IL CERCHIO VUOTO

 

Quanto segue è rilevante, poiché io non mi sento respirare. Questa è una

identità passeggera. L'esistenza a intervalli mi sgretola, a intervalli

mi ricompone. Via via tutto sarà graffiato, via da questo scenario.

E' semplice. Avviene in questo modo. Prendere un piatto da vuotare,

sollevarlo, fare il giro delle stanze.Portarlo ancora, nella stanza

nella quale lo sollevavo.Poggiarlo poi, nello stesso punto. E poi la

ballata si interrompe. Il passo ha diverso ritmo,altra lunghezza.Il

corpo muove secondo un altro impulso.

Non ha più senso poggiare il piatto. Il piatto non deve più essere

vuotato.

Molte vite in una: gocce d'acqua staccate che scivolano, lungo una barra

obliqua.

Io una di esse vivo,oggi.

Non posso essere certa di raccontare il vero.Di me non controllo che

quanto conosco. Ruote dentate, minute sussistono in ombra , si

incagliano. E l'incognito si incunea.

Ho l'allucinazione di un mio fratello, Jox . Occhi tagliati secondo

gocce schiacciate e colmi, completamente.

E' sconfinato quanto percepisco : tutto quanto è presente. Tutte queste

immagini che seguono , tutte queste immagini coesistono. Con la vita di

oggi, uguale che si ripete. Le immagini premono sulla mente,mia mente

che minaccia di esplodere.Silenziosamente. Quando il succo di una rapa

schiacciata in acqua scende e cade, come inchiostro.

Quanto - a Jox presso di me- PUO'essere accaduto, è scritto, qui di

seguito.

 

 

Io sono in una stanza, ampia.

Nella stanza non ci sono specchi, ma vedo la mia immagine. A tre

dimensioni, ferma a terra.

ll mio gemello identico, uguale a me in involucro.Fermo, sul

pavimento.Disegnato dalla luce elettrica.

Ci sono piastrelle lisce; una lampada a lato, accesa e affusolata.Sul

pavimento tutte le sue ombre si illiquidiscono. Sono discosta, sono

cauta. L'arazzo verde copre lo sfondo, la luce schiaffeggia l'arazzo.

Vedo da dietro la sagoma grigia. L'ombra mi segna gli occhi. Sono uno

specchio che riflette uno specchio, che in esso si riflette. L'arazzo di

fronte è rigido.

Jox è accucciato, contratto . Le braccia premono, a terra su

marmo,estese e schiacciate;le dita poggiano tutte . Sente

che i muscoli tornano elastici. Sente che di nuovo puo' muoversi. Le

dita toccano il marmo. Movimenti a scatti delle dita snodano segni.

Cerchi egli disegna sulla polvere, in cerchio egli ora si muove. C'e' lo

slancio.Il capo si stacca dalla sagoma ed egli lo protende,in alto oltre

la luce.

Il capo è invisibile, in ombra. Dissolto, di nuovo in alto.

Ora, senza testa,costui è l'ombra. Un' Ombra che ruota sulla parete; si

allunga, stretta, filiforme. Spessa come uno spillo. Egli si volta e

si volta, disegnato sul fascio di luce.Vedo il gesto che ricade su se

stesso. Il viso che capita in luce. Egli è piatto, tutt'uno con il muro.

Si flette, poi si allontana. Io vedo lunghe dita. Dita toccano

l'intonaco. Presso il muro, lento Jox SCIVOLA. SCIVOLANDO Jox si

accartoccia. Siede, è chino. Gli arti in luce sono incrociati,

modellati, come ombra,un altro strato di ombra.Le dita prendono

terra.Porta i palmi delle mani sulla lampada. Io posso respirare

adesso.In quel punto ho appena raccolto una foglia marrone chiaro.

Quel comunicare privo di suono è palpabile.

Costui è il danzatore impassibile, in piroetta.

Una pienezza della luce nel buio, buio che puo' essere interrotto.

Con un soffio.

 

 

La luce è obliqua, nel pomeriggio , nel parco. E' il caso di un

incontro. Accalcarsi frontale e parallelo, di scaglie di pirite

C'è erba rada nello spiazzo, e cespugli bassi .Lo sfondo è

luminescente,ci sono grani in aria. Crusca a vento

Si svolge un frammento di secondo.Srotolato.Jox in piedi calpesta

foglie.

Gli occhi di colui che è presente agli occhi di Jox si applicano .

Il compagno si imbatte nel compagno.I due viventi muovono dai due

margini del prato. Pellicole di cellofan , in aria,lette e dissolte

dettano i passi mossi. Palmi di mani sono in contatto; passi larghi

hanno spinto in poco spazio due esseri. Qualcosa accade. Costui copia in

aria da Jox il modo del suo esistere. Il modo che io non ho appreso.Il

modo che io ,identica non apprendo.

Essi sono accozzaglie incrostate, che si guardano. Due teste alte sulle

spalle si accostano . La luce è schermata da ettolitri di aria solida

e ferma .Pesante.Le foglie rifrangono lampi biancastri.

Il nitore non lascia ombre.Due esseri si riflettono l'uno sull'altro

Sono proiettati dalla luce che rimbalza

Jox passa le dita, sulle cuciture delle suole dell'altro: le labbra

si proiettano all'indietro, ad inumidirsi, e la fronte si distende.

L'altro sguardo ne sugge tutti i tratti

Le traiettorie scorrono e slittano.I due camminando passano, transitano

e si allontanano. Gli sguardi si slacciano. Sbalzati, da una molla in

ferro.Una molla di ferro invisibile. Osservo quanto accade.

L'immagine ha contorni spessi. Segnati in nero lucido.Di quanto deve

accadere, tutto è segnato. Su cellofan. In aria.Dove sono i granelli

soffiati. E' invisibile, la patina.

Ore sei, mattinata. Jox ora è in casa. .Sa che è nell'atrio.In fondo al

largo mobile, aperto in due sportelli solleva una boccia di alcool.

Alcool in un recipiente di vetro soffiato, larga ampolla.Vetro avvolto

in un panno liscio,pelle di daino sintetica.Il materiale contenuto dal

vetro si attaglia come il composto allo stampo. Aderisce, evanescente.

Jox sorregge la boccia con una sola mano piatta. La boccia è stretta al

panno, non scivola.Mentre Jox si volta,mentre lo scheletro ruota.Si

trova in una stanza; l'aria è fredda, compatta.Poggia la boccia a terra.

Ne accosta il collo alle labbra,la inclina. Il moto è lento,tranquillo.

Poggiato sulle ginocchia, ingoia. Il liquido è aspro, sottile. Scorre e

brucia. Non una goccia si versa.Sta bevendo un liquido che è volatile.

Ma è come bere piombo

Ogni giorno un poco Jox si dissolve nel liquido.Come una bolla nel

liquido.

Quella quantità di alcool attraverso le labbra bagna e terge, bagna il

palato .Io sono immobile, guardo presso Jox il liquido che scorre;

scorre e lede. Dozzine di bocce sono in fila in un angolo, spesso

sovrapposte.Vuote.Incrostate dalla polvere.

Lo spazio intorno è vuoto.Verso destra un lenzuolo che si vede. Caduto,

a drappeggio.Su di esso è esile la velatura di polvere.Lo stomaco è

strizzato. Sul lenzuolo le braccia allungate scivolano. Tutto il corpo

scorre. Longilineo, presso un lembo del lenzuolo. Le dita arrotolano una

striscia. La stringono; scorre.

Ecco un corpo supino su pavimento. Avverte mattonelle. Fredde.Un corpo

supino su pavimento. Le estremità contro un lenzuolo.A terra. Verso

sinistra.Impigliate.

E la stoffa è ferma. La parete gira.

L'alcool decide cio' che deve. L'Alcool cio' che deve essere decide.

 

 

 

Ciò che deve avviene in uno spiazzo. Quando lo lascio egli cade.Sono

lontana, indietro sulla strada.Lontano vedo sagome fermarsi e camminare,

rapide.Fermo in gelatina, lo sguardo di Jox è lento.Un tremito si

produce, ingoia il viso, si blocca plastico,lasciando traccia.In un

istante.

Un alito sottile si scioglie, fuori dalla maschera di vetro.

E non è caduto: si è afflosciato,i tendini morbidi. Il soffio ha

accompagnato le forme. Aria mossa dalle stoffe, flosce come floscio il

contenuto. Il naso è in calce pressata,secca.Frammenti di pietra a terra

segnano greche sulla pelle. Due si affiancano. Raccolgono Jox,lo

sorreggono.I piedi di lui,in due tomaie passano sulla strada.

Le pupille lente scivolano da un lato, dall'altro. Gli occhi si

dilatano, diluiti riempiono le cavità.Le palpebre sono poggiate sugli

occhi. Sugli occhi fiotti piccoli di immagine transitano , hanno

barlumi salmastri.Come i ricordi di un vegetale. Avanza sorretto,

penzola basso,sfiora l'asfalto in punta di piedi. Le dita restano

arricciate, nelle due tomaie. Una caviglia è a picco. Essi scompaiono,

dietro una costruzione e sulla destra. Jox si trova in una macchina

piccola, ferma per un attimo, oltre il palazzo. Nell'utilitaria egli è

stato calato,l'auto è nella strada secondaria, che il palazzo copre. Jox

è in coma, e sospeso. Aria ferma, nell'auto. Nell'auto Jox e l'aria

sono fermi.E' messa in moto, l'auto. Il clacson è pigiato, di

continuo.Jox, sospeso, è altrove.

Il volteggio , congelato è sospeso, fermo nell'attimo dello

scivolare. Jox Esiste, staccato.Altrove

Il tutto è purulento, intorbidito in un gorgo. Egli è incagliato.

 

In parallelo penso, ai fiori presso le aiuole coperti dalle stoffe

sovrapposte di una giacca, lunga, leggera. All'umidità delle

foglie,basse a terra. Al peso del lino pendente, su di esse.

Qualche cosa nella testa io sento spostato . I neuroni che scivolano

accanto lasciano di lato il vuoto senz'aria.Un fluido riempie il vuoto.

Il fluido porta il suo nome;la teoria dei suoi gesti. sento tronchi e

chiome,il doppio incontrato.Il doppio dall'aspetto dissimile.Vedo che

dall'uno all' altro era versato un alfabeto di movenze. Se l'alfabeto è

decifrabile io lo privo dell' alfabeto. Jox, io ti sto uccidendo.

 

 

 

Poi, Jox dall'immagine immobile.

Jox fermo, fermo da giorni.Su lenzuola premute, intrecciate. Il Fiato

passa sulle labbra.Si spruzza di nuovo, all'interno . Tocca appena i

vani e rifluisce in un solo gesto, rifluisce.

L'alveo di muscoli vibra da solo. Vibra e ingoia aria; l'ugola è

pendula, come di gomma.Gli occhi strizzati sono sollecitati a

lubrificarsi. Scatti distinti tendono i muscoli ,muscoli sono visibili

sottopelle.Tesi poi immobili,e molli.Si dissimulano e appaiono.Di nuovo.

Le fibre ballonzolano, indipendenti, scollegate. Fibre sottili in

ammassi,contratte e arrotolate, come di rame elettrico.Le fibre si

attorcigliano a singhiozzo. Tu sei movimento senza vita; vita priva di

moto.

Poi la schiena arcuata è distesa , scende. Gli occhi invece si voltano e

si voltano.

A caso attraccano aeree le entita' vitali, pollini presso tutti i pori.

I pori succhiano, le entita' si innervano. Viene data un attimo una

pienezza in prestito.

Traspare il ventre, coperto di strati pallidi, che si gonfia.Se una

maschera dà aria, l'aria è assecondata.

..Egli stesso ingoia aria. Ha gli occhi come gocce d'acqua che cadono,

poi si ritraggono. Si ritraggono piatte. Questo è il ritmo del sogno

spasmodico.

Il vetro che Jox sollevava, il vetro ora lo contiene.Biglia di lattice,

è sbalzato da parete a parete. Il contenuto del vetro si attaglia, come

stampo a composto.Aderisce.Jox aderisce al cubo che lo contiene.

Contorsionista incuneato.

Ma il cubo è scalzato,come un copricapo.

Intorno una piccola conca di ghiaia è distinguibile

Fuori rallentano,le pupille; occhi come uova, palpebre come gusci.

Nella conca,sul fondo molte particelle sono intrise di ogni sfumato.

Le alghe sono spruzzi solidi di colore.Ed alghe Jox preme , sfilaccia,

spalma. Sul viso, in spugnature ritmiche.Calde,poi fredde. Brivido e

brivido. Lenta la persona scivola e si schiaccia, sul fondale sminuzzato

e molle. Le consistenze sono concatenate, commiste e granulate le une

nelle altre. L'Acqua non si ritrae all' immergersi.Il corpo vi accede:

è acqua in acqua. La pelle è un sovrapporsi di veli liquidi. Ogni

strato di liquido è sottile. Ogni strato come un petalo.Petali d'essere

umano, tutt'uno in petali d'acqua.Si dilatano, si raccolgono,schiudono

sotto i talloni al passare vetrate sfogliate via, orizzontali.Da ogni

passo, infrante e scalzate. Si staccano, sfilano ,sfaldano. Elemento

piatto e vivo, egli scalza velature.Da lui si sciolgono strati; Dai

muscoli cadono scaglie solide di vetro flessibile.C'è pulviscolo in

placche, trito connesso in petali.Veli diversi si sovrappongono,

toccano, lasciano si staccano, ancora coprono, avvolgono.E sfilano a

lato.

 

Il compagno in una stanza non lontana si assottiglia e si assottiglia.

E' affusolato come in un ricordo.Ho scavalcato le strade che mi

allontanavano. E' cio' che Jox ha guardato con le foglie sotto le

suole.La figura di Jox lo conforma a se stessa; come creta.Con le mani

che delineano foglie ha assicurato le braccia ai braccioli della

poltrona, sottile.La stanza non ha che vetrate, che si succedono.

Toccano l'aria di fuori.Fino a qui io ho corso. Era tagliente l'aria. E

qui l'aria è bloccata. Convogliata e bloccata.Ci sono corridoi

affiancati, dalle pareti di solo vetro.La poltrona secca è l'unico

mobile.Essa distende, immobile sul muro un cerchio d'ombra.

A terra forse è del pietrisco. Piuttosto distinguo sferette di creta,

appena essiccate. Su di esse sono passati i minuti Il compagno

scivolando si è accovacciato ; ha disposto con le unghie, con le dita

distese in modo conveniente alcuni granuli. Ha riempito con quattro

arti la poltrona appena estesa, dalla copertura arricciata,pendente in

basso. Tutti i tendini distesi hanno accompagnato braccia , gambe

rannicchiate, riposte ad essere immobili.Ed accanto è disegnata la

teoria delle stanze nelle quali Jox da un attimo si è mosso,silenzioso;

appena prima , dell'Interruzione . E il compagno si è sentito

proiettare verso la finestra, appena davanti ad essa transitavo.E sta

con le palpebre sugli occhi.COME UN ALTRO

Sotto le palpebre è presente, in veglia. Io sposto aria camminando,

costui poco discosto ne freme, rannicchiato tutto in fondo a una

manica.Nel suo capo, in tutte le cortecce le parole sono

evaporate.Amuleti privi di senso.Distinto è, distinto resta tra i

granelli intatti,allontanati e separati un cerchio vuoto. Una copia del

cerchio dei volteggi è a terra. Distesa. E infine quello stomaco si

strizza. Per un tremito che non gli appartiene.Come se avesse ingoiato

quanto ingoiava un altro.

A lato, il compagno è fermo. Si alza, si tende,equilibrato, su un unico

tallone.Una volta si innalza,e salta.Scivola infine, tra i granuli, che

rotolano. E' piatto su creta. E' assente.

La creta si dispone secondo la sua sagoma. Non ho mai toccato le sue

mani.

 

Scricchiolano come pietre petali materiali. Il mio passo è il suono più

forte nello spazio, che ferma ora occupo.Sapere cosa capita a lui è come

leggere rivoli di colore ,coagulati, su entrambe le guance.

 

 

Chiudo e apro gli occhi. In altro luogo.

Il té per scaldarsi ha bisogno di acqua.Acqua che si scalda;vapore

freddo si deposita e si coagula sulla superficie dell'arazzo, nella

camera dei volteggi. Vapore freddo illucidisce l'arazzo. Nello stagno

traslucido, nelle visioni di Jox lo stagno stesso scompare; intorno a un

cerchio vuoto soffi vorticano rotondi.Egli turbina, avvolto da un

arazzo, leggero o liquido.L'arazzo è verde, come basse foglie.L'aria da

un lato soffia, stringe l'arazzo sulla pelle. E La tela aderisce, si

assottiglia.Gambe e braccia sono avviluppate. Un arazzo segue la

traiettoria circolare.Come la stanza che occupava è una stanza nella sua

mente. Il volteggio non resta congelato a lungo.Per sua natura, si

divincola.

Jox è una linea.Linea nel niente. Segnata su tela.Da tutti i lati lo

colpisce il rombo di aria che si sposta.Infine, tutto quanto si

recupera. E parte della tela attaccata lascia il volto e si stacca.C'è

lo schiocco.Il volto cerca aria.

Si definiscono foglie che muovono su foglie.E su foglie egli scivola.

Procede attraverso di esse. E' bersaglio di spruzzi, e gocce sono gli

occhi. Gocce che guardano spruzzi.In un'amalgama di cristalli, sferzati

a schiaffi.

 

Sbattere in nulla e schizzare,proiettato altrove.

Apre gli occhi. Gli occhi in luce sono schermati da granuli piatti.

Granuli fitti; poi radi.

Subito le ciglia separate si raggruppano; le ciglia delle palpebre.

Ecco, quanto SEGUE.

E' appeso nel sonno e fuori è l'aria,come era da bambini.Io parallela,

incosciente.Incosciente allo stesso modo. Sguardi chiusi schermati,facce

frontali. La superficie delle palpebre appare porosa. Può succhiare la

luce liquida. Il silenzio è stereo. La veglia è già in

programma,attesa. Davanti agli occhi una paratia di stoffa,intagliata.

Ci sono lenzuola sugli occhi. Egli di qui di fronte recupera se

stesso.Jox scivola in se stesso, di nuovo.Nell'oscurità ,a occhi chiusi

e senza suono, nella luce quando sguscia dalle persiane.E quando le

persiane sono aperte.

Questo sole è totale.Non puo', abbagliare.

Egli è Jox, essere umano vivo. Occhi tagliati secondo gocce schiacciate

e colmi, completamente. Io ne posseggo-accanto- due uguali, uguali a

quelli.

Ancora, nel corridoio oltre la parete una lampada si accende si spegne

,in corsa. Ancora.

 

Appannato il lampeggiare continua .Per me sola.

Sono io che apro gli occhi.

Tutto è disarmonico , e ascolto IL MIO RESPIRO.

Io scendo presso i quattro arazzi della stanza quadrata, piccola.

Dove uno specchio mi riflette.

Lo specchio non è connesso nei muscoli di nessuno.

Io guardo da mille anni gli occhi di un gemello invisibile

Ma ora accade: l'arazzo verde si squarcia, si alza. Luce impura che

compare tutta, è visibile. La stoffa infiammata è incandescente, solo un

attimo, per essere soffiata ,dissimularsi. Sul pavimento sono volatili

rimasugli di stoffa. Tutto cade. Nella luce temporanea, sorgiva. E

gorgoglia appena.

Si ricorda ciò che si è vissuto, si dimentica quanto si è sognato.

Dimenticare e non dimenticare

 

Isabella Lopardi

via Barete, 8

67100 L' Aquila