto comune. Era un felino randagio, dall'aspetto massiccio e piratesco che l'eta' non aveva ancora privato della sua sinuosa eleganza, con una testa imponente sormontata da orecchie malridotte per morsi e cicatrici che si era procurato in mille combattimenti vittoriosi. Il suo nome gattesco era Rumpelskin ma gli uomini, che ovviamente non sanno un bel nulla di nomi gatteschi, lo chiamavano Ivan come Ivan il terribile.

 

E davvero, mentre avanzava lungo il marciapiedi in quella tarda serata di agosto con gli occhi che iniziavano a scintillare nell'oscurita', Ivan mostrava l'aspetto sicuro e terribile di chi non puo' essere sfiorato dal minimo dubbio, dalla minima incertezza sul futuro.

 

Invece era preoccupato. Domani notte, notte di luna piena, avrebbe dovuto affrontare un altro combattimento e sapeva che sarebbe stato l'ultimo. Nel presentare la sfida Mistofel era stato molto corretto e formale, mostrando un rispetto che forse provava davvero, ma il suo sguardo diceva chiaramente: "Ritirati vecchio, non farti ammazzare."

 

Ma un gatto che non sia disposto a combattere non e' un gatto, penso' Ivan saltando con grazia sul muretto che cintava un piccolo giardino, e si fermo' sorpreso perche' in quel giardino, comodamente seduto su una panchina ed esalando un vago sentore di zolfo, lo aspettava il diavolo.

 

- Buona sera, Rumpelskin, - lo saluto' Lucifero (il diavolo non e' un uomo, e sui nomi gatteschi sa tutto cio' che e' necessario sapere). - E' proprio una splendida serata. Peccato che sia l'ultima, per te.

 

Ivan sedette in cima al muro, accucciandosi sulle zampe posteriori. Quando il diavolo ti parla la buona educazione impone di starlo a sentire, dopo tutto, e lui era sensibile come ogni gatto agli obblighi del galateo. Ma, come e' facilmente intuibile, quel discorso non gli piaceva e dunque si impose un atteggiamento di cortese indifferenza.

 

- Comunque non puoi davvero lamentarti, - continuo' Lucifero. - Hai vissuto una bella vita, piena di gatte, duelli e serenate al chiaro di luna. Ora che e' arrivato il momento di lasciare il posto a qualcun altro certamente tu, tra tutti i gatti, non avrai paura di morire.

 

Ivan, che paura di morire l'aveva eccome ma che certo non poteva lasciarlo capire, perche' per i gatti la dignita' e' una cosa dannatamente importante, continuo' a guardarlo con aria annoiata.

 

- Ma se per caso, - Lucifero accenno' un sorrisetto, per nulla ingannato da tutta quell'indolenza, - se solo per ipotesi avessi un po' di paura allora, forse, gli uomini potrebbero salvarti, perche' nessun gatto ha mai dato agli uomini la sua fedelta'. A volte vi piace fingere, e lasciare che gli uomini vi nutrano e vi tengano al caldo, ma nessun gatto ha mai dato veramente il suo cuore ad un uomo. E pensare che per un uomo sarebbe semplicissimo uccidere Mistofel, o chiunque ti minacci.

 

La sera divenne notte, e in quel piccolo giardino il diavolo parlo' a lungo e con grande eloquenza, ma gli unici commenti al suo discorso furono il lieve abbassarsi di un orecchio sbrindellato e qualche pigro movimento della coda. Alla fine, deluso e insoddisfatto, Lucifero si alzo' per andarsene, pensando che i gatti erano davvero le creature piu' testarde dell'universo.

 

- Sei molto bravo a parlare, diavolo, - disse allora Ivan, fermandolo di botto, - ma sei capace anche di ascoltare?

 

Incuriosito il diavolo si sedette nuovamente sulla piccola panchina di pietra. Certo non sarebbe riuscito a convincere quella stupida bestia ma avrebbe forse svelato, finalmente, un qualche mistero dell'ignota natura gattesca.

 

- Molto tempo fa, - racconto' Ivan, - all'inizio del mondo, su una spiaggia lontana il Creatore chiamo' davanti a se' tutti i rappresentanti delle creature animali per dar loro un'importante notizia.

 

- Ho deciso di creare l'uomo, - annuncio' il Creatore, - e la donna, - aggiunse come per un ripensamento. - Ho inoltre deciso di fare dell'uomo il signore della Terra ed ora desidero che voi tutti gli giuriate eterna fedelta' e sottomissione.

 

Per primo parlo' il cane, che era gia' allora una creatura servile. - Giuro eterna amicizia all'uomo e alla donna, - promise. - Custodiro' le loro greggi e saro' un fedele ed obbediente compagno, fino alla fine del tempo.

 

- I pesci popoleranno i mari, - disse lo squalo, signore dell'oceano, - e gli uomini potranno riempirne le reti e cibarsene a volonta', fino alla fine del tempo.

 

- Avro' poco a che fare con gli uomini, - disse l'aquila, regina delle vette, - ma saro' un emblema per il loro spirito e la mia immagine comparira' sui loro stemmi gentilizi, fino alla fine del tempo.

 

- Anche gli insetti avranno poco a che fare con gli uomini, - disse l'ape ronzante, - ma rendero' dolce il mio miele ed a testimonianza dell'obbedienza che prometto al mio Creatore ne faro' un dono all'uomo e alla donna, fino alla fine del tempo.

 

Infine si fece avanti Bombalur, che era allora signore di tutti i gatti. Guardo' il creatore dritto negli occhi ed anch'egli parlo'.

 

- Per questo, - spiego' Ivan al demonio che lo guardava perplesso, - non posso seguire i tuoi saggi consigli. Come tutti i gatti sono anch'io vincolato da cio' che Bombalur disse allora, fino alla fine del tempo.

 

Vedendo che Ivan stava per andarsene senza dare altre spiegazioni ed ormai in preda alla curiosita', Lucifero dovette umiliarsi a domandare.

 

- Insomma! - sbotto'. - Cosa disse Bombalur al suo Creatore?

 

- Gli disse tre sole parole, - rispose Ivan, con enormi occhi gialli che brillavano di malizia. - Gli disse: "Vai al diavolo."