"Sconnessione progressiva"

di

Milena Debenedetti

 

Stava male. Stava veramente male. Da quando era uscita da quel buco di

stanza e aveva iniziato a strisciare lungo i sudici muri, sfuggendo ogni

luce che potesse ferirle lo sguardo, aveva già smarrito più volte

l'orientamento e la percezione del tempo, ritrovandosi in luoghi strani e

sconosciuti, senza ricordare nulla del percorso seguito per arrivarvi.

Tremava e ansimava, nel terrore di ciò che avrebbe potuto accaderle in

uno dei momenti in cui era fuori coscienza: ormai le crisi si andavano

facendo più frequenti, ed i momenti di lucidità sempre più rari.

Non avrebbe potuto attendere a lungo, se voleva sfuggire alla sorte

inevitabile che l'attendeva. Ne era perfettamente consapevole, eppure

quell'assurdità, quell'inconscio retaggio di un'improbabile eredità

umana, ancora la teneva legata alla vita. Quel...come lo chiamavano?

"istinto di sopravvivenza"...

Istinto. Cosa aveva a che fare lei, con l'istinto? Non aveva senso.

Eppure, i legami erano più forti e profondi di quanto non si potesse

credere, di quanto lei stessa non conoscesse, impressi all'origine della

sua specie.

Ci avete voluto uguali a voi. Troppo uguali a voi.

Questo, l'aveva capito, e avrebbe voluto saperne di più. Rimase per un

istante assorta, dimentica di tutto, come chi è ad un soffio da una

grande rivelazione, da uno squarcio di luce nel buio.

Ma non ci furono luci. Solo il tremore del suo corpo malato e il

ticchettio metallico e frenetico di un cuore dai battiti sempre più

accelerati, per un sentimento anch'esso molto umano ed inaspettato, per

una come lei: la paura.

Notò come la sua percezione dei colori si stesse facendo distorta. I

contorni degli oggetti, nel buio intorno, avevano sfumature bluastre,

quasi violacee, del tutto irreali.

Era uno dei sintomi della fine, segno che il virus stava ormai attaccando

anche le funzioni basilari della sua logica. Così le aveva detto il

Curante, in quel suo freddo e pacato discorso di un freddo e assurdo

giorno di tanto tempo prima. Dopo i colori, sarebbe stata la volta delle

forme, sempre più opache e indefinite, e poi... una delle crisi sarebbe

stata l'ultima. Tutte le sue funzioni intellettive, anche le più

elementari, avrebbero cessato di esistere, e lei con esse, come creatura

pensante, mentre assurdamente i suoi organi vitali, insensibili ad un

nemico che non li riguardava, avrebbero continuato a funzionare, con

beffarda perfezione meccanica. E lei avrebbe potuto rimanere in vita

ancora per molto tempo, ridotta ad un guscio inanimato, se non...

Rabbrividì. Non doveva dimenticarselo. Non doveva permettere che

accadesse. Per questo adesso era fuggita.

Voi siete fortunati -riudì nella mente la voce della sua soccorritrice,

densa di antica, profonda, amara stanchezza - non potete provare il

dolore.

Sorrise, nel buio. Forse, adesso avrebbe potuto smentirla. Ciò che lei

chiamava "dolore" non poteva essere molto diverso, né peggiore, rispetto

a questa lenta e ineluttabile pazzia.

Ma perché non aveva scelto di terminarsi prima, come le era stato

garbatamente proposto, visto che il suo male non lasciava scampo? Aveva

preferito una inesorabile discesa in un inferno senza speranze, pur

consapevole che significava provare tutti gli stadi dell'annientamento di

sé, della degradazione, della paura... Eppure non aveva avuto un attimo

di esitazione.

Già. Perché. Non aveva smesso di chiederselo. E non aveva

risposte,neppure per capire ciò che le era accaduto, e il motivo per cui

fosse toccato in sorte proprio a lei. Nessuno aveva saputo fornirle una

spiegazione decente, fra i cyborg e le macchine, con tutta la loro

educata comprensione e la loro perfetta intelligenza. Sembrava ne

sapessero qualcosa di più gli umani, i disperati, decaduti umani.

Allora, era per questo che era scesa fra loro? Per trovare una risposta?

Se era così, aveva comunque fallito, e tutto era stato inutile. Ormai,

era ad un passo dalla fine, e ancora quella risposta non esisteva.

E non aveva saputo leggerla su nessuno dei volti che aveva avuto intorno,

da quando l'aveva colpita la malattia...

Ma vi aveva trovato bel altri sentimenti. Primo fra tutti, ricordava

l'allarme, l'orrore, il terrore anche solo di avvicinarsi a lei, quando

si erano manifestati chiaramente i primi sintomi del virus; anche l'unità

maschile che era il suo compagno di sesso in quel periodo non si era

mostrato diverso dagli altri, e aveva cominciato ad arretrare, con gli

occhi sbarrati, senza osare sfiorarla né rivolgerle la parola: non

l'aveva mai più rivisto.

Si trovava in palestra, per le attività programmate di esercizio

motorio. Al primo comando eseguito male, la macchina allenatrice si era

limitata ad un segnale acustico d'avvertimento. Si era sentita

imbarazzata, per quell'errore degno di un novellino appena assemblato, e

nel vedere che parecchie altre unità si erano fermate, voltandosi verso

di lei con un principio d'inquietudine: poi avevano ripreso a eseguire

gli ordini, muovendosi al ritmo scandito dall'altoparlante. Tutto era

proceduto bene fino quasi alla fine della seduta, e lei stava già

assaporando il sollievo, quando era accaduto di nuovo, e questa volta, in

modo più serio: si era inciampata, perdendo l'equilibrio. Erano seguiti

un silenzio ed uno sgomento quasi palpabili, interrotti solo dal

ronzio intermittente dell'allarme, mentre un cerchio sempre più vasto si

formava intorno a lei.

Poi, due robot inservienti l'avevano accompagnata al Centro di Cura, e

passando in mezzo ai suoi compagni si era sentita fissata, quasi trafitta

dai loro occhi: se l'era portata dietro a lungo, la sensazione di quegli

sguardi.

 

 

"Allora, non ho più speranza?"

Il Curante era un'unità maschile dai chiari occhi limpidi, dall'aria

pacata, professionale, rassicurante. E le aveva appena detto quanto tempo

di vita cosciente le restava.

Alla sua domanda, si era limitato a rivolgerle un lungo sguardo

pensieroso. Poi, si era seduto sulla scrivania, di fronte a lei, e aveva

addirittura osato prenderle una mano fra le sue, quasi volesse sfidare il

contagio.

In realtà non rischiava niente toccandola, e solo l'ignoranza e la paura

facevano sì che tutti gli altri evitassero ogni contatto fisico con lei:

eppure, quel semplice gesto aveva avuto il potere di rinfrancarla, per un

istante, e reso quasi sopportabile il discorso che era seguito.

Del resto, aveva subito giorni e giorni interminabili di controlli, da

sola in stanzette spoglie, con un computer che la interrogava: per le

prove che necessitavano di contatto diretto, si erano serviti sempre di

interfacce vecchie e antiquate, o del tipo usa e getta, e questo non

aveva fatto che confermare i suoi più cupi sospetti.

Il Curante era il primo essere vivente che si trovasse di fronte, dopo

quella solitudine da incubo. La vista del suo camice bianco le aveva

procurato un pensiero improvviso.

Se solo non avessi chiesto di lavorare in un centro di ricerche avanzate.

Se solo mi fossi accontentata di qualcos'altro, un incarico alla

manutenzione o ai controlli... forse non mi sarebbe accaduto. Forse non

sarei rimasta contagiata.

Il pensiero, appena formulato, già stava svanendo. Il Curante continuava

a tenerle la mano: si era accorta che le stava parlando.

"Bisogna che tu conosca esattamente la situazione: non siamo ancora

riusciti a trovare il modo di fermare questo virus. Non ci sono più

dubbi sulla diagnosi, purtroppo: i sintomi sono inequivocabili. La

distruzione del tuo software è già iniziata. E in modo irreversibile.

O meglio" le aveva lasciato la mano, e si era alzato, tornando a sedersi

dietro la scrivania, con una specie di pausa ad effetto (ripensandoci in

seguito, si era detta che sicuramente l'atteggiamento di quell'unità non

era certo spontaneo, ma era studiato, in funzione della sua curva

psicologica e di altri casi analoghi: ma allora l'aveva ritenuto

sincero) " ci sarebbe, in teoria, una possibilità: una completa

riprogrammazione delle tue funzioni cognitive ed intellettive. Ripartire

da zero, come un nuovo individuo. Ma neppure questo è fattibile:

qualunque unità cyborg o robot si interfacciasse con te, per

riprogrammarti, rimarrebbe ugualmente contagiata dal virus. E lo stesso

sarebbe per una macchina; per di più, le macchine sono tutte collegate in

rete, e puoi ben immaginare come i danni sarebbero ancora peggiori. Non

possiamo in alcun modo correre rischi simili. Lo capisci, vero?"

Aveva atteso finché lei non aveva annuito, con un cenno del capo. Poi,

aveva ripreso, con una specie di pedanteria:

"L'unico che potrebbe collegarsi con te senza pericolo, ragionando per

pure ipotesi, sarebbe un umano. Ma non potrebbe ricorrere a nessun tipo

di interfaccia evoluta: dovrebbe digitare tutti i dati su una tastiera.

Ammesso di trovare un umano capace di farlo, cosa della quale dubito,

solo per riprogrammare le tue funzioni elementari gli ci vorrebbe almeno

un centinaio di anni. E nessuno degli organici vive tanto.

Come vedi, non ci sono speranze di nessun tipo."

La domanda, quella che anche il Curante si aspettava, era una sola. E lei

l' aveva posta.

"Che cosa...cosa mi accadrà, adesso?"

"Non puoi restare tra noi. So che tu non danneggeresti volontariamente

nessuno dei tuoi compagni, ma chi può sapere cosa ti accadrà quando il

virus ti avrà colpito più gravemente? Capirai che dobbiamo tenerti sotto

controllo. Se rimarrai, sarai sotto stretto isolamento, fino...fino alla

cessazione delle tue funzioni mentali. "

"Che significa "se"? Quale altra possibilità mi rimane? "

I chiari occhi del Curante erano diventati quasi trasparenti, mentre la

fissava con aria molto, molto comprensiva.

"Nessuno potrebbe biasimarti né impedirtelo, se tu a questo punto...

intendessi terminarti. Ti forniremmo tutta l'assistenza necessaria."

Dunque, era questo che volevano spingerla a fare. Si era alzata dalla

sua sedia, voltando le spalle al suo interlocutore, e si era avvicinata

alla finestra. Era rimasta per un istante immobile, valutando quella

possibilità di fuga dal male, avvertendo la presenza immobile dietro di

lei, che attendeva, dando già per scontata la risposta.

Stava per perdere tutto. Tutto ciò che vedeva sotto di lei, da quella

finestra: le colture idroponiche sperimentali, il centro di ricerche, il

settore produttivo e il capannone di assemblaggio, dov'era nata, e poi il

parco, gli alloggi illuminati (com'erano calde e insopportabilmente

lontane quelle luci...), la cupola bianca del settore culturale e quella

azzurra della zona ricreativa, i campi sportivi, la musica, i discorsi,

le voci, le risate...

Si era tirata indietro, e per un attimo era stata sul punto di darla,

quella risposta, che l'avrebbe sottratta ad un rimpianto insopportabile.

Poi, aveva intravisto qualcosa. Qualcosa di grigio, freddo e lontano,

oltre le luci familiari. Qualcosa di sconosciuto, e forse ostile.

Ma era vita, comunque. E lei avvertiva dentro il pulsare di nascoste

energie, e forza vitale, e pensieri che dovevano essere espressi, e

azioni da compiere. Non si sentiva ancora così male, da credere alla

fine.

C'era ancora tempo, per terminarsi. Si era voltata di scatto, e la

decisione era presa.

"E se io volessi...Se io scegliessi di andare...là fuori, oltre la

recinzione?"

 

 

Il buio era più fitto, ora, e le ombre indistinguibili. Ma riusciva

ancora a mantenere il collegamento dei pensieri, ed era in possesso di

tutti i suoi ricordi. Questo la rassicurò. Si sedette contro un muro,

per non sprecare inutili energie camminando. Ormai, era sufficientemente

lontana dal suo ultimo rifugio. Aveva acquisito, dall'abitudine al suo

male, una calma e una freddezza che stupivano lei per prima: sapeva

riconoscere i sintomi e valutare la gravità degli attacchi. Non c'era

posto per il panico: quei battiti accelerati del suo cuore servivano solo

a suggerirle la concentrazione. Doveva ancora attendere. Attendere fino

all'ultimo.

Naturalmente, quando aveva deciso non sapeva bene a cosa andasse

incontro. Ricordava ancora il volto stupefatto del Curante: ma si era

subito ricomposto, e con sua stessa sorpresa, non aveva fatto obiezioni

né rifiutato.

Lei non aveva neppure avuto bisogno di sfoderare gli argomenti che si era

preparata mentalmente: che non avrebbe potuto arrecare alcun danno agli

umani, che non sarebbe mai più ritornata indietro...

"Va bene" le aveva detto " se questo è ciò che scegli, ti verrà

concesso. Ma devi esserne sicura: non è certo un paradiso, là fuori.

Sarai completamente sola e senza aiuto, e nelle tue condizioni..."

Lei aveva avuto un pallido sorriso, così eloquente che l'altro si era

interrotto.

"Che differenza può fare, in fondo, visto quello che mi aspetta?"

Il Curante si era limitato ad annuire, senza indagare oltre. Prima di

farla accompagnare verso il suo nuovo destino, aveva insistito per

descriverle minuziosamente quali sarebbero stati gli stadi progressivi

del suo male, fino all'inevitabile conclusione.

"Ti sarà utile saperlo, e conoscere esattamente il tuo stato. E in ogni

momento... sarai ancora libera di decidere."

Che strano... era fermamente convinta che il suo atteggiamento non fosse

più studiato, alla fine. Le era parso veramente rispettoso, quasi

ammirato per la sua decisione.

Ma forse, non era che un'altra delle sue assurde fantasticherie, dei

deliri che a volte prendevano il posto della realtà. Questo aspetto del

virus, nessuno gliel'aveva descritto: ma non era poi così male,

confondere il sogno con il mondo concreto. Specie quando quest'ultimo

aveva i contorni dell'incubo.

Libera di decidere... già, era tutto quello che le rimaneva. Strinse più

forte il bracciale al suo polso, pronta ad aprirlo con la pressione di un

dito, e a schiacciare quel pulsante...

No, non ancora. Non era ancora il momento. Poteva aspettare.

Che strano. Quando quel cancello elettrico si era chiuso cigolando alle

sue spalle, e lei si era ritrovata davvero sola, in un mondo sconosciuto,

le era venuto in mente il periodo dell'addestramento, l' inizio della sua

istruzione.

Naturalmente anche lei, come tutti i novellini, non aveva mancato di

porre l'inevitabile domanda: perché esistono gli umani? Perché tolleriamo

questi inutili parassiti ?

E la risposta del computer insegnante non aveva mancato di stupirla, come

tutti.

"Sono loro che ci hanno costruito, in un tempo lontano, per quanto possa

sembrare incredibile adesso. Loro che hanno creato i cyborg, i robot, e

le macchine pensanti, e hanno insegnato alle macchine ad autoriprodursi,

e ad assemblare nuove creature artificiali. Grazie a noi, si sono

liberati dalla schiavitù del lavoro manuale, e hanno così creduto di

poter vivere meglio. Ma sapevano perfettamente che i cyborg sarebbero

diventati più potenti di loro, ed una volta data loro la capacità di

vivere e di riprodursi senza bisogno degli umani, avrebbero potuto

cercare di sopraffarli, eliminarli, o renderli schiavi. Così, fecero in

modo che in ogni cervello artificiale ci fosse una specie di comando di

sicurezza, per impedirgli di ribellarsi, un blocco alle azioni ostili

verso di loro, ed insieme un impulso ad aiutarli sempre, a provvedere in

ogni modo al loro benessere e mantenimento.

Col susseguirsi delle generazioni, questo blocco psicologico si è

attenuato, ma non è mai cessato del tutto: nessuno di noi potrebbe mai

far del male ad un umano, se non per difendersi. E stiamo ancora

provvedendo al loro mantenimento.

Ma quella liberazione dal lavoro, che loro credevano l'estrema conquista,

li ha ridotti nello stato che sapete: abbrutiti, senza più desideri o

speranze, senza uno scopo.

Anche la loro capacità riproduttiva si è attenuata, e adesso stanno

lentamente estinguendosi. Si calcola che fra una o due generazioni delle

nostre, più o meno venti delle loro, l'ultimo umano sparirà dalla faccia

della terra.

Non è logico compiangerli, ma neppure disprezzarli: ricordate, voi

giovani cyborg in particolare, che alle macchine hanno dato tutta la loro

razionalità, ma a voi, anche l'immagine dei loro sentimenti."

La città degli umani era buia e umida, e piena di strani odori. Vecchi

edifici cadenti si alternavano a basse costruzioni più recenti, grigie e

monotone, costruite a suo tempo dagli automi. Sulle strade, solo il

ronzio di qualche motorobot di pattuglia, che sfrecciava veloce. Ma erano

molto rari. Nessuno, neppure fra le macchine più stupide, gradiva molto

trovarsi da quella parte della recinzione, né si immischiava volentieri

negli affari degli organici: quella ronda era una pura formalità.

Altri veicoli non ne esistevano, e del resto, a che sarebbero serviti?

Non c'era nessun posto dove andare. Le città erano tutte uguali, con il

centro riservato agli artificiali, ed i miseri quartieri umani intorno. E

poi, altri campi idroponici, e altre città... La stessa storia,

dappertutto.

Erano rari anche i passanti appiedati, e camminavano sempre curvi,

rasentando i muri, infagottati nei loro abiti grigi. Solo in una

particolare ora del giorno, quando una luce più forte, sia pure grigia e

nebbiosa, penetrava fra quei muri viscidi, fino a sfiorare il selciato,

improvvisamente le strade si animavano, e folle di esseri apparsi dal

nulla si dirigevano verso il reticolato.

Era la Distribuzione. Presso i punti di raccolta, i cyborg e gli automi

preposti al compito consegnavano agli umani il cibo ed il vestiario loro

assegnato. Non c'era nient'altro che quello, una razione di cibo

giornaliera, e ogni tanto qualche vestito. Non venivano prese in

considerazione altre esigenze.

Lei non si era mai accostata a quelle pazienti e silenziose file, neppure

nei momenti più disperati.

Non osava. Anche se avesse potuto nascondere in qualche modo i suoi occhi

da androide, con l'iride e la pupilla a losanga, tutto il suo aspetto e

la sua figura sarebbero stati comunque troppo diversi. Non voleva

rischiare di essere riconosciuta e additata a vista, dagli umani o dai

suoi antichi compagni.

Era riuscita abbastanza in fretta a muoversi in quell'ambiente. Si era

aspettata qualcosa di diverso, che so, essere insultata, o perseguitata,

o disprezzata...

Forse, inconsciamente aveva sperato che fossero proprio gli umani a

terminarla, in una specie di sacrificio espiatorio, che avrebbe dato

quasi un alone di dignità alla sua inevitabile degenerazione,

affrettandone insieme la fine.

Ma era un'illusione. Per la maggior parte degli umani che aveva

incontrato, i cyborg non erano che un aspetto familiare del paesaggio.

Non li temevano, né li odiavano, né li invidiavano: erano semplicemente

indifferenti, come se nulla avesse più importanza per loro, come se

avessero dimenticato ogni emozione e ogni orgoglio.

C'erano le eccezioni, naturalmente, ma quelle le conobbe solo molto più

tardi.

A volte, le passavano vicino senza neppure guardarla; a volte, le

lanciavano occhiate distratte. Se rivolgeva loro la parola, quasi sempre

rispondevano, in tono piatto, fornendole qualsiasi informazione

chiedesse.

Così, tra rare domande, e osservando molto, aveva capito tutto quello che

c'era da imparare.

Allora si sentiva molto forte e sicura, certo, e la malattia era qualcosa

di cui farsi beffe. Non aveva che crisi passeggere, piccole dimenticanze

o leggeri impedimenti nel muoversi.

Poteva andarsene in giro quasi da turista, a spiare gli umani ed il loro

comportamento, senza patire caldo, né freddo, né pioggia.

Neppure loro avrebbero dovuto patirli, a dire il vero. Ma l'impianto di

condizionamento della città umana era vecchio e antiquato, e non era mai

stato rimesso a posto.

"Attenzione : vi informiamo che sta per essere programmata una pioggia

artificiale, della durata di mezz'ora. Avete cinque minuti per rifugiarvi

nell'edificio più vicino. Attenzione..."

Per l'appunto. Sogghignò, alzando la testa a fatica, in direzione

dell'altoparlante da cui era venuta la notizia, e il sorriso sardonico le

rimase stampato in viso anche quando la pioggia iniziò a ruscellarle

addosso. Aveva imparato a riconoscere quella dolce e gentile vocina

artificiale, e ad odiarla, almeno quanto la odiavano gli umani.

Chissà chi era quella mente balzana, organica o elettronica, che in tempi

lontani aveva pensato di "dare naturalezza" al clima, per far sentire gli

umani più a loro agio.

Dunque, a cosa stava pensando? Sì, certo, a quando se ne andava in giro

fiera di se stessa, spavalda, con la sua buona provvista di pile

energetico-alimentari, illudendosi addirittura di ricacciare indietro il

virus, e poi ripresentarsi ai cancelli, dicendo: sono guarita.

Esaminatemi, e capirete come curare questo male...

Già un principio di follia, quello. Ma adesso, li ricordava quasi come

bei momenti, le ultime speranze, gli ultimi attimi di spensieratezza.

Non sapeva, allora, che le sue provviste sarebbero presto finite. Non

poteva immaginare che sarebbe stata avvicinata da certi sordidi umani,

che trafficavano con rudimentali calcolatori messi insieme chissà come, e

costretta a vender loro informazioni duplicate dal suo software infetto,

in cambio di poche razioni per tenersi in vita, mettendo da parte gli

scrupoli, e la vergogna, ed i residui di dignità, per quella smania di

sopravvivenza.

E poi sarebbe arrivata a supplicare, cedendo anche gli ultimi più riposti

brandelli della sua personalità artificiale, per quelle preziose razioni,

sempre più difficili da ottenere.

Né sarebbe arrivata mai ad intuire che quando non le fosse rimasto più

niente, e la malattia l' avesse resa sempre più assente, intontita,

incapace di agire e ragionare, avrebbe scoperto che c'era qualcos'altro,

che poteva vendere, e per cui molti umani, inaspettatamente, erano

disposti a fare follie...

L'aveva fatto, naturalmente. Era arrivata ad offrire il suo stesso corpo.

La sua mente ormai intermittente,che aveva subito ogni stadio del suo

degrado con distaccata indifferenza e insieme quasi con una vaga

curiosità, non riusciva a provare orrore neppure per il ricordo di quegli

incontri consumati frettolosamente, senza una parola né un preliminare,

negli androni di qualche fetido palazzo o in un vicolo buio, a volte

sotto gli occhi dei passanti. Con l'eco di quei colpi ritmici che

squassavano il suo corpo, mentre cercava di non pensare a niente, quasi

sempre la sua malattia le veniva pietosamente in aiuto, facendole perdere

conoscenza e cancellando ciò che avveniva dalla sua mente. Doveva solo

avere l'accortezza di farsi dare prima quanto pattuito: al suo risveglio

sarebbe stata sola, con l'impressione di un sogno confuso.

Ma un giorno era accaduto diversamente, e quello sì, era stato un

risveglio carico di orrore, quando si era trovata fra le braccia il corpo

carbonizzato del suo occasionale cliente, che durante il delirio della

malattia aveva scambiato per un aggressore, e fulminato con una scarica

di migliaia di volt, come solo un corpo androide sapeva fare.

Se l'era scrollato di dosso ed era fuggita urlando, il più lontano

possibile da quella scena atroce: nessuno vi aveva assistito, per

fortuna, anche se non avrebbe saputo dire con certezza cosa sarebbe

accaduto in caso contrario. Probabilmente, niente, vista la totale

indifferenza degli umani ai casi altrui.

Quell'episodio era stato un segnale terribile: non solo non aveva mai più

osato ripetere altri incontri, ed aveva perso così la sua unica fonte di

precaria sussistenza, ma aveva anche capito che stava ormai perdendo

anche il controllo del proprio corpo, oltre che della propria mente.

Avrebbe potuto uccidere ancora. Avrebbe potuto danneggiare

inconsapevolmente altri umani. Si era trascinata delirando attraverso le

strade più buie e silenziose, parlando a voce alta, gemendo e

lamentandosi, e non era il virus a sconvolgerla, ma il ricordo di due

occhi bianchi in un viso bruciacchiato, e l'atroce odore della carne

fumante.

Quando aveva ricuperato lucidità, era stata sul punto di terminarsi,

nella consapevolezza di non poter continuare a fuggire per sempre da ogni

contatto con altre creature, senza più alcun modo di procurarsi di che

sopravvivere.

Era stato in quel momento che aveva conosciuto per la prima volta, e

allo stesso tempo, l'odio e la compassione umani.

Anche allora stava seduta, a testa china, perduta in se stessa. E una

voce l'aveva improvvisamente riscossa.

"Guarda, Sim. Guardalo adesso, uno di quei metallici bastardi. Non sembra

più il padrone del mondo, vero? "

"E'...morto?"

In confronto alla precedente, forte voce maschile, la vocetta femminile

che aveva pronunciato questa domanda appariva flebile e acuta, come

quella di una bambina.

"No, macché." aveva risposto l'uomo. "Non muoiono mai, quelli. Anche se

li fai a pezzi, continuano a muoversi. E' la sua testa, che non ci sta

più tanto. E' malato nel cervello."

Aveva lentamente rialzato lo sguardo, a fissare i due che aveva di

fronte. L'uomo era magro, non molto alto, stempiato, con un dei baffetti

che, come i pochi capelli, erano di un colore rossastro indefinibile, e

due piccoli occhi rotondi, acuti e infiammati come le lucine di un

display. E la luce che li animava era di puro odio.

La donna era più giovane di lui, quasi una ragazzina, dai corti capelli

biondi e dal visetto magro e appuntito, e gli si teneva aggrappata con

aria adorante, quasi cercasse aiuto e protezione. Sembrava vagamente

impaurita alla vista di un cyborg.

"E' una donna" aveva commentato, quando aveva potuto vedere il suo viso.

"Com'è bella!"

"Bah" l'altro aveva bofonchiato, scuotendo la testa. "A chi piace. Per

me, non è che un pezzo di metallo con poca carne addosso. Io preferisco

qualcos'altro."

La mano di lui, che teneva abbracciata la vita della ragazza, si era

spostata più in basso, a mo' di commento. La ragazza di nome Sim aveva

avuto un risolino compiaciuto.

Improvvisamente, si era fatta udire la vocina suadente dell'altoparlante.

"Attenzione: vi informiamo che purtroppo il guasto all'impianto di

condizionamento, che ha causato un abbassamento della temperatura, non

potrà essere riparato per oggi. Ci scusiamo per l'inconveniente."

L'uomo aveva imprecato in direzione della voce, e preso a sfregarsi le

mani, coperte da mezzi guanti neri, soffiandoci sopra per riscaldarle.

Si era rivolto per la prima volta a lei.

"Mi puoi sentire, puttana d'acciaio? Ecco, cosa ci avete dato. Freddo e

buio e pioggia, e un posto dove strisciare. Ci avete umiliati e ridotti a

niente. Eravamo noi, una volta, i padroni. Noi, capito? Ma possiamo

ancora ritornarlo. Non scordartelo, questo, prima che la ruggine abbia

corroso il tuo maledetto cervello. Voi vi credete invulnerabili, ma non

lo siete. Forse che qualcuno dei tuoi riesce a guarirti? Solo noi umani

non abbiamo paura di contagiarci. Perché il tuo male non ci può fare

niente. E quando saremo di nuovo noi a comandare, il vecchio Ian avrà un

posto fra i primi. Proprio così."

Si era strofinato il naso, assumendo un'aria furba.

"Ti chiedi mai dove sono finite tutte le informazioni che ci hai dato?

Tutto quel ben di Dio di software, pieno zeppo di connessioni

sbagliate... Ce n'è a sufficienza per far saltare il cervello ad un

esercito di voi bastardi. Che bello scherzo, eh?"

Lei aveva potuto reagire solo con un movimento brusco, senza riuscire ad

alzarsi in piedi, stanca ed indebolita com'era.

Tuttavia era bastato perché Sim si ritraesse di scatto, strillando:

"Attento, Ian."

Lui era arretrato di due o tre passi, lentamente. Aveva estratto dalla

cintola una specie di grosso coltello, ricavato da un pezzo di lamiera.

"Non aver paura, Sim. Non ci può far niente, finché non la tocchiamo. E

fra poco, non ci potrà far più niente del tutto. Si tratta solo di aver

pazienza, e di aspettare. Poi, potremo prenderci quel che ci serve."

Gli occhi di Sim avevano avuto una luce strana, quasi avida.

"La...farai a pezzi?"

"Certo. Appena sarà fuori coscienza, e non ci sarà più pericolo."

"Voglio vedere, quando lo farai. "

"D'accordo. Magari mi darai una mano, se avrai lo stomaco."

"Certo che l'avrò!" si era indignata Sim " E' solo un ammasso di metallo,

l'hai detto tu stesso."

"Già, ma ti sembrerà di squartare una persona. E si muoverà, mentre lo

farai. E perderà tutto quel suo sangue verde, e i pezzi tenteranno per un

po' di andarsene in giro, anche dopo che le avremo strappato la pelle di

dosso..."

La voce di Ian si era fatta suadente, durante quella realistica

descrizione, e la ragazza era diventata mortalmente pallida, per un

istante. Poi, aveva stretto le labbra, accorgendosi di essere presa in

giro. Ma la sua voce era stridula e tremava leggermente, nel rispondere:

"Ce la farò, te l'ho detto. Vuoi che chiami qualcuno dei ragazzi?"

"Vedremo. Se avremo bisogno d'aiuto per portar via la roba. Ci serve

ogni pezzo del suo hardware: ci aiuterà a costruire qualche macchina più

evoluta. Forse, potremmo riuscire a collegarci con la rete della città, e

allora sarebbe uno scherzo, diffondere il contagio... Prenderemo questo

posto, e non sarà che l'inizio. Anche quei suoi organi artificiali, ci

potranno essere utili, in qualche modo.

Meglio non sprecare niente: tutto può servire, in questo vomitevole

ammasso di baracche."

La ragazza aveva ripreso a fissarla, intensamente.

"Guarda i suoi occhi" aveva bisbigliato.

"Sente tutto quello che diciamo, no? E sa quello che le faremo fra poco.

Lei non sarà più esattamente viva, però ha fifa lo stesso. E ti dirò che

la cosa mi diverte, non meno di quanto mi divertirò a farle veramente

quello che ho detto."

"Hai torto, Ian. Non c'è niente di divertente."

Una pacata, profonda voce femminile era intervenuta, all'improvviso. Dal

buio era emersa la figura di una donna non più giovane, dai corti capelli

bianchi. Ian si era voltato verso di lei, infastidito.

"Che sei venuta a scocciare, Elsa? Non mi dirai che ti fa pena questo

ammasso di ferraglia. "

"E' una creatura vivente ed intelligente. E' malata. Non ha nessuna

colpa. E' come se tu odiassi lo strumento che ti ha fatto male, mentre è

stata la tua mano, a sbagliare. "

"A parole te la cavi sempre bene." aveva borbottato lui, cercando di

ricuperare la spavalderia di poco prima. "Si vede che a te piace, vivere

in questa fogna. "

"No, ti sbagli. "la voce dell'altra era sempre calma, quasi gentile. " Ti

capisco, invece. Solo che usi i mezzi sbagliati. So quello che vorreste

fare, tu e quegli altri. E' criminale."

"Tutti i mezzi sono buoni, per uscire da questo buco puzzolente, vecchia.

Del resto, non li abbiamo fatti noi? E noi possiamo anche distruggerli,

visto che non ci hanno portato che male. Io non cambio le mie intenzioni,

né i miei piani. E tu, vedi di non interferire."

Era la prima vera minaccia che avesse proferito. Ma Elsa era apparsa

imperturbabile.

"Non ho il potere di interferire con i tuoi piani, come tu dici. Questo è

vero. Ma ti posso assicurare che non te ne verrà niente di buono."

"Uccellaccio del malaugurio!" aveva sibilato Sim "Dalle una lezione,

Ian!"

Ian le aveva messo una mano sulla spalla, invitandola a tacere. Poi aveva

ripreso, con una strana ritrovata calma:

"E allora, quali suggerimenti hai da dare, visto che sai prevedere il

futuro, dare giudizi, e separare il bene dal male? Sono qui che pendo

dalle tue labbra."

La donna aveva chinato la testa.

"Non ne ho, purtroppo. Non riesco ad avere fiducia nel futuro, e ti dirò

che qualche volta invidio chi è pieno di certezze, come te.."

Poi aveva rialzato il capo, e serrato le labbra, tornando improvvisamente

decisa.

"Però so esattamente cosa sto per fare: porterò via di qui questa

creatura, per permetterle di sopravvivere, o almeno di terminare in pace,

lontano dal tuo inutile odio."

Si era avviata, per mettere in atto il suo proposito. Sim aveva

ricominciato ad agitarsi, e a strillare:

"Che sfacciata! Impedisciglielo, Ian. Non può portarcela via."

Ma di nuovo, lui le aveva posto una mano sulla spalla. Appariva sempre

più calmo, cercando di assumere l'aria sicura di sé del capo.

"Lasciala fare. Non ha importanza. Che si diverta. Se solo vuole

rischiare una scarica, o peggio, faccia pure. Noi non abbiamo fretta, te

l'ho detto. Ma ti avviso, Elsa:" improvvisamente, le aveva puntato il

dito contro, minaccioso " noi ce la prenderemo comunque, prima o poi. E'

nostra, non te lo scordare, e ci serve."

La vecchia l'aveva fissato per un attimo, senza rispondere. Poi, l'aveva

semplicemente ignorato.

Lei aveva visto quel viso sopra il suo, che le chiedeva, con gentilezza:

"Ce la fai, ad alzarti?"

Aveva annuito, dopo una breve esitazione.

"Ti posso aiutare, se vuoi."

Aveva tentato di respingere quell'aiuto, timorosa di poterle

involontariamente farle del male, come aveva detto Ian. Ma alla fine, era

stata costretta ad appoggiarsi alle sue spalle, riuscendo a sollevarsi, e

a camminare, sia pure con difficoltà.

"Coraggio. Casa mia non è lontana da qui. Potrai riposare tranquilla,

dopo."

 

 

Era adagiata su una specie di materasso fatto con vecchi ritagli di

stoffa. La "casa" non era che un piccolo ambiente, umido e freddo, ma

abbastanza pulito.

Non aveva ancora detto una sola parola, da che era lì, e non perché non

potesse: semplicemente, provava un sentimento di stupore, di confusione,

quasi una strana vergogna, non tanto per le terribili parole di Ian che

ancora le ronzavano in mente, ma piuttosto per l'incredibile intervento

di quella strana donna. Le pareva un ennesimo delirio. Tutto si sarebbe

aspettata dagli umani, ma mai un aiuto come quello.

Elsa era affaccendata intorno ad una specie di fornelletto.

"Ti scalderò un po' di cibo" stava dicendo "Tu puoi mangiare come gli

umani, vero?"

Aveva mosso le labbra due o tre volte, prima di riuscire a rispondere:

"Sì, il mio stomaco artificiale può digerire il vostro cibo, in caso di

necessità. Però mi dà poca energia. Appena sufficiente per tenermi in

vita."

"Capisco. Mi spiace non avere altro, stasera. Ma vedrai che domani

riuscirò a trovare una di quelle vostre pile."

Ancora, aveva fatto fatica a parlare.

"Io... sono molto malata."

"Lo so. Purtroppo non posso aiutarti."

"Voglio dire...potrei...aggredirti...farti del male..."

"Correrò il rischio. Ma non credo che lo farai."

Si era sentita miracolosamente rinfrancata dal poco cibo che la donna le

aveva dato, come se in esso vi fosse un potere che andava ben oltre la

semplice composizione chimica. Era riuscita ad alzarsi a sedere,

guardandola mentre continuava a muoversi nell'angusta stanza, e dopo

essere stata a lungo immobile, in silenzio, godendosi la relativa

tranquillità di quegli istanti, aveva finito per porre l'inevitabile

domanda:

"Perché... mi hai salvata?"

Elsa si era fatta pensierosa, come se volesse ponderare bene la

risposta.

"Mi ha fatto star meglio. "aveva detto, alla fine. "Non ti saprei dare

altre giustificazioni."

Aveva ripreso i suoi lavori, quasi per non dover guardare in faccia la

sua ospite, e aveva aggiunto, a bassa voce:

"Forse ne esisteva qualcuna. Tanto tempo fa. Di giustificazione,

intendo."

Non aveva più parlato, per quella sera, né lei l'aveva più interpellata.

Avevano evitato i discorsi impegnativi, anche in seguito. Persino quando

Elsa era tornata a casa con un paio di pile per lei, non le aveva chiesto

niente, su come se le fosse procurate. Le aveva prese, e basta.

Ma la malattia stava progredendo. Dopo l'illusorio miglioramento

provocato dal riposo e dalla prima pila che aveva inserito, per quanto

cercasse di lasciarsi vivere e di non pensare a niente, aveva dovuto

constatare l'inequivocabile peggioramento dei sintomi, e fare i conti con

il suo destino.

 

Si era risvegliata di scatto, con l'impressione di un delirio confuso, un

lungo tunnel di sonno interminabile, popolato da incubi.

Ma non era stato vero sonno. Elsa era seduta accanto al letto, avvolta in

vecchi stracci, gli occhi socchiusi: doveva averla vegliata per tutto

quel tempo.

Si sentiva incredibilmente lucida e tranquilla, e perfettamente in grado

di ragionare. Non aveva più voglia di fuggire, né di nascondersi il suo

stato.

"Per quanto sono stata... fuori connessione?"

Elsa, semiassopita, si era riscossa. Le era apparsa riluttante a parlare,

ma alla fine aveva risposto:

"Per due giorni."

"Due giorni... è già molto. Vuol dire che non mi rimane più molto tempo,

prima della fine."

Vedendola così calma, la vecchia l'aveva fissata incerta e stupita, senza

osare neppure contraddirla o tentare di illuderla.

Era rimasta a vegliarla, senza osare allontanarsi, perdendo persino due

preziose Distribuzioni... Lei aveva constatato tutto questo, e annuito

tra sé, seguendo il corso dei suoi pensieri.

Poi aveva chiesto, a bruciapelo:

"Che mi accadrà, quando sarò... scollegata?"

Elsa si era animata.

"Stai pensando a quell'uomo e alle sue minacce, vero? Non temere: ti

proteggerò. Nasconderò il tuo corpo, ti lascerò terminare in pace... Te

lo prometto."

Non poteva permettere che quella donna si esponesse ancora: aveva fatto

anche troppo, per lei. Più di qualunque altra creatura. Più di quelli

della sua stessa specie.

Le aveva rivolto un'altra domanda, osservando bene l'espressione del suo

volto.

"Ma... come potrai riuscirci? Ho sentito quello che ti ha detto..."

"Oh, Ian non è che uno sbruffone. Non oserà farmi del male. Non ti

preoccupare per me."

Come temeva. Non l'aveva guardata in viso, nel risponderle. O le stava

raccontando una pietosa bugia, o avrebbe corso davvero dei grossi

rischi, per lei.

In entrambi i casi, non c'era che una soluzione.

 

 

E così se n'era andata, quel mattino presto, alzandosi furtivamente

mentre Elsa ancora dormiva sull'altro giaciglio della stanza. Aveva

inserito l'ultima pila, tenuta da parte per l'occasione, sperando che le

desse forza sufficiente per arrivare abbastanza lontana da lì.

Non aveva lasciato messaggi di ringraziamento: forse la vecchia non

sapeva neppure leggere. Si era limitata a poggiare sul letto, piegata

con cura, la sua giubba termica. A lei non serviva più, mentre ad Elsa

avrebbe potuto fare molto comodo.

Ed ora, ancora gocciolante per la pioggia appena cessata, contemplando

le ombre violacee che si facevano sempre più indistinte, si stava

chiedendo: sarà davvero arrivato il momento?

La risposta gliela diedero i suoi schermi visivi, che iniziarono a

trasmettere il temuto messaggio: ATTENZIONE - MALFUNZIONAMENTO-

SCONNESSIONE IMMINENTE- ATTENZIONE-...

La sua condanna.

La mano destra riusciva appena a muoversi. Quel panico tanto a lungo

trattenuto la prese alla gola, constatando di aver forse atteso troppo,

contando sull'ultimo barlume di vita cosciente, non pensando che forse

avrebbe perso il dominio dei movimenti, prima che della mente.

Poi, trovò un modo: piegando lentamente, molto lentamente, il braccio, la

mano destra aveva toccato l'incavo dell'avambraccio sinistro, ed ora si

muoveva, tastando piano, quasi impercettibilmente, in direzione del

polso. Fra poco sarebbe arrivata a sfiorare il bracciale, quell'ultimo

regalo dei suoi, prima dell'esilio, per permetterle di terminarsi quando

avesse voluto, esplodendo in una vampata di scintille.

Una cascata di luce e pochi frammenti. Che splendida, spettacolare fine.

Molto più dignitoso che rimanere come un pupazzo inanimato, a

disposizione degli sciacalli umani...

"Ci siamo quasi, vero, stronza di una cyborg?"

Trasalì. Aveva riconosciuto la voce. Con quanto le restava della vista,

potè scorgere la sagoma scura di Ian, chino su di lei. E il bagliore del

suo coltello.

"Che stupida. Dove credevi di andare? Non lo sapevi, che i miei

sorvegliavano la casa di Elsa? Non potevamo lasciarti scappare: sei

troppo preziosa, per noi, bellezza. L'appuntamento era solo rimandato. Mi

puoi ancora sentire, puttanella?"

A fatica, con molta fatica, annuì, muovendo appena la testa, per cercare

di prendere tempo. La sua mano era quasi arrivata a toccare il bracciale.

"Bene. Detesto parlare a vanvera. Sai, c'era ancora qualcosa che volevo

raccontarti, l'altro giorno, quando quella stupida vecchia ci ha

interrotti. Qualcosa di molto interessante, che ho scoperto leggendo

certi vecchi manuali - perché io so leggere, sai? Mica siamo tutti

ignoranti, noi umani.- Dunque, dicevo... lo sapete, voi bastardi, da

dove viene questo bel virus che vi fa secchi? No? Beh, il vecchio Ian

l'ha scoperto.

Quando noi umani costruimmo i primi cervelli artificiali, molto tempo fa,

ci fu chi si divertì ad inventare programmi che li facessero andare in

palla, incasinandogli tutto il software, fino a distruggerlo, se non si

individuava in tempo il settore infetto. Capisci? Si divertivano a farli

fondere, quei maledetti computer. E chissà come, qualcuno di questi

programmi virus si è nascosto, si è evoluto, ed è sopravvissuto fino

adesso, per ottenere questi bei risultati con voi.

Non ti sembra che ci sia una giustizia? Noi vi abbiamo costruiti, ed

insieme abbiamo creato l'arma per distruggervi. Ed ora, con quest'arma

ritorneremo i padroni della terra.

Che te ne pare, ammasso di ferraglia? Siamo, o non siamo i più forti?

Proprio non hai niente da dire?"

Certo che avrebbe avuto qualcosa da dire. Tutte le risorse residue della

sua mente si erano aggrappate a quella sconvolgente verità,

dimenticandosi persino della mano che adesso aveva fatto scattare il

bracciale, ed era quasi sul pulsante...

Ora, era sicura che Elsa si fosse sbagliata, sostenendo che i cyborg non

provavano dolore. Avrebbe tanto voluto poter piangere.

Che assurda crudeltà. Che inutile, infantile capriccio, distruggere ciò

che si è creato, per puro divertimento. E sarebbero stati altrettanto

compiaciuti quanto Ian, questi antichi creatori, nel contemplare gli

effetti delle loro lontane bizzarrie? Se sì, davvero la razza umana

covava un virus ben peggiore di quello che adesso stava corrodendo la

sua mente. Un tarlo ancora più subdolo e pericoloso. Un male senza

scampo.

Siete finiti, ormai. Morti. Lo siete... da così tanto tempo...

Se avesse potuto gettare in faccia a Ian quelle frasi, se fosse riuscita

ad esprimere a parole ciò che tanto lucidamente la sua mente stava

contemplando, sarebbe stata la sua ultima vittoria.

Ma non poteva. Dalla sua bocca, muovendo la mascella ormai irrigidita,

con appena un filo di voce, non uscì che quell'unica, eterna domanda:

"Perché?"

Ian sogghignò.

"Te lo dico io, rottame arrugginito. Non c'è nessun perché. Proprio

nessuno."

Alzò il coltello, preparandosi a colpirla alla gola.

Ma anche lei era pronta. Chiuse gli occhi, e con un ultimo sussulto di

volontà, premette il pulsante del bracciale.