Storia 1

Prologo (di Daniele Di Mauro)

Ci troviamo nel 2018, circa venti anni da un evento tanto inspiegabile quanto improvviso.
Lunedì 6 aprile 1998 tutto ebbe inizio.
Di punto in bianco il 90% della popolazione terrestre subì gravi danni ai centri nervosi: vista, udito, olfatto, tatto, dolore, parola sono completamente divenuti inutilizzabili; l'intelligenza in ogni caso non ha subito menomazioni. Nessuno ne conosce la causa ma le conseguenze furono devastanti. Centrali nucleari, istituti di ricerca sulle infezioni virali, neurotossine e armi biologiche, sottomarini nucleari, tutto era sfuggito al controllo e alla supervisione dell'uomo. Così alcune zone del pianeta risultano tossiche o radioattive. Moltissimi persero e continuano a perdere la vita per questo. Dopo venti anni la situazione si è stabilizzata.
Fortunatamente (ma si tratta veramente di un caso fortunato?) tra il 10% che non ha subito danni alla percezione figuravano molti scienziati, ingegnieri e tecnici di vario tipo. Grazie a loro si formarono nuove comunità che riuscirono a sopravvivere alla meno peggio. I medici cercano i vaccini per far fronte alle epidemie di malattie sconosciute, ingegneri cercano di costruire delle mura intorno alle città per schermare le radiazioni, chi sa pilotare un aereo o un elicottero cerca di mantenere in contatto gli sparuti centri abitati nel mondo, insomma ognuno fa la sua parte, tanto che persino le vie telefoniche e quindi anche internet, risultano funzionanti in maniera accettabile. Nonostante tutto la ripresa non è così tranquilla. Le persone che hanno perso la percezione sono causa di continue discordie da una parte sono utilissime cavie per esperimenti che permetterebbero di capire moltissimo su quello che è successo e per trovare vaccini, dall'altro c'è chi riconosce tra loro parenti e amici.
Cinicamente viene stipulato un tacito accordo: se qualcuno decide di prendersi cura di questi sfortunati nessuno ha diritto a usarlo come cavia, ma se risulta solo allora potra' essere usato per esperimenti (un po' come se fossero cani randagi). Questi sfortunati sono visti come carne da macello sopratutto dalla nuova generazione, coloro che vent'anni prima erano piccoli e avevano solo un vago ricordo del vecchio mondo e che non hanno mai visto quelle persone come "normali".

Al di fuori del mondo civilizzato le cose sono state meno traumatiche.
Popolazioni primitive e animali hanno subito il brutto colpo ma i sopravvissuti si sono riprodotti e hanno continuato a vivere un po' come dopo il diluvio universale. Certo, ci sono radiazioni e malattie che si diffondono, ma vengono viste come cose perfettamente naturali.
Psicologicamente questo tipo di società sono più rilassate e tranquille.
Insomma la natura ha metabolizato il colpo.

 

Parte Prima (di Vittorio Catani)

1. - Art e Sonda

Sbucando dal viottolo tra gli alberi verso il villaggio, Art ridusse i giri del motore, anche se sapeva molto bene d’essere stato già individuato da Coloro-che-Ascoltavano. La jeep sobbalzò sulle pietre. Ora poteva approfittare della piccola discesa per spegnere il motore del tutto.

La capanna sorgeva sulla sinistra, a circa cento metri dall’antico gruppo di case. In realtà, Art si era sempre rifiutato di definire ‘villaggio’ quella catasta di catapecchie merdose che era Khon-Thaey. Dopo una giravolta per rimettere la jeep in posizione di partenza, innestò il freno a mano e scese, con un saltello sgraziato.

"Sonda!" chiamò sussurrando.

Silenzio.

Stasera la gamba offesa gli doleva più del solito, nonostante avesse usato gli stivali di gomma durante la pesca. Colpa della crescente umidità dell’aria. Dal sedile posteriore estrasse il magro bottino. Oggi il fiumiciattolo non aveva saputo offrire che un paio di bisce acquatiche mutate (non aveva mai visto queste cinque file di minuscole patetiche pinne) e un grosso pesce irto di aculei contorti, probabilmente velenosissimi. Ne aveva sentito parlare, doveva essere un thoan. Da trattare con massima cautela, ma non poteva permettersi il lusso di scartarlo a priori. All’improvviso un gatto cieco, magro e rognoso, attraversò come un fulmine lo spiazzo antistante la capanna, catapultandosi nel sottobosco.

"Sonda…"

Strano che la ragazza non l’udisse. Biascicando una bestemmia, si guardò intorno.

Era pomeriggio inoltrato, il sole era calato dietro l’incombente foresta e tuttavia dalla sua posizione riusciva a scorgere bene Coloro-che-Vedevano, mimetizzati dietro le liane delle piccole finestre. Sentì di detestarli, più che mai. Che avevano stasera, tutti quanti? Pronti a correre zoppicanti, sbavanti e scontrosi da lui in caso di bisogno, e pareva che si accorgessero della sua presenza soltanto adesso. Be’, se non fosse stato per la posizione-chiave che con Sonda riusciva a mantenere nella zona, la loro vita lì sarebbe stata molto meno facile.

"Sonda!", esclamò spazientito. "Che altro mi combini, stavolta…"

S’infilò nella capanna pronto a farle una delle sue tirate. Lei era docile e ragionevole, ma a volte s’impuntava scioccamente. Poi, magari, diventava dolce più del solito…

Art si bloccò, esterrefatto. La ragazza, magra e nuda, era legata al letto con liane. Lo fissava con occhi neri impenetrabili. Sopra di lei si muoveva in modo inequivocabile un indigeno largo e scuro che gorgogliò roco, in un dialetto malese:

"Se ti muovi sparo." Continuò imperterrito nei suoi gesti.

Art capì di non avere scampo. Se quello non l’aveva già fatto fuori, era perché – lo sapeva bene – gli aborigeni Meo prima torturavano le vittime, per ore. Ora lo stava facendo assistere allo stupro, poi sarebbe seguito di peggio. Come aveva potuto entrare nella capanna senza neanche estrarre la pistola dalla fondina…

"Vuoi portarti via la ragazza?" gli chiese senza muoversi.

L’uomo rispose con un mugolio. Art insisté: "Sei di quelli che rapiscono i Senza-dolore?"

Lentamente, con tutto comodo, l’indigeno si alzò dalla sua posizione senza neanche tirarsi su i calzoni lerci. Aveva la pistola accesa, una Kott-95 intelligente che poteva modulare la scarica, o sparare da sola quando e dove occorreva. Con un sorriso sdentato gli si fece avanti fino a 20 centimetri dal suo volto e gli sputò con un urlo isterico:

"Forse non hai capito ancora?"

Improvvisamente si udì un colpo secco e attutito uscire dalla Kott-95; contemporaneamente l’espressione dell’indigeno mutò. Il volto si allargò in una smorfia di enorme sorpresa, strizzò gli occhi digrignando i denti, cacciò un ululato raccapricciante e crollò al suolo, contorcendosi come un epilettico. All’altezza del suo ventre la pelle aveva decine di righe sanguinanti e il pesce gli era rimasto conficcato con un paio di aculei uncinati. Stringendo la gamba offesa all’altezza della arteria femorale, Art gridò a Sonda:

"Mi ha preso! Presto…"

Non sapeva se il colpo sarebbe stato mortale; raramente una Kott perdonava. "Nel tavolo", disse la vocina atona di Sonda.

Dal cassetto del tavolino presso il giaciglio, Art estrasse il coltello. Tagliò le liane. Si accorse di essere inondato di sangue, a zampilli. "Aiutami!"

La ragazza strinse con lui intorno alla gamba il legaccio improvvisato. Art si accorse di perdere la cognizione del tempo; poi vide che l’individuo, sul pavimento, non si muoveva più. "Prendigli la pistola", disse a Sonda.

 

 

Lo svegliò un rumore lontano, familiare. Cresceva. Dalle piccole finestre della capanna filtrava il primo chiarore dell’alba. Vide la sagoma di Sonda, seduta sul letto nella penombra, stagliarsi al suo fianco.

"Bambina" gli disse, "tutto bene?"

Lei gli strinse la mano. Gli sussurrò: "Lo ascolti anche tu?"

"Sì. Ma era oggi che doveva venire?", disse Art.

"Dopodomani. Avrà anticipato. C’è stata qualche altra volta, che Gert Heller ha anticipato."

"Questa è una vera fortuna." Sospirò, sorrise nel buio. Le tirò leggermente il braccio; Sonda si chinò e gli posò un bacio tiepido su una guancia.

"E’ stato molto brutto, vero? Oh, sarebbe bastato che io rientrassi un quarto d’ora prima."

"Non devi preoccuparti per me, Art."

Già, non doveva preoccuparsi per lei. In quanto Senza-dolore, Sonda era fisicamente incapace di provare qualunque genere di sofferenza diretta. Ma per sensibilità, e patimento psicologico, le sue capacità erano anzi acuite, e…

Il rombo era diventato violento, sulle loro teste. "Vado io", disse Sonda. "Non muoverti."

"Prendi la pistola e guarda bene, prima."

Il vento delle pale fece agitare la capanna. Si sollevò una gran polvere. Poco dopo Art udì la voce roboante di Gert che salutava Sonda, lei che con la vocina cinguettante gli spiegava. Nella capanna entrò un ciclone.

"Pelle sempre più dura", tuonò Gert indirizzandogli il fascio della lampada.

"Siedi, Gert", disse Art debolmente. "Dobbiamo parlare."

"Non mi chiedi quanti medicinali ho portato stavolta per il villaggio?" Depositò per terra uno scatolone cubico d’un metro circa di lato. Disinfettanti, antibiotici, ricostruttori del tessuto nervoso, emopoietici, immunizzanti, antiradiazioni. Seguirono momenti di silenzio cui Gert reagì riprendendo a parlare in tono teso: "Hai ragione. Le cose stanno precipitando. So che ora mafiosi e fuorilegge sguinzagliano mercenari per rapire i de-sensorializzati solitari e venderli a laboratori sperimentali giapponesi ed europei… E vedo che prendono coraggio. Non si fermano davanti a nulla. Mi fai vedere la ferita?"

Art vide Gert osservare, tastare, lavare con un disinfettante. "Hai bisogno di una buona medicazione e una fasciatura. La gamba è gonfia, ma non perde sangue. Hai avuto un culo mostruoso, amico. Per essere d’una Kott-95 è un lavoro pessimo, questo… Oh, non ci si può più fidare neanche di una buona, vecchia arma intelligente." Gli sorrise, il volto grande e scuro si allargò ancora di più.

"Dobbiamo seppellirlo", s’intromise Sonda. "Puzza."

L’assalitore, morto e rattrappito, era ancora in un angolo sul pavimento di terreno battuto.

"Devi andartene subito?" chiese Art.

"Be’… date le circostanze posso trattenermi un’oretta."

"Dobbiamo parlare", disse Art per la seconda volta.

 

 

Quando si svegliò, Art si accorse che il rombo era più forte che mai e doveva esserci molto vento. L’elicottero aveva sbandamenti paurosi; era pieno giorno e il cielo appariva coperto.

"Dove siamo?", chiese.

"Siamo a buon punto" rispose Gert laconico, di spalle. Poi aggiunse: "Forse ho trovato chi potrebbe sostituirti, a Khon Thaey. L’Organizzazione deve pur continuare a fare il suo dovere, che è quello di soccorrere la gente quando e come può. Credo che ciò che io sto facendo con te sia illegale. Da corte marziale." Sghignazzò.

"Non parlarmene", rispose Art con un nodo allo stomaco. "Non voglio più sentirlo nominare, quel cimitero. Racconterai che non hai trovato nessuno, né me né Sonda. Comunque non finirò mai di ringraziarti, per tutta la vita."

Al villaggio Art aveva trascorso più di dieci anni, prendendosi cura della gente e facendo da intermediario con un ramo dell’Organizzazione. D’altronde suo padre era stato medico al servizio dell’Onu, tra i caschi blu, ed era morto quindici anni prima proprio lì nell’ex Thailandia, per un virus sconosciuto. Il Tracollo c’era già stato, e lui aveva pensato di ereditare lo spirito paterno, nel nuovo contesto… Be’, pensò, era un ruolo che aveva comunque rivestito con convinzione. Ricevendo in cambio, da umani segnati dal Tracollo più di lui, una sorta di implicita immunità…

Finché era durato. Le nuove comunità di mostri avevano sviluppato una loro grottesca gerarchia con leggi che gli sfuggivano, ma che a quanto s’intuiva dovevano essere molto severe, anzi crudeli. Comunque quella gente ce l’aveva con lui, perché era uno dei pochi Salvi, coloro sui quali il Tracollo aveva avuto un effetto blando. Radiazioni e bombe biologiche impiegavano decenni, o secoli, prima di perdere d’efficacia e virulenza, ma c’erano zone meno contaminate. E lui ci si era trovato dentro.

"Comunque " disse Gert "non mi sembra il momento migliore, per un tuo trasloco."

"Ci arrangeremo." Si sforzò di sorridere. "Vero, bambina?"

Sonda era seduta sul pavimento, tra le casse. Lo fissò con i grandi occhi neri, obliqui.

"Per lei va sempre bene" disse Art. "Purché ci sia anch’io."

"Se tu le mancassi sarebbe nei guai", aggiunse Gert. Aveva ragione, e Art lo sapeva: una Senza-dolore rischiava di non capire dov’era ciò che le faceva del male.

"Tra quanto tempo saremo a Trat?" chiese Art.

"Un paio d’ore. Ma lì dovrete arrangiarvi. Cercherò di contattare una persona che potrebbe procurarvi un passaggio su un battello…" Gert emise un sospiro sonoro. "Scusa se lo ripeto: mi sembra un piano molto avventuroso, il tuo. Probabilmente dovrete essere clandestini a bordo, né so se la nave andrà direttamente in Europa. E dovete sperare che non scoprano che la ragazza è una Senza-dolore. Pensateci bene."

L’Europa, sì. "Per me è l’unica ormai", disse Art testardo.

Lo era davvero. Usa, Russia e metà Asia erano divenute inagibili, forse per secoli. Hic sunt leones. Stando alle rare notizie filtrate fino a lui negli anni, si salvavano poche comunità organizzate in Europa Occidentale, Australia, Antartide. Dell’Africa si sapeva poco o nulla; poteva essere sprofondata tutta intera. Se esisteva una speranza di sapere come e perché c’era stato il Tracollo del 2004, e se c’era modo di ripristinare un minimo di civiltà, la risposta era da trovare lontano dal luogo in cui ora si trovavano.

"Una volta" disse Art "Sonda mi ha raccontato che la rapirono, per sapere fino a che punto non sentiva dolore." Un black out delle terminazioni nervose, per un altro dannato virus. "Aveva 15 anni e probabilmente sarebbe morta, se qualcuno non fosse intervenuto a tirarla fuori."

"Ho sentito" disse cupo Gert "che cercano i Senza-dolore non solo per esperimenti finalizzati alla conoscenza scientifica… Ma forse non è bene parlare di queste cose."

"Non preoccuparti", aggiunse Art. "Lei non si spaventa mai di nulla."

Art guardò Sonda, intenta a fissare fuori del finestrino. Aveva lineamenti purissimi, dolci. Come il suo carattere. Questa menomazione sensoriale, pensò Art, a volte diventa insaputa di lei stessa una forza incredibile.

L’elicottero ebbe un rollio. Gert compì una vasta manovra per aggirare la cima di una collina; Art colse sotto di loro un lembo di foresta e, lontano, una fascia di mare.

Finalmente!

 

2. - Karel e Jaroslav

"Vera?" chiamò Karel dal soggiorno. "Non aspettarmi a pranzo, oggi. Ho riunione."

Rassettandosi la divisa color ocra e concedendosi un ultimo tocco alla sbiadita cravatta granato scuro (aveva fatto il nodo in modo che nascondesse un tratto sfilacciato del bordo), Karel si tirò dietro il vecchio uscio di legno e lo serrò con due mandate. Nel chiuderlo colse la risposta assonnata di Vera.

Sarebbe stata una giornata movimentata.

Scese le vecchie anguste scale ombrose, e fu fuori. Le strade di Brnó gli parvero più grigie del solito, sotto un materasso sporco di nuvolaglia. Jaroslav avrebbe avuto problemi, al Consiglio, a far passare la linea concordata con i suoi nell’assemblea della volta scorsa. E lui non gli avrebbe certo dato man forte.

Quest’idea ossessiva di Jaroslav, di fortificare e armare ulteriormente il confine della città, lo trovava deciso dissenziente. Un confine che, tra l’altro, era all’interno della stessa Brnó. Ci aveva riflettuto la notte intera, e si era rafforzato nella convinzione che il vero pericolo per la loro cittadella non veniva da quei poveri diavoli penosamente sofferenti che vagavano nella campagna incolta circostante, e che elemosinavano dietro le murate erette tutt’intorno. No, il pericolo era ben altrove.

Sperò che con Bohumil e Jean-Jacques si riuscisse a catalizzare l’opposizione e gli indecisi. Altrimenti…

Si dispiacque che la decennale intesa amichevole tra lui e Jaroslav stesse andando in pezzi.

In giro il movimento era molto modesto: pochi pedoni frettolosi e guardinghi – uno era armato; un paio indossavano tute di metallo intelligente anti-Röntgen -- e un lontano ciclista. Come al solito, la gente – i pochi della cittadella – avevano imparato che era meglio starsene rintanati e uscire solo nei casi davvero urgenti. Guardò il suo geiger da polso, la radioattività non sembrava più elevata del solito. Attivò il cellulare, e verificò che grazie a dio il satellite funzionava sempre. C’era da fare gli scongiuri, che non andasse mai in malora. Le telecomunicazioni sia pure ridotte, con fax e rete, erano la loro vera salvezza. Da una via laterale sbucò gorgogliando un’autobotte per il lavaggio di strade e mura. Annotò mentalmente che c’era da portare all’assemblea con urgenza anche il problema di queste acque radioattive; non si poteva farle defluire in eterno nelle vasche di cemento armato lì a dieci chilometri da Brnó; dietro l’angolo si stava creando un’altra bomba ambientale. Sospirò.

Giunse poco dopo al palazzo delle assemblee, un antico edificio nobiliare che conservava fregi e monumentalità impassibile allo sconvolgimento del mondo intero, come del resto gli altri monumenti tardo-gotici o barocchi cittadini. Nel vasto androne sostavano capannelli di gente.

"Ciao", gli disse Ludmila con un sorriso nervoso. "Ti presento Erika, viene da Fuori. Da ieri è dei nostri. Siamo pronti?"

"Certo. Felicissimo." Fece un leggero inchino alla nuova venuta. Erika mostrava un viso provato, ma il corpo apparentemente era integro. La vivace parrucca bionda lasciava immaginare la calvizie. Karel si avviò per la scalinata di marmo. Erika non avrebbe potuto assistere all’Assemblea, ovviamente; come nuova ospite della Cittadella non ne aveva ancora diritto.

Sopra, nel salone con le sedie disposte ad anfiteatro, il grande lampadario di cristalli sfolgorava come un sole allegro, ma un paio di lampade fulminate da mesi smascheravano quella facciata. C’erano già una ventina di consiglieri, tutti in uniforme. Karel prese posto. Vide Jaroslav, seduto due file più avanti. Poco dopo, occupatesi tutte le sedie, Vladimír Kubát salì sul podio e in veste di Presidente aprì i lavori dell’assemblea.

"Signori", esordì "siamo nel numero legale per decidere. Riepilogo l’argomento all’Ordine del giorno. Dobbiamo discutere se i confini della Cittadella brnese debbano essere fortificati ulteriormente.

"Coloro che si dichiarano a favore, e che hanno promosso la votazione, ritengono che questo nostro avamposto in Moravia sia divenuto ormai un punto di riferimento troppo importante per la civiltà occidentale – verosimilmente, per la Civiltà in genere – perché lo si possa lasciare con le difese tradizionali, istituite più di un decennio fa e nel frattempo già cresciute. L’elenco dettagliato dei nostri armamenti è nei documenti top secret di cui peraltro i Consiglieri sono già a conoscenza, e comprende -- sintetizzo en passant -- cannoni a lunga gittata tradizionali, cannoni laser, armamento leggero vario, mezzi corazzati di terra, elicotteri, sistemi antiradioattività, tute intelligenti, satelliti spia, meteorologici e delle telecomunicazioni. Nel caso si volesse incrementare l’armamento, sarebbe da decidere anzitutto l’entità della spesa. In Polonia, Germania e Italia sopravvive – per quanto ci risulta – qualche azienda produttrice di armi che farebbero al caso nostro.

"Ma prima di proseguire, mi corre obbligo riportare anche la tesi di coloro che si dichiarano contrari al potenziamento sostanziale delle nostre difese.

"Secondo costoro, il mondo esterno è ormai ridotto allo sfacelo e abbisogna esclusivamente di aiuto, non di altre armi. Secondo chi è di parere opposto, inoltre, noi sappiamo bene che in giro – a parte singoli individui o piccoli gruppi vaganti -- non ci sono reali minacce serie. I nostri stessi connazionali (anzi concittadini ) ricacciati Fuori, oltre le mura della Cittadella, sopravvivono in stato di estrema precarietà, per le gravissime menomazioni psicofisiche subite dal 90, forse 95 per cento dell’umanità a seguito del Tracollo del 2004. Noi qui, lo sappiamo bene e dobbiamo sempre ricordarcelo, siamo una comunità di eletti: anche se mai come oggi fu vero il detto evangelico per cui l’orbo è re in terra dei ciechi. Sulla faccia della Terra ci sono pochissime altre comunità come la nostra, e con alcune d’esse siamo in contatto via rete. Hanno i nostri stessi problemi, e c’è chi auspica vivamente una coalizione di tutti. Spendere i nostri scarsissimi mezzi di scambio per ulteriori armi, sforzo che potrebbe essere invece diretto alla produzione di nuovi medicinali, tute, derrate da distribuire fuori della Cittadella, o per missioni di soccorso… o al limite per scoprire perché subentrò il Tracollo, a costoro appare al momento inammissibile.

"Non protrarrò oltre la mia scarna disamina. Possiamo passare subito alle votazioni, a meno che non vi siano nuovi elementi da portare alla comune conoscenza."

Kubát sedette, detergendosi il sudore. Erano una sessantina, e nella sala c’era un’atmosfera pesante. Ora sarebbero iniziati i dibattiti interminabili…

Si alzò Julius Morgenstern. Veniva da una Germania totalmente disfatta, da tempo si era integrato bene nella Cittadella e con Bohumil e Jean-Jacques era – insieme allo stesso Karel – uno dei più tenaci avversari dell’ulteriore armamento. Morgenstern si osservò intorno e disse:

"Signori, sarò lapidario. Sostengo energicamente la convinzione che aggiungere altri mezzi di distruzione a quelli che già ci hanno portato al punto in cui siamo, sia il frutto di una paranoia umana che neanche gli eventi più devastanti riescono a scalfire. Il pericolo non è l’esterno, è l’interno! Il vero mostro che ci ora minaccia è arrivare a una spaccatura, che…"

Dall’ingresso sbucò di corsa uno sconosciuto armato. Puntò un pistolone e fece fuoco. Il colpo rimbombò fragorosamente in sala e tutti scattarono dalle sedie urlando, sbigottiti. Come aveva potuto eludere il Servizio di sicurezza? Karel perse l’uomo di vista, ma capì che doveva essersi precipitato giù per le scale…

 

L’autoblindo correva sulle rotaie. Era pomeriggio, il cielo s’era rasserenato e dagli oblò a prova di proiettile era visibile la foresta.

"Vera?" chiamò Karel nel cellulare.

"Sì… Dove sei? Tarderai ancora, oggi?"

"Be’… Sì. Sono dovuto andar via… ma non devi preoccuparti. Io…"

"Accidenti", esclamò la donna "è proprio quando dici così che mi preoccupo. Si può sapere cosa è successo e dove diavolo ti trovi?"

Karel rifletté, ancora incerto se dirle la verità. Poi si decise.

"E’ accaduta una cosa terribile. Jaroslav è stato ucciso oggi durante l’assemblea. Da uno sconosciuto." Colse il silenzio di lei, il suo stupore. "E’ evidente che ci sono problemi interni di cui non tutti sono a conoscenza… Non sappiamo neanche se quell’omicida è un infiltrato. Certo che ora la faccenda della fortificazione assume un aspetto molto diverso. Tutto assume un aspetto diverso."

"Capisco. E tu dove stai?"

"Io sono in viaggio… No, lasciami finire. Sono uscito Fuori, mi sto recando a Baxa. Pochi chilometri, come vedi."

"Baxa. Perché mai, dio mio! E con chi?"

Con chi. Be’, lui non se l’era sentita di richiedere al Consiglio un secondo uomo, dopo ciò che si era verificato. Comunque era armato. E in qualunque eventualità, che fossero una o due persone… non avrebbe fatto gran differenza.

"Devo incontrare qualcuno che mi deve dare una certa documentazione connessa con l’argomento all’ordine del giorno. Avrebbe dovuto ritirarla domani Jaroslav… Sono solo. Non dirmi niente, ti prego. Ho voluto così."

Vera sospirò, e Karel sentì odore di lacrime. "Oh, ma ti rendi conto che sei il solito pazzo furioso…"

"Ti amo" disse Karel. "Ciao. A presto."

"Ti aspetto!" gli gridò Vera mentre lui toglieva l’audio.

Incredibile come fosse cresciuta la foresta, Fuori. Da quanto tempo non aveva occasione di vederla? Anni. Appariva verde, carnosa, straripante. Un rigoglio, una riappropriazione festosa… Eppure lui ricordava, in Moravia e in Boemia, piante avvizzite, bruciate. Ma si trattava di quasi 15 anni fa, in altre zone. Intanto, qui per fortuna si tenevano ancora distanti dalle rotaie; ma evidentemente sarebbe occorsa una manutenzione. Quanto tempo prima che il verde invadesse anche la ferrovia?

Si avvide che tra i fusti, a volte, occhieggiavano casupole. Sì… c’era gente, intorno. Vita. Più di quanto apparisse a un’occhiata distratta. Rallentò la corsa. Voleva approfittare per capire, vedere il più possibile.

Ora procedeva quasi a passo d’uomo. E scorse volti pallidi celati dietro il fogliame. Vederli fu tornare alla terribile realtà: orbite vuote, mani che tastavano il terreno. Bocche che erano smorfie.

Per un attimo Karel tornò a chiedersi se l’umanità sarebbe riuscita mai a capire cosa aveva scatenato il Tracollo, con l’esplosione quasi contestuale delle atomiche, lo scoppio di alcune centrali nucleari, la fuga di miliardi di virus letali dai bunker degli esperimenti sulla guerra batteriologica. Pareva che vi fosse stata una mano unica a guidare all’unisono lo scempio definitivo, ma l’ipotesi era ancora più assurda dello stesso evento. Certo, i microbi dopo un periodo di virulenza perdevano forza, per fortuna; e anche le radiazioni non si erano diffuse uniformemente. Avevano giocato le rotte dei venti, delle correnti marine, altri fattori casuali. Tutta quella povera gente… Cieca, o sorda, o deprivata sensorialmente dai virus, stroncata dalle leucemie, dalle febbri, da strani morbi nuovi. Le cittadelle come Brnó, in realtà, avevano dinanzi compiti immani. Inutile preoccuparsi troppo; sciocco voler assumere su se stessi tutto il dolore del mondo. Eppure, cos’altro fare? Se si fosse potuta organizzare finalmente una collaborazione tra i nuclei attivi, ricavarne un censimento, lavorare per ripristinare alcuni servizi essenziali, continuare produzione e ricerca dei farmaci…

Loro lo facevano, ma erano una mosca nell’oceano. Prima di coalizzarsi occorreva conoscersi bene. Occorreva…

L’autoblindo ebbe un sobbalzo. Traballò quasi ci fosse un terremoto, poi s’inclinò pericolosamente, in lenti sussulti. Si arrestò.

Cos’altro succedeva?

Incupito, Karel prese la tuta intelligente anti-Roentgen con il casco, e li infilò. Poi aprì il massiccio portello e fu fuori con un salto. Nonostante la schermatura percepì l’aria fredda e superossigenata. Il geiger gli disse che la tuta non era essenziale.

Incredibile! Mancava un pezzo di rotaia. Divelto. Una fortuna, che avesse rallentato. Si guardò intorno: c’era solo la foresta, e sopra di lui un lembo di cielo grigio-blu che scuriva progressivamente.

E adesso, maledizione? Per Baxa dovevano mancare ancora parecchi chilometri…

 

3. - Sean Hennessey

Per Sean tutto era incominciato in modo molto strano. Un modo che gli ricordava un libro che lui aveva letto da giovane, e il cui incipit a suo tempo l’aveva molto colpito. Diceva all’incirca così: "Quando un giorno, che secondo voi dovrebbe essere mercoledì, vi sembra fin dall’inizio domenica, potete star certi che qualcosa non va."

Quella lontana mattina non era stato mercoledì ma sabato, e tuttavia lì a Frith, sullo Spey, non lontano da Aberdeen, ugualmente la giornata pareva non funzionare. Dal piccolo paese proveniva un silenzio insolito, che a lui – appena sveglio, a letto -- era parso minaccioso. Inoltre erano le nove di mattina ma dagli scuri il cielo si sarebbe detto buio, quasi fosse notte. Aveva dormito malissimo, con incubi confusi e sudando come una fontana. Cercò di alzarsi, e dopo pochi passi gli venne da vomitare anche l’anima. Cadde per terra. Pareva che avesse infilato la propria testa in un vulcano in piena attività. Il cuore pulsava impazzito. Svenne.

Di ciò che era seguito, Sean Hennessey conservava ricordi frammentari, e così dolorosi che cercava di cancellarli. E forse c’era riuscito. Sperava di farcela a eliminarli del tutto, un giorno. Comunque era sopravvissuto al Tracollo, lui. Beccato in pieno da radiazioni, virus e non si sapeva bene cos’altro, ma non era morto.

Be’, pensava spesso, ogni tanto la specie umana deve pur produrre un rappresentante forte. Lo deve fare se non altro per la semplice legge delle probabilità: uno su mille, o su un milione… Come quando si gioca alla lotteria. Qualcuno che vince ci deve pur essere.

Ecco: lui aveva vinto in ‘quella’ lotteria.

Vinto?

Già. Chi aveva perso, non poteva neanche raccontarselo. Questo doveva tenerlo sempre ben presente, Sean. Per stare meglio. Doveva ripeterselo, e doveva anche…

Sean?

Capì che Linda voleva comunicargli qualcosa, anche se ovviamente lui non poteva sentirla. E neanche vederla o annusarla, in realtà. Né percepirla se la toccava. Ormai quasi tutti i suoi sensi erano fuori combattimento, ma aveva anche acuito alcune elementari facoltà che in parte supplivano. Ad esempio, riconosceva i tacchetti di Linda dalle vibrazioni del pavimento di assi, quando lei entrava nella sua stanza; un passo enormemente differente da quello di Billy, o dalle quattro zampe di Arn, il collie.

Linda, Billy e Arn erano a loro volta dei vincitori della lotteria. Nonostante il modo in cui erano ridotti, anche loro. Ma che importava? L’essenziale era che lì, in quella zona del mondo, alcuni dei pochissimi sopravvissuti avevano trovato modo di unirsi per aiutarsi a vicenda.

Sotto certi aspetti gli altri erano molto meno fortunati di lui: Linda ci vedeva, lui no. Ma lei era anche molto malata, aveva il sangue avvelenato. E sapeva che entro non molto sarebbe dovuta morire.

Lui si sentiva sano come un pesce, accidenti.

Aveva 28 anni, e sperava di viverne almeno altrettanto.

Sean? Il tremito gentile delle assi, vicino al suo giaciglio.

Ciao, Linda, come va oggi: pochi gesti noti, con le sue povere braccia.

Bene. Quella nuova, indefinibile sensazione, era una carezza della ragazza sul suo volto bruciato.

Hai fame? C’è una zuppa d’avena.

Perfetto, grazie, Linda… Ho fatto un sogno strano, stanotte.

Me lo racconterai dopo. Ho da fare.

Intuì che qualcosa gli entrava fra le labbra. Doveva essere il cucchiaio di legno. Anche se ovviamente non poteva gustare il sapore dei fiocchi d’avena.

Ottimo, disse a Linda. Ciò che importava non era il sapore del cibo, vero?

Più tardi viene il Piccolo Hugh, gli ricordò lei.

Bene, annuì.

Allorché la donna andò via, Sean riprese a pensare al suo sogno.

Stanotte ne aveva fatto uno con immagini, cosa che non gli capitava da anni. Ormai lui non sapeva più cosa fosse un’immagine, un altro concetto che sbiadiva sempre più. Anche questo, pareva, era legato alla sua strana malattia. Che poi era un’insalata russa di malattie. Lui sognava… sensazioni. Movimenti quasi geometrici… Forse. Insomma, sognava. E stavolta era stato addirittura a colori. Questi credeva di averli proprio scordati tutti.

Sean talora aveva momenti atroci di vuoto assoluto, disperato. In questi casi non c’era nulla e nessuno che potesse aiutarlo: restava in quel pozzo senza fondo per ore, a volte giorni, incapace di risalire. Temendo di non tornare mai più. Ma ora la sua visione notturna gli dava una speranza: si era visto tuttora capace di muoversi, di andare a trovare gente. Sì, c’era altra gente in giro come lui, nel sogno; tutti i De-Sensorializzati Totali si riunivano e, miracolo, riuscivano a capirsi magnificamente seduti in cerchio su un prato d’erba. Verde, sì. Tutti i Dst.

Era durato pochissimo, alcuni secondi. Ma vividi. E lui aveva in un lampo capito una cosa intorno alla quale – ora gli pareva evidente – girava da tempo, senza capirla: che doveva cercare i suoi simili. Benché non fosse in grado di camminare, doveva in qualche modo farcela. Chiedere che qualcuno lo trasportasse. Spargere la voce. Far venire altri a lui. Incontrarsi. Non doveva chiudersi nell’orribile pozzo dentro se stesso, né nella piccola valle di Frith e dello Spey: la Gran Bretagna, o quel che ne restava, era grande. E c’era tutto il Continente, da interrogare e da incontrare.

Proprio come accadeva con il Piccolo Hugh: glielo portavano perché lui gl’insegnasse a vedere, sentire, ascoltare, benché il Piccolo Hugh fosse a sua volta un Dst. Nato da una mamma sopravvissuta al Tracollo, ma evidentemente segnata in modo invisibile, nel Dna.

Pensò che forse altri come lui potevano essere più bravi, nella loro nuova capacità di percepire il mondo.

Chi avrebbe potuto confutargli questa speranza? Come verificarla?

Eccoti Hugh, disse Linda con la vibrazione delle assi. Sean intuì qualcosa nell’aria. Riconobbe il piccolo. Stamani sentiva in sé una grande forza. Una volontà.

Ciao, Piccolo Hugh, disse sorridendo.

 

Parte Seconda (di Michele)

Era ancora lì e non sapeva decidersi. L’autoblindo poteva ancora essere un buon riparo, sebbene danneggiato.

D’un tratto dalla folta vegetazione sbucò un uomo. Indossava un’armatura corazzata ed imbracciava un fucile T9.

- Fermo lì! Tu non sei Mook. – Urlò lo sconosciuto.

- Infatti. – Rispose Karel un po’ preoccupato. – E’ stato ucciso, e sono venuto io, sono Karel Bern. Sono un…

- So bene chi sei. – Lo interruppe. – Deponi la pistola e seguimi.

Che poteva fare? Probabilmente lo stavano tenendo sotto tiro con un paio di fucili di precisione Xtr. Depose la pistola a terra e si mosse verso l’uomo.

Entrarono nella foresta ed il geiger segnalò un aumentare significativo di radiazioni mano a mano che si inoltravano sempre più. Stavano seguendo un sentiero letteralmente scavato nelle piante che costituivano un intricata muraglia colorata. Già qualche ramo stava allungandosi nuovamente per richiudere quello squarcio nel quale stavano camminando.

- Chi sei tu? – Provò a chiedere incerto Karel.

- Hun. Ora fai silenzio. – Fu la telegrafica risposta che ricevette.

"Hun"? Ma che nome era? Per fortuna non gli aveva visto il cellulare, gli sarebbe potuto servire in seguito.

Continuarono a camminare e Karel procedeva davanti allo straniero. Improvvisamente sentì un forte bruciore sul collo, si girò di scatto verso Hun ma perse i sensi prima di poter fare qualunque cosa.

 

Quando si svegliò, prima ancora di aprire gli occhi cercò il suo telefono… non c’era più!

Faceva fatica ad alzare le palpebre e cercò invano di capire dove fosse: era buio. Si trovava incatenato ad una sedia non troppo comoda, e non poteva minimamente muoversi. Che ingenuo era stato… Si era troppo fidato nella speranza di trovare un elemento che permettesse di sbloccare la situazione nella quale era finita la sua città. Più che ingenuo era stato stupido, pensò amaramente.

 

Restò in quella situazione per un tempo imprecisato, ne aveva perso la cognizione. Poi furono accese delle luci tenui che gli permisero di guardarsi attorno. La stanza era vuota e non aveva finestre, solo una porta dall’aria non troppo resistente. Si aprì ed entrarono tre uomini, vestiti in una strana maniera… Non aveva mai visto abiti simili.

- Salve signor Bern. Io sono Zed. Ci dispiace che Mook sia stato ucciso, ma ora dovrà occuparsene lei…

- Di cosa? – Disse Karel interrompendo l’uomo con una voce flebile: il narcotico non aveva ancora finito di fare effetto.

- Zitto! Non abbiamo tempo da perdere, lei saprà tutto ciò che le è necessario, non si preoccupi, è anche nel nostro interesse. Le sto per fare una rivelazione sconvolgente cui potrà anche non credere. Ma le prove che le mostreremo non le lasceranno molta scelta. – Stette un attimo zitto, come per concentrarsi e raccogliere le energie per continuare. – Questa non è la Terra. – Disse, e quindi si fermò di nuovo per dare peso a questa sua frase. Karel trattenne a fatica una risatina nervosa e stizzita: non era un bambino che crede a tutto ciò che gli adulti raccontano. – Non faccia così. – Disse Zed. – Ora vedrà che non scherzo. In realtà la Terra è a milioni di anni luce da qui e questo non è altro che un pianeta prigione situato in una zona periferica della galassia. La razza umana si è espansa in maniera vertiginosa e conta ormai svariate centinaia di miliardi di persone sparse a colonizzare l’universo. – Si fermò di nuovo per vedere l’espressione di Karel, che non riusciva a capire l’utilità di quella farsa. – Con l’aumento della popolazione, aumentarono anche i criminali e la soluzione di recluderli in prigioni sparse sui vari pianeti non dava buoni frutti: troppo costose e poco sicure. Così si scelse questo pianeta, molto simile per conformazione fisica alla Terra, e vi furono trasferiti i carcerati. Ognuno fu condizionato a livello subcelebrale, con una nuova memoria e nessuna possibilità di recupero della precedente. Su questo pianeta ci fu di nuovo uno sviluppo ed ormai la maggior parte degli abitanti, a parte gli ultimi arrivi, sono discendenti, nell’ordine di qualche generazione, dei primi carcerati. Come sistema di sicurezza fu dislocata una rete di bombe atomiche e batteriologiche, controllate da un sistema computerizzato a livello di sicurezza 4, il massimo… O almeno così si credeva… Se la popolazione del pianeta avesse rappresentato un pericolo per il resto della società, la combinazione dell’esplosione di tutte quelle bombe l’avrebbe spazzata via definitivamente. Mi sta seguendo? – Chiese rivolto a Karel.

- Bhe. Devo dire che ha molta fantasia, sono proprio curioso di vedere queste "prove". - Disse con aria di sfida.

- Arriveremo anche a quello. – Continuò Zed. – Il problema nacque quando un errore di riduzione di un numero decimale fece impazzire il sistema di sicurezza. Questo causò l’esplosione di buona parte delle bombe, quello che voi chiamate "Tracollo". Questa disgrazia, giunta all’orecchio dell’opinione pubblica grazie ad una fuga di notizie, fece traballare il Governo Globale. Ora è indeciso se lasciare che la situazione si evolva da sola, oppure distruggere tutto il pianeta inventandosi una copertura per salvare la faccia.

- Sono stufo di ascoltare. – Lo interruppe nuovamente Karel, ormai ripresosi completamente dall’effetto del narcotico. - Voglio le prove, voglio sapere perché lo state dicendo a me, e chi siete voi! – Urlò esasperato da tutte quelle parole inutili.

- Ha ragione, è ora che lei abbia le sue risposte…