Editrice Nord

Capitolo d'esempio

Autore: Mario Farneti
Titolo: Attacco all'occidente

CAPITOLO PRIMO


Fit via vi.
(Virgilio Aen., 2, 494)


La Land Rover giallo sabbia attraversò la porta di travertino che si ergeva tra le rovine del vecchio Forte delle Aquile Nere, e si diresse verso il deserto. I fasci littori ne ornavano ancora gli stipiti, mentre dodici aquile imperiali nere, ad ali spiegate, svettavano sul cornicione. Al centro della trabeazione, un medaglione col profilo di Mussolini, ornato di alloro, tramandava l'eco di antiche glorie.
- Meglio morti che comunisti! - Leo Callahan ripeté ad alta voce la frase scritta in caratteri cubitali su un muro sbrecciato dai colpi di granata, martoriato dalle schegge e dalle raffiche di mitragliatrice.
- Un rudere glorioso della Terza Guerra Mondiale - commentò Dana. - Poco distante da qui, nei pressi di Isha, due divisioni di Camicie Nere del corpo di spedizione italiano in Pakistan affrontarono le divisioni corazzate sovietiche del generale Andropov, lasciando sul campo almeno seimila morti. Fu una pagina eroica per l'Italia fascista.
Leo accese un sigaro cubano e aspirò profondamente: - Era la primavera del '46, a quel tempo ero un ragazzo, ma ricordo bene quanta eco ebbero sulla stampa le gesta degli eroi del Forte delle Aquile Nere: un pugno di miliziani fascisti e una compagnia di paracadutisti della Folgore, che tennero testa, per quaranta giorni, a forze nemiche soverchianti, fino all'arrivo degli inglesi.
- Fu la prima vittoria degli occidentali: l'inizio della disfatta dei comunisti. È molto triste che questo luogo sia caduto nell'oblio, se solo si pensa che Mussolini intitolò una delle piazze più grandi di Roma agli eroi del Forte delle Aquile Nere e Churchill, per riconoscenza, fece la stessa cosa a Londra.
Per più di un'ora, l'autovettura attraversò una pianura brulla, disseminata di automezzi militari ridotti a carcasse rugginose, che affioravano a tratti dalla sabbia. 
Sibilando tra le lamiere cupe e scheletriche, il vento intonava una tetra litania, mentre una nube di pomice sottile, scesa dalle colline infuocate dal sole, s'insinuava dappertutto, impalpabile e rovente. 
Leo premette sulla bocca il fazzoletto di seta che teneva al collo sotto la camicia kaki, ma senza alcun risultato. Pronunciò una sequela incomprensibile d'imprecazioni mentre l'eccesso di tosse gli spezzava il respiro, fino a soffocarlo. Annaspò verso Dana che sedeva a fianco dell'autista e afferrò la borraccia d'acqua che la donna si era affrettata a porgergli.
L'uomo ingurgitò due lunghi sorsi, poi si sciacquò la bocca e sputò oltre il finestrino della Land Rover, un ferrovecchio Anni '50 che arrancava lungo una strada sterrata cosparsa di sassi e buche.
- Ancora un attimo e ci lasciavo le penne!
- Faresti bene a smettere di fumare quei tremendi sigari cubani. Sono quelli che ti hanno fottuto i bronchi, non la polvere del deserto! 
Leo scosse il capo: - Scemenze, il vero fumatore di sigari non aspira...
Dana stava per ribattere, quando l'autovettura infilò una fitta serie di buche che la fecero sobbalzare, squassando l'abitacolo.
- Ahmed, ti prendesse un accidente, rallenta! - imprecò Leo alla volta dell'autista, un pakistano sulla trentina che puzzava come una capra e masticava aglio.
Ahmed non sembrò dar peso alle parole di Leo, anzi, per tutta risposta, premette ancora di più sull'acceleratore. Dalle ferraglie che componevano quel simulacro d'auto si levò un lamento sinistro, poi uno schianto improvviso annunciò il distacco di una delle ruote anteriori, che s'infilò in un canalone e terminò la corsa rimbalzando contro uno sperone di roccia. 
- Ahmed, figlio di sessanta cani! - Leo ebbe appena il tempo di proteggersi la testa con le braccia, prima che la Land Rover si mettesse di traverso e si rovesciasse in mezzo alla carreggiata.
Dana fu la prima a emergere dalla carcassa fumante dell'autovettura, che, nel capovolgersi, aveva disseminato la strada di rottami. Uscì a fatica dal finestrino e salì sulla fiancata. Notò che Ahmed era ancora al posto di guida e stringeva il volante tra le mani, come se non si fosse reso conto di nulla, indifferente anche al sangue che gli sgorgava dal sopracciglio ferito dai cristalli del parabrezza. 
- Ehi tu, non far finta di dormire, che hai combinato un bel casino! 
L'autista le rivolse uno sguardo stralunato, come se non comprendesse il senso di quelle parole, ma si riebbe dallo shock appena Leo l'afferrò per il bavero della camicia, dopo essersi liberato di un pesante zaino che gli era caduto sulle gambe.
- Ti venga un accidente, te l'avevo detto di rallentare, brutto asino! Credevi di essere a Indianapolis?! 
- Leo, lascia andare quello scemo. Dimmi piuttosto: sei ferito?
- No, grazie a Dio, solo qualche ammaccatura, ma non c'è di che essere ottimisti. Il centro abitato più vicino dista sessanta miglia e le alture sono infestate da bande di predoni che presto si precipiteranno qui come topi sul cacio.
- Che cosa pensi di fare?
- Intanto dobbiamo abbandonare questo rottame e trovare riparo per la notte. Ci porteremo dietro le provviste d'acqua e di cibo poi, domattina all'alba, ci metteremo in cammino, sperando di non fare brutti incontri.
Nel frattempo Ahmed, dimostrando un'insospettabile prontezza di spirito, si era arrampicato sopra un balzo roccioso, che sovrastava la strada di una ventina di metri, per osservare i monti circostanti con un piccolo binocolo da campo.
- Tutto tranquillo, per il momento. Possiamo accamparci qui per la notte - li rassicurò l'uomo.
- Va bene, ti raggiungiamo. Tu Dana pensa ai sacchi a pelo, io porto l'acqua e le provviste e... questa. - Indicò una pistola a tamburo di piccolo calibro, che teneva nascosta tra gli obiettivi della telecamera. Afferrò l'arma e la nascose nella tasca dei pantaloni. - Non è professionalmente corretto girare armati, ma trovami qualcosa di corretto in questo posto.
- Non si tratta di correttezza, Leo, lo sai. Essere armato può farti identificare col nemico. Spesso è più sicuro essere disarmati e neutrali.
- Vallo a dire alle centinaia di colleghi disarmati che ci hanno rimesso la pelle.
- Va bene, fa' come vuoi. Forse hai ragione tu. Ad ogni modo chi la sa più lunga è quel ceffo lassù. S'è messo subito al sicuro, senza pensare minimamente di darci una mano a trasportare la mercanzia.
- Abbiamo ingaggiato Ahmed come autista e, giustamente, lui non si sporca le mani con lavori pesanti. Quelli li lascia a noi infedeli... Business is business, accidenti a lui!
Leo e Dana risalirono verso il balzo, piegati sotto il peso degli zaini e delle taniche d'acqua. Solo quando erano già a poca distanza, Ahmed, mosso non si sa come da compassione, venne loro incontro, accollandosi parte del bagaglio.
- Bene, il luogo è più accogliente di quanto sembrava dalla strada. 
Leo si piazzò al centro di un piccolo avvallamento che poteva dare riparo e protezione in caso d'aggressione.
- Intanto mettiamo qualcosa sotto i denti, poi penseremo a riposarci. Domani ci aspetta una giornata durissima che temo sarà solo la prima di una lunga serie.
Aprì un paio di confezioni di carne in scatola e le vuotò in una gavetta, poi divise il cibo in parti uguali.
Ahmed afferrò un pezzo di carne e lo annusò con sospetto.
- Tranquillo, Ahmed, niente maiale, solo carne di manzo - lo rassicurò Leo.
L'uomo annuì e iniziò a mangiare con voracità.
Il vento si era chetato e il deserto, all'imbrunire, si era tinto di colori sempre più tenui che erodevano ogni forma, così come sgretolavano ogni certezza. In pochi minuti fu buio, ma il cielo stellato, senza luna, mantenne luce sufficiente a non perdere l'orientamento.
- Ci siamo cacciati in un bel guaio - commentò Leo, mentre metteva ordine tra le sue cose, facendosi luce con una piccola torcia a stilo - soprattutto tu, che potevi fare una vita ben diversa...
- Dài smettila, non ricominciare con la storia della donna del capo, sai bene che è stata una decisione presa di comune accordo, già prima che ci sposassimo, io e Romano...
- Sì certo, Romano, il parrucchiere all'angolo! - Leo rise divertito.
- Che cosa significa?
- Nulla, salvo che Romano Tebaldi non è un tizio qualsiasi. Ne convieni?
- Certo, Romano Tebaldi, Triumviro dell'Impero, avrebbe dovuto gettare la sua lunga ombra protettrice sulla piccola Dana Di Maggio, capomanipolo onoraria della Milizia, sino a farla scomparire. È questo che intendi dire?
- No, non penso che avresti dovuto rinunciare completamente al tuo lavoro, ma che avresti potuto sceglierti qualcosa di meno pericoloso...
- Per esempio, occuparmi di moda o di cronaca rosa. Non è così? Dillo!
Leo aggrottò la fronte, poi accennò un sorriso imbarazzato: - Non posso tacere che certe tue iniziative abbiano creato qualche problema a Romano, soprattutto da quando è una delle tre persone più potenti dell'Impero, forse il futuro Duce...
- Sono cose che conosco bene; all'inizio l'ala più conservatrice del partito, mi riferisco al generale Gabrielli e ai suoi faccendieri, si servì della nostra relazione per mettere Romano in cattiva luce, soprattutto perché ero americana e non volli mai rinunciare alla mia nazionalità. Romano, però, dimostrò nei miei confronti una tolleranza molto rara in un fascista. Affrontò i suoi avversari senza mai chiedermi di rinunciare alla benché minima parte delle mie aspirazioni. Siamo ormai sposati dal '73, nostro figlio maggiore ha quasi quindici anni e, fino a ora, abbiamo mantenuto gli impegni presi di comune accordo, senza mai arretrare di un palmo.
- Dana Di Maggio che arretra: impensabile! Neanche quando tutto sembra congiurare contro di lei. Neanche davanti all'evidenza! - Le afferrò il polso e lo strinse. Poi sussurrò: - Neanche quando mi davano per morto volevi crederci. E, dopo due anni trascorsi nel limbo, rividi la luce e il tuo volto. Leo Callahan il redivivo, uscito dal coma grazie all'ostinazione di un'amica, la sua migliore amica, che osò sfidare le certezze dei baroni della scienza, costringendoli a non staccare la spina.
- Hai ragione in tutto, tranne che non fu ostinazione...
- Lo so, Dana, fu fede.
Leo si alzò e si diresse verso il margine del precipizio a scrutare le sagome scure delle montagne, come se un istinto primordiale lo avesse avvisato di un pericolo imminente.
- Che ti prende? - domandò Dana. 
- Non lo senti anche tu?
- Che cosa?
Anche Ahmed si alzò e si mise ad ascoltare: - Motore... motore di aereo - l'uomo indicò verso Sud.
- Sì, è un aereo che si sta avvicinando.
- Mi pare di udire qualcosa... diamine, avete ragione: è un aereo a bassa quota. Ti risulta che ci siano aerovie qui sopra?
- Ne dubito. Non credo che le compagnie aeree corrano il rischio di sorvolare questa zona: troppi Stinger in mani poco raccomandabili!
- Ecco, intravedo una sagoma scura sorvolare quel picco! - Leo indicò un'altura sull'altro lato del canalone. - Vola a luci spente, il bastardo! Ecco, vira verso di noi. Tra un attimo lo avremo sopra.
- Ma come fai? Io non vedo niente!
- Da quando sono uscito dal coma, la mia vista si è fatta più acuta, non so spiegarmi il perché, ma ti giuro che è vero!
Dana gli lanciò uno sguardo incredulo, poi strizzò gli occhi nell'inutile tentativo di scorgere l'aereo, che passò veloce sopra le loro teste e scomparve oltre una cresta rocciosa.
- Deve trattarsi di un bimotore, forse un aereo civile. Che cosa ci faceva da queste parti e poi perché volava a luci spente?
- Non ne ho idea, Leo. Forse nei paraggi c'è qualche pista d'atterraggio, non credi?
- C'è puzza di traffico d'oppio. Meglio tenersi alla larga.
- Sì, meglio farci gli affari nostri, anche se...
- Anche se?
- No, no, meglio di no.
- Dài smettila di dire le cose a metà. Che ti passa per la testa? Sputa l'osso!
- Forse si potrebbe chiedere un passaggio.
- A quella gente lì? Hai idea di quali personaggi frequentino la Zona Tribale? Qui la polizia e l'esercito pakistano non si azzardano a mettere piede.
- Noi però ci stiamo maledettamente dentro e non c'è ancora accaduto niente.
- Ah, e questo lo chiami niente. Siamo in mezzo al deserto, con l'automobile a pezzi e con scorte d'acqua e viveri per un paio di giorni o giù di lì, ma questo è il problema minore, perché domattina finiremo sgozzati dai predoni e tu...
- Smettila col solito pessimismo. Chi ti dice che i proprietari dell'aereo non siano invece occidentali disposti ad aiutarci?
- Sì, a finire all'inferno.
Dana fece un gesto d'insofferenza, poi aprì la cerniera del sacco a pelo e s'infilò dentro.
- Fa' tu il primo turno di guardia e svegliami tra due ore. - Poi indicò verso Ahmed: - E non ti fidare di quello lì, che alla prima occasione ci vende ai banditi per pochi spiccioli. 
- Agli ordini, capomanipolo! - Leo salutò col braccio levato.

La notte trascorse senza incidenti, in una calma piatta, finché Leo fu svegliato da un robusto scossone. L'uomo impugnò la pistola puntandola in faccia ad Ahmed, che alzò le mani spaventato.
- Che accidente...!
- Niente, niente Mister Callahan. È l'alba.
- Come l'alba! Che ora è?
- Le cinque.
- Perché sei di guardia tu? Dov'è Dana?
Ahmed indicò con la mano verso il costone roccioso.
- Brutta pazza ostinata, se l'era messo in testa e l'ha fatto!
- Ha detto di non svegliare Mr. Callahan prima che fosse in vetta.
- E tu le hai dato ascolto?
- Sì, m'ha pagato. - Sventolò davanti agli occhi di Leo una banconota da dieci dollari.
- Ci vende ai banditi per pochi spiccioli, che faccia di bronzo! Mi verrebbe di salire fino in vetta e gettarla di sotto!
Ahmed lo fissò interessato, come a dire: Per un prezzo giusto lo faccio io.
- Guarda che t'ho capito, brutto sacco di pulci. Al primo sgarro ti metto un proiettile in mezzo agli occhi!
- Io non ho parlato, non ho detto niente.
- Sì, e per il futuro farai bene a rimanere muto come un pesce e anche a non pensare. Piuttosto, dammi il binocolo. Voglio vedere cosa combina quella sciagurata.
- Veramente il binocolo ce l'ha Mrs. Dana.
- A pagamento...
- No, non ci siamo messi d'accordo sul prezzo.
- E allora?
- Allora m'ha dato un pugno nello stomaco e se l'è preso lo stesso.
- Be', almeno una cosa giusta l'ha fatta!
Dette un'occhiata verso la cima dell'altura: - Sarà sì e no mezzo miglio, dài muovi le chiappe, raggiungiamola!
- Forse torna tra poco, è più saggio attendere.
Leo strinse il pugno e lo agitò sotto il volto di Ahmed: - Dove lo vuoi il prossimo?
- Andiamo dove Mr. Callahan desidera - rispose l'uomo senza indugiare.
Giunsero in vetta dopo un'ora di arrampicata, tra rocce acuminate e strapiombi. Dana era seduta al riparo di un cumulo di sassi e aveva steso a terra una carta topografica.
- Vuoi fare sempre di testa tua, vero? L'età non ti ha portato saggezza.
Dana iniziò a parlare senza dare conto alle parole di Leo: - Noi ci troviamo esattamente qui - pose un sassolino sulla carta - e la pista è proprio laggiù. In linea d'aria neanche due miglia. Che ne pensi?
- Penso la stessa cosa di ieri sera: ci rubano tutto, ci ammazzano e danno in pasto le nostre carcasse agli sciacalli.
- Vedi quel piccolo altopiano. Ieri sera l'aereo è atterrato proprio lì sopra. L'ho visto levarsi in volo poco dopo l'alba. Otto uomini, accampati nei paraggi, facevano la guardia ad alcune piccole casse. Roba che devono aver scaricato nella notte. L'aereo è ripartito senza caricare nulla: non ti sembra strano? Se fosse stato un aereo di trafficanti di droga avrebbe fatto il contrario. Ne convieni?
- Uhm, forse hai ragione. Non erano trafficanti di droga, ma trafficanti d'armi.
- Troppo piccole le casse per contenere armi, salvo che fossero pistole, ma mi sembra improbabile.
- Che idea ti sei fatta? Sputa l'osso.
- Non mi sono fatta un'idea, e proprio per farmene una andrò fin lì a vedere. Vieni con me?
Leo allargò le braccia sconsolato: - Va bene, andiamo. Spero sia una cosa rapida e indolore.
Ci volle tutta la mattinata per raggiungere l'altopiano. Naturalmente le due miglia in linea d'aria si dimostrarono sul terreno quasi dieci, e tutt'altro che agevoli.
Il sole era allo zenit e arroventava il pianoro sassoso sul quale erano saliti, dopo un'arrampicata mozzafiato.
- Se rimaniamo qui sopra un attimo di troppo, finiamo abbrustoliti come hamburger.
- Bevi un sorso, Leo, e smettila di lamentarti. - Dana gli porse la borraccia. - Voglio solo dare un'occhiata al luogo dove s'erano accampati quegli uomini e poi ce ne andiamo. Ecco dev'essere lì. Ci sono dei mozziconi di sigaro per terra.
- Sigari inglesi - osservò Leo, con piglio d'intenditore, - roba di prima scelta, anche se a me fanno schifo.
- Be' certo, tu fumi solo cubani...
- Mrs. Dana, guardi! - Ahmed indicò un minuscolo cilindro di plastica trasparente seminascosto dal terriccio.
- Fermo, non toccare!
La donna estrasse di tasca un coltellino serramanico e smosse la terra.
- È una siringa monodose, di quelle che si usano per i vaccini.
- Chi si fa l'antinfluenzale in mezzo al deserto?
- Non ne ho idea. Forse qualche eccentrico inglese con tendenze ipocondriache. Vediamo un po' di che cosa si tratta.
Soffiò via la polvere dalla piccola siringa.
- C'è una scritta: Libra Industries Ltd., Birmingham U.K.; ma non sono quelli...
- Quelli dello scandalo dei medicinali scaduti destinati ai programmi di cooperazione per il Terzo Mondo. C'era stata un'inchiesta un paio d'anni fa, poi a Bruxelles hanno insabbiato tutto. Gli interessi da difendere erano troppo grossi.
- Vuoi vedere che, senza volerlo, abbiamo imboccato la pista giusta?
- Ti riferisci all'epidemia del Khyber?
- Che altro se no? Non è per l'epidemia che ci troviamo in quest'inferno? Mille morti in un mese non sono uno scherzo. Poi l'epidemia è cessata all'improvviso, così com'era iniziata. Sei certo che quel tuo amico Gengis Khan, o come cavolo si chiama, potrà esserci di aiuto?
- Kafir Khan, si chiama Kafir Khan. È un uomo di vasta cultura e di grande animo, il mio vecchio compagno di studi a Harvard. Ci attenderà per due giorni al passo di Khyber. Di lì ci scorterà fino al Nuristan, in territorio afgano, nella sua fortezza sui monti del Kalasha, dove vive con la moglie e i suoi sette figli. Kafir Khan, capo dei Kafir Neri, i veri Kalash, discendenti dei legionari di Alessandro il Macedone. 
- Mamma mia, mette paura solo immaginarli!
- Non sono più temibili di altre tribù che vivono in questo deserto: guerrieri, la cui attività negli ultimi venticinque secoli è stata la guerra.
Leo prese in mano la piccola siringa e la esaminò. 
- Forse quelli della Libra ci stanno provando anche qui: medicinali scaduti in cambio di milioni di sterline, niente male come commercio.
- Oppure indagano sull'epidemia, sempre che non siano stati loro ad averla diffusa.
- Ehi calma! Stai lavorando troppo di fantasia. Nonostante le ipotesi e le illazioni dei giornali scandalistici, non c'è mai stata la prova concreta di un'epidemia progettata in provetta. Ne hanno dette di tutti i colori su Ebola e sull'AIDS, ma, fino a oggi, nessuno ha portato prove convincenti, se si escludono i vaneggiamenti di qualche pseudo-scienziato in vena di protagonismo.
- Okay, okay, fa' finta che non abbia parlato. In ogni caso sarà bene conservare la siringa.
- Mettila nel mio tascapane, appena possibile la faremo analizzare. 
L'attenzione dei due fu richiamata dalle improvvise grida di Ahmed che li avvertiva di un camioncino pickup che si stava avvicinando di gran carriera attraverso l'altopiano.
- È piena di gente armata. Qui finisce male! 
Leo afferrò la pistola che teneva in tasca, ma Dana gliela strappò di mano e la nascose sotto una grossa pietra.
- Hanno una santabarbara su quel gippone e tu vuoi affrontarli con una pistoletta a tamburo. Lascia parlare me.
- Tu sei pazza, quelli sono musulmani, non parlano con una donna. Anzi, faresti bene a coprirti la testa con un fazzoletto e tenerti in disparte.
Dana obbedì di malavoglia, mentre il pickup inchiodava un paio di metri da loro, tra una nuvola di polvere. Dall'automezzo scesero tre uomini coi classici chapan, le lunghe vesti afgane, e i Kalashnikov in pugno, che si rivolsero ad Ahmed nel loro idioma. 
Ahmed gesticolava e indicava gli zaini, mentre uno di loro gli puntava la canna del fucile sul petto e rispondeva gridando.
L'uomo, però, non si fece intimidire e rispose ad alta voce alle minacce, finché, vedendosela brutta, si rivolse a Leo con fare sconsolato: - Vogliono rapinarci d'ogni cosa e, in cambio delle nostre vite, pretendono diecimila dollari!
- E chi ce l'ha diecimila dollari in contanti! Chiedi se accettano carte di credito...
- No, non scherzi Mr. Callahan, non posso riferire la sua frase. È gente dal grilletto facile, questa.
- E chi mi garantisce che non ci ammazzano lo stesso, appena pagato il riscatto?
Ahmed tradusse la richiesta di Leo e l'uomo rispose rabbioso, poi imbracciò il Kalashnikov e lo puntò in aria sparando una raffica.
- Dice che vi dovete fidare lo stesso e che se avessero voluto farvi fuori lo avrebbero già fatto... Chi glielo avrebbe impedito?
- Glielo avrei impedito io...
Dall'auto uscì un uomo di media statura abbigliato anch'egli con lunghe vesti, e col classico pakol sul capo. Liberò il volto dalla sciarpa scura che lo nascondeva: i capelli biondi e la pelle rossiccia rivelarono la sua origine occidentale.
Dana, che non ce la faceva più a starsene in disparte, si tolse il foulard con un gesto di stizza: - Da dove cavolo spunta fuori lei?
- Permettete che mi presenti, signori: Philip van Horn, olandese. Benvenuti nelle mie terre. Questa è la mia piccola guardia personale.
- Benvenuti un corno - replicò Dana, - lei dà il benvenuto alla gente rapinandola?
- Si calmi Miss...? Non ho ben capito il suo nome.
- Mrs. Di Maggio. Dana Di Maggio...
Van Horn ebbe un moto di meraviglia: - Ah, che sciocco non averlo capito prima. Quale onore: Dana Di Maggio, la famosa giornalista italo-americana, moglie di...
- Sì, certo, moglie di... - Dana lo interruppe, impedendogli di pronunciare il nome del marito. - Lui è il mio collega Leo Callahan.
- È per me un grande onore accogliere lei e il suo accompagnatore nelle mie terre. Va da sé che il pagamento del pedaggio testé avanzato dal mio collaboratore debba ritenersi virtualmente assolto. Se volete accomodarvi sull'automezzo, vi condurrò alla mia residenza. 
Ahmed, rincuorato dalla piega favorevole che aveva assunto la vicenda, s'affrettò a salire sul pianale posteriore, dopo aver caricato tutti i bagagli. Van Horn si mise alla guida e fece accomodare Dana e Leo nell'abitacolo. 
Guidò in modo spericolato per una quindicina di miglia, lungo una pista sterrata che somigliava al letto di un fiume.
- Tra una decina di minuti saremo a destinazione - assicurò l'olandese, dopo aver superato un dosso, oltre il quale la strada scendeva rapidamente verso un piccolo corso d'acqua stretto in una gola.
- Cosa ci fa un europeo da queste parti? Non sono più i tempi di Lawrence d'Arabia. 
- In Europa mi occupavo di logistica, Mrs. Di Maggio.
- Intende dire trasporti e spedizioni?
- Esatto, proprio di questo. Poi, in seguito ad alcuni errori giudiziari, dovetti allontanarmi dal mio paese...
- Errori giudiziari di che tipo?
- Non so se rammenta la vicenda della White Arrow.
- White Arrow..., sì ricordo: 1981 o '82, quelli che inquinarono mezzo Mar Caspio. Era una multinazionale con sede nelle Virgin Islands che si occupava dello smaltimento dei rifiuti tossici. Invece di distruggerli, li scaricava direttamente in mare.
- Esatto, ma io, al tempo, ero in perfetta buona fede.
- Perché mette avanti le mani? Che cosa faceva per la White Arrow?
- Ad Amsterdam possedevo una piccola compagnia di trasporti e ogni settimana dovevo portare a Baku, sul Mar Caspio, un carico di fusti sigillati e scaricarli in un deposito; ma io non ho mai saputo che cosa contenessero. Arrivarono a pagarmi anche il triplo del dovuto. Per alcuni mesi gli affari andarono a gonfie vele, fin quando non si misero in mezzo quei rompiballe di ambientalisti. Un giorno, a pochi chilometri da Amsterdam, assalirono il camion e fecero sequestrare il carico dalla polizia. Per fortuna sfuggii all'arresto, ma dovetti rifugiarmi qui, dove non esistono estradizioni, anzi, dove non esistono neanche le leggi.
- E, mi dica, ora si occupa esclusivamente di brigantaggio o ha qualche altra attività collaterale?
- Lei mi giudica male, Mrs. Di Maggio, perché non ha la nozione esatta di dove si trovi.
- Si sbaglia, perché invece ho l'esatta nozione di dove mi trovo: in un covo di briganti.
- Briganti al pari dei nostri antenati europei del medioevo. Conti, marchesi, vassalli e chi più ne ha più ne metta, erano anch'essi, nella sostanza, briganti che spennavano tutti i malcapitati che venivano loro a tiro e che si facevano giustizia da soli. Nella Zona Tribale siamo ancora in pieno medioevo ed è normale che il signore del luogo, in questo caso io, chieda il pedaggio per attraversare le sue terre. Ne conviene Mr. Callahan?
- Non posso darle completamente torto Mr. van Horn, anche se Dana non condivide questo mio punto di vista. Ciò che però m'incuriosisce di più è sapere in quale modo un infedele sia riuscito a crearsi un feudo da queste parti.
- Un ex infedele, vorrà dire. Io mi sono convertito all'Islam ormai da qualche anno e ho avuto in dono queste terre da un capotribù cui salvai la vita, oltre che avergli fatto alcuni favorucci... Adesso nessuno qui attorno può fare a meno di me.
- Perché?
- Io continuo a occuparmi di logistica, la mia specialità, e solo Dio sa quanto ce ne sia bisogno in questo deserto privo di mezzi di trasporto moderni e di vie di comunicazione adeguate...
- Ho capito, traffico d'oppio, armi, alcolici... tutto fa brodo. - Dana scosse la testa, come non volesse credere a ciò che ascoltava, ma l'olandese non sembrò dar peso al suo disappunto.
- Vede - continuò, - io non sono abituato a fare molte domande. Quando mi si chiede di trasportare qualcosa, lo faccio con puntualità e precisione. Sono doti che i Signori della Guerra, che si spartiscono queste terre, apprezzano molto e ricambiano con dollari sonanti, ma non potrei mai e poi mai trasportare alcool. Per nessun prezzo. Firmerei la mia condanna a morte. Sa che cosa fanno da queste parti a chi non rispetta le regole?
- Lo so: lo fanno a pezzi da vivo...
- ... molto lentamente e, prima di ucciderlo, gli fanno ingoiare i testicoli: non è cosa per me. Mi creda.
Nel frattempo, la jeep aveva attraversato il canalone ed era risalita verso un pianoro, protetto a Sud e a Ovest da un'altura rocciosa sulla quale si aprivano alcune grotte, intervallate da costruzioni di mattoni e da un capannone di lamiera davanti al quale era parcheggiata una mezza dozzina di jeep di grossa cilindrata.
- Ecco, questo è il mio autoparco. Altri sei automezzi stanno effettuando consegne tra Kabul e Jalalabad. Non è meraviglioso? E poi senza quei rompiscatole di ambientalisti.
- Non ci saranno gli ambientalisti a romperle le scatole Mr. van Horn, ma temo che i pericoli non siano certamente inferiori a quelli che correva in Europa facendo il midnight dumper... - sottolineò Dana.
- Sembra paradossale, ma qui è tutto più semplice, perché qualsiasi cosa è quantificabile in moneta. L'importante è non irrigidirsi e non scandalizzarsi mai delle richieste della controparte. È sempre possibile trovare un punto d'accordo. Per esempio, poco fa i miei uomini vi avevano fatto una richiesta: sa dirmi a quanto ammontasse?
- Tutto il bagaglio, più diecimila dollari per avere salva la vita.
- È ciò che vi ha riferito il vostro autista, immagino.
- Esattamente.
- Vede, anche lui ha cercato di trarre profitto da un evento inaspettato e, all'apparenza, negativo. La nostra richiesta, però, non era di diecimila, ma di cinquemila dollari. Ahmed ha pensato bene che una cresta di cinquemila dollari fosse sufficiente a ripagarlo dell'auto andata distrutta.
- Brutto imbroglione!
- Non è un imbroglione. Ha cercato solo di rifarsi della perdita. Questo v'insegna che, per prima cosa, avreste dovuto accordarvi con lui, stabilendo quale utile avrebbe voluto ricevere dalla trattativa. Se non fossi stato presente io, non so come ne sareste usciti.
- Anche Ahmed, però, ha rischiato di venire ucciso.
- Non si uccide mai un mediatore. Porta male!
Philip parcheggiò l'auto davanti alla più grande delle costruzioni. Una palazzina di mattoni a secco, chiusa da una porta metallica. 
- Questa è casa mia, accomodatevi pure. Potrete farvi una doccia e rifocillarvi. Poi sarò a vostra disposizione. Naturalmente a un prezzo di favore.
- Non ne dubitavo - sorrise Leo.
All'apparenza la dimora di Philip sembrava poco più di un tugurio, composto di un solo stanzone al centro del quale erano posati alcuni tappeti e dei cuscini sdruciti e maleodoranti. Dana lanciò uno sguardo ironico verso Leo che la ricambiò aggrottando la fronte.
- Tranquilli, questo è solo per gli indigeni. Agli europei ho riservato l'ala Nord. Seguitemi. 
Sollevò un pesante tappeto a motivi geometrici, appeso alla parete di roccia che costituiva il quarto lato del fabbricato, e scoprì una porta scorrevole che immetteva in una grotta... che non aveva nulla da invidiare a una suite allo Sheraton.
Per un istante, Dana rimase abbacinata dal luccichio degli specchi, dei cristalli e degli ottoni, un insieme un po' pacchiano, ma che giovò molto a risollevarla. 
- Là ci sono i bagni con l'idromassaggio. Se poi vorrete consumare un pasto, non avrete che da accomodarvi nel tinello. Nel surgelatore troverete cibo occidentale e nel frigo le bevande. Naturalmente mancano gli alcolici e la carne di maiale. Fate come se foste a casa vostra. - Si rivolse infine ad Ahmed. - Tu vieni con me, che ho da farti una proposta.
Philip ritornò dopo circa un'ora e trovò Dana e Leo seduti al tavolo del tinello, mentre consumavano alcune porzioni preconfezionate di merluzzo del Baltico.
- Spero abbiate trovato ogni cosa di vostro gradimento.
- È tutto così perfetto, che ha dell'incredibile! - esclamò Dana.
- Io non faccio una vita facile: penso lo avrete capito. Perciò, appena posso, cerco di prendermi delle piccole soddisfazioni... Ma veniamo a noi. Credo che ora vorrete rimettervi in viaggio. A proposito qual era la vostra destinazione?
- Il passo del Khyber. Abbiamo appuntamento con un amico. Ci attenderà ancora per ventiquattr'ore.
- Se è lecito, posso sapere di chi si tratta?
Dana fissò negli occhi Philip e rimase in silenzio, poi sorrise con aria di sfida: - Chi, tra i suoi clienti, fuma sigari inglesi e usa siringhe prodotte dalla Libra Industries?
Philip s'irrigidì. - Come le dicevo, io non faccio troppe domande ai miei clienti. La riservatezza mi aiuta a rimanere vivo.
- Non ho dubbi lo stesso, Mr. van Horn, ma ho pensato che lei potrebbe esserci utile a raccogliere notizie circa l'epidemia del Khyber.
Philip scoppiò a ridere.
- L'epidemia del Khyber: una delle più grosse montature messe su dai mass media occidentali. Nel Khyber sarà morta sì e no una ventina di persone, tutte vecchie o malate, e non le mille e più di cui i suoi colleghi hanno parlato.
- Anche se fosse vero quello che sostiene, non le sembra comunque un episodio preoccupante?
- Non più di quanto possa preoccuparmi una semplice epidemia influenzale. Quanta gente debole o malata muore negli Stati Uniti, in inverno, a causa dell'influenza? Sicuramente più di venti individui.
- D'accordo, potrei concederglielo se gli Stati Uniti avessero un'estensione di poche centinaia di chilometri quadrati e se la popolazione ammontasse a qualche migliaio d'anime. È un problema di statistica.
- Tagli corto Mrs. Di Maggio: dove vuole arrivare?
- Non so dove arriverò. So invece qual è il punto di partenza. 
- A che cosa si riferisce?
- All'altopiano da cui ci ha allontanato con la massima cura. Mi sbaglio Mr. van Horn?
L'olandese assunse un'espressione corrucciata. La sua voce divenne metallica, distaccata.
- Farò in modo di condurvi a destinazione al più presto. Tenetevi pronti. Fra mezz'ora manderò un mio uomo a prendervi. Ah, dimenticavo, il prezzo del biglietto aereo fino al Khyber è di duemila dollari.
L'uomo uscì dalla stanza senza aggiungere altro.
- Centro! - Dana strinse il pugno in segno di vittoria, poi si avvicinò al tavolo e finì di tracannare una bevanda al succo d'uva contenuta in un tetrapak arancione.
Leo scosse il capo: - Centro un cavolo! Lo hai fatto incavolare come un bufalo. Non puoi comportarti sempre in questo modo. Se solo avesse avuto la minima intenzione di collaborare, ora lo hai convinto a tenere la bocca chiusa.
- Non ne sarei sicura, perché van Horn ha capito che la persona che ci attende al Khyber è un Signore della Guerra, che potrebbe creargli dei problemi. In secondo luogo teme di sicuro che il suo nome possa saltar fuori su qualche giornale occidentale. Perciò abbiamo ancora qualche moneta di scambio.
- E se non gliene frega niente e, a scanso d'equivoci, prende e ci fa fuori entrambi?
- Non lo farà, perché è un occidentale e sa bene che dopotutto io sono la moglie di. Le Squadre Omega dell'OVRA non gli lascerebbero scampo...
- Squadre Omega... ma allora esistono davvero? Il governo fascista ne ha sempre negato l'esistenza.
Dana lo zittì: - Tieni la bocca chiusa e fa' finta che non abbia parlato...
- No, no, adesso non puoi tacere. Ecco che riemerge il tuo subcosciente fascista! Allora essere la moglie del Triumviro Tebaldi ha il suo peso...
- Lascia andare le polemiche e cerca d'essere concreto. Pensi proprio che Romano potrebbe rimanere con le mani in mano, se solo qualcuno mi torcesse un capello?
- No, è ovvio, ma dimmi un po' di queste Squadre Omega.
- Lo sai che cos'è l'Alfa?
- La prima lettera dell'alfabeto greco, il principio.
- Esatto, il principio. E l'Omega?
- L'ultima lettera, la fine.
- La fine, appunto.
- Questo significa che...
- Che nel giro di un quarto d'ora ogni forma vivente che si trovasse nel raggio di due chilometri da qui sarebbe terminata. Qualsiasi istallazione, costruzione, rifugio o impianto distrutto in modo tale da non essere, non solo ricostruibile, ma riconoscibile; qualsiasi veicolo o velivolo disintegrato. Tutto qui.
- Una specie di disinfestazione.
- Bravo, hai usato la parola giusta: disinfestazione! 
- E se, poni caso, l'olandese riuscisse a darsela a gambe?
- Finirebbe nel Guinness dei Primati, perché sarebbe il primo a essere sfuggito alle Squadre Omega. Adesso però dimenticati questo nome e non farne parola con nessuno. Mai.
- Non ti preoccupare. Non ho nessuna voglia di finire anch'io nella lista nera dell'OVRA...
Philip fu puntuale. Dopo mezz'ora esatta si presentò a bordo di una jeep giapponese di grossa cilindrata con un paio di guardaspalle. Dana e Leo erano già nel piazzale, in attesa di partire.
Gli uomini di scorta scesero dall'auto e caricarono il bagaglio, uno di questi aprì la portiera laterale e fece entrare i due ospiti.
- E Ahmed, dov'è finito? - chiese Dana.
- Da oggi lavora per me. Gli ho fatto una proposta che non poteva rifiutare.
- Be', allora lo saluti da parte nostra e gli dia questi mille dollari. - Leo gli porse una mazzetta di banconote, ma Philip la rifiutò con aria di sufficienza, poi mise in moto e partì: - Non ne ha bisogno. Da ora penso io a lui. 
- Allora permetta che saldiamo il nostro debito con lei. - Prese dalla tasca altre banconote che aggiunse alle prime: - Sono i duemila dollari che aveva richiesto. 
Philip non toccò il denaro ma rimase impassibile: - Immagino abbiate appuntamento con un Signore della Guerra. Qualcuno che vive in Afghanistan, altrimenti non vi attenderebbe al valico del Khyber. Non sono poi molti i Signori della Guerra dall'altra parte.
- Bravo, non sono molti e uno in particolare è un mio vecchio amico d'università.
- Allora credo proprio d'aver capito, si tratta di un infedele, vero?
- In questo, il mio amico ha dimostrato maggiore coerenza di certi occidentali...
- Kafir Khan! - Menò un colpo sul volante.
- Kafir Khan, proprio lui, il capo dei Kafir Neri. Contento?
- Gente pericolosa. Nonostante siano infedeli, godono del rispetto dei musulmani.
- Non è solo rispetto, è anche paura.
- Ha ragione. Nessuno si avventura nei loro territori senza permesso. Non è la prima volta che intere carovane scompaiono senza lasciar traccia. Ciò che più turba queste popolazioni, non è sapere di venir uccisi o torturati, ma proprio il fatto di poter scomparire nel nulla. Temono più le stregonerie del fuoco dei Kalashnikov.
- Non definirei Kafir Khan esattamente uno stregone. È laureato in Biologia e in Lettere Antiche col massimo dei voti. Poi non so quanti Master abbia conseguito in giro per il mondo.
- Un Kafir Nero rimane sempre un Kafir Nero, anche dopo cento lauree. Mi creda Mr. Callahan.
Leo annuì, mentre Philip fermava l'auto davanti a un hangar al centro di una spianata calcinata dal sole. Un uomo con la barba folta e la fronte coperta da un turbante era lì ad attenderlo. Philip fece un gesto con la mano e l'uomo cominciò a spingere una larga porta a soffietto. 
Dalla penombra emerse la sagoma scura di una fusoliera.
- Questo è il pezzo forte della mia società di trasporti: un bimotore Fokker F-27 del 1960. L'ho comprato da una compagnia aerea indiana in fallimento. Era ridotto a una carretta, ma io l'ho rimesso a nuovo spendendoci un mucchio di denaro e lo uso solo per le operazioni più importanti. Preparatevi a salire a bordo.
Leo e Dana si scambiarono un cenno di assenso e s'incamminarono verso il velivolo. La donna notò subito che, sulla fusoliera, dipinta a colori mimetici, mancavano sigle, coccarde e contrassegni d'identificazione.
- Vedo, Mr. van Horn, che nei suoi affari mantiene una coerenza ferrea: mai lasciare traccia.
- Ciò mi consente di rimanere vivo.
L'uomo col turbante accostò la scaletta alla fusoliera e aprì il portellone laterale, poi invitò i due a consegnare il bagaglio.
L'interno dell'aereo era particolarmente curato. I sedili, ricoperti di velluto color panna, si fondevano con le tonalità beige della moquette e delle pareti.
- È un'alcova volante per sceicchi! - esclamò Leo.
- Non mi occupo di tratta delle bianche - sorrise Philip, - ma cerco sempre di rendere il più possibile accogliente la permanenza dei passeggeri sui miei mezzi.
Philip si sedette nella cabina di pilotaggio e avviò i motori. L'aereo rullò sulla pista, sollevando una nuvola di polvere e si dispose al decollo. Philip mise i motori al massimo e la polvere parve sommergere ogni cosa, finché il Fokker si staccò da terra.
Volarono alcuni minuti a bassa quota, evitando di misura le cime delle montagne e infilandosi all'interno di gole e burroni le cui pareti parevano all'improvviso sbarrare il cammino, per essere evitate o superate di misura.
- Questo è l'unico modo per rendersi quasi invisibili. Da quando gli Stati Uniti hanno regalato gli Stinger alle tribù afgane del Nord-Est per difendersi dai bombardieri cinesi, i cieli sono diventati insicuri.
- Ma noi non siamo cinesi.
- No di certo, Mrs. Di Maggio, ma forse le sfugge che, dopo la fine dei bombardamenti cinesi, molte bande di guerriglieri non solo non hanno restituito gli Stinger inutilizzati, ma li hanno rivenduti e adesso non si capisce più in quali mani si trovino esattamente. Solo un terzo di quelli offerti dal suo paese ai guerriglieri afgani è stato utilizzato, mentre della maggior parte si sono perse le tracce.
- Non ritengo verosimile che qualcuno getti via cinquecentomila dollari, il costo di uno Stinger, per abbattere il suo aereo, senza un motivo valido. Non crede?
- Be', il motivo valido ci sarebbe...
- Vuol dire... noi?
Philip annuì.
- E chi mai potrebbe volerci morti?
- Qualcuno che non apprezza la vostra attenzione. - Philip ebbe un gesto di disappunto: - La prego, Mrs. Di Maggio, non offenda la mia e la sua intelligenza.
- Okay, lei si riferisce alla Libra...
- Sì, alla Libra, l'industria farmaceutica. Proprio ieri ho effettuato un trasporto per loro: un passeggero inglese con alcune casse di cartone, forse medicinali. Sono andato a prelevarlo a Islamabad e l'ho depositato sull'altopiano dove ci siamo incontrati. Tutto normale, non fosse stato per i personaggi che sono venuti a prelevarlo. Uomini della tribù di Abdul-Karim. Gente avvezza al tradimento, capace delle peggiori nefandezze.
- Pensa si tratti di qualcosa di sporco?
- Qualcosa che gli altri Signori della Guerra non farebbero mai... O, addirittura, qualcosa contro di loro.
- Guerre tribali, allora.
- Macché, c'è dell'altro. Quell'inglese sembrava un pezzo grosso, non un faccendiere qualunque. Ha detto di chiamarsi Clancy, James Clancy, ma scommetto che è un nome falso.
- E perché un pezzo grosso di una multinazionale farmaceutica dovrebbe rischiare la pelle proprio qui?
- Dipende dagli interessi in ballo.
- C'è di mezzo l'epidemia, ne sono certa: o l'hanno provocata loro o si tratta di qualche insolita malattia su cui hanno degli interessi. 
- Non lo so, ma la cosa puzza...
- Ascolti, Philip, dov'è la base degli uomini di Abdul-Karim?
- In un villaggio a 10 minuti di volo da qui, verso Nord-Est.
- Abbiamo sufficiente autonomia per una deviazione? - Dana mise mano a una custodia di cuoio che teneva appesa al collo sotto la camicia.
- Qui ci sono tremila dollari, la nostra riserva: duemila per il viaggio, più altri mille per la deviazione. Le chiedo solo di sorvolare la base di Abdul-Karim un paio di minuti per effettuare qualche ripresa con la telecamera.
- È la classica occasione in cui un bandito come Abdul-Karim non ci penserebbe un secondo a sprecare uno Stinger, tanto glielo ripagherebbe profumatamente quel Clancy.
- Allora, Philip - incalzò Dana, - Le ho rivolto una domanda, che ho accompagnato con un'offerta. Qual è la sua risposta? 
Philip restò in silenzio. Azionò la cloche e fece virare l'aereo verso Nord Est.
- Questa è la mia risposta. Contenta? A proposito, ha mai partecipato a un combattimento aereo?
- Sì, ed è un'esperienza che non dimenticherò mai, anche se è passato molto tempo.
- Allora si tenga pronta al peggio e... sia fatta la volontà di Allah!
Il Fokker sorvolò una valle brulla e inospitale attraversata da un fiume a tratti impetuoso, il cui azzurro cupo tendeva al verde in prossimità dell'argine.
- Il territorio controllato da Abdul-Karim è oltre quelle cime. Speriamo di coglierli di sorpresa. Voi tenetevi pronti per le riprese.
Leo prese la telecamera dalla sacca e l'accese. Poi aprì il vano laterale e inserì una casetta Betacam. Staccò un foglio bianco dal taccuino e lo porse a Dana.
- Serve a regolare i livelli, altrimenti le immagini virano verso il blu. Tienilo fermo davanti all'obiettivo.
Effettuò una rapida regolazione, poi fece scorrere il vetro del finestrino e piazzò l'obiettivo, tenendo la telecamera in spalla.
L'aereo scese di quota, fin quasi a sfiorare le cime delle montagne, poi virò a destra.
- Il campo di Abdul-Karim è in quella spianata. Mi abbasso ancora, a vedere il bianco degli occhi di quei bastardi - disse Philip.
Leo cominciò la ripresa, mentre l'aereo sorvolava le prime case del villaggio. Da alcune jeep mimetiche, parcheggiate in uno spiazzo, uscirono degli uomini vestiti con sahariane kaki. 
- Quelli lì, riprendili. Stringi con lo zoom! - esclamò Dana.
Leo inquadrò gli uomini, mentre tentavano di nascondersi al di là di un muretto a secco, oltre il quale un branco di capre si disperdeva, fugato dall'ombra dell'aereo e dal rumore assordante dei motori.
Dal tetto di una palazzina, intanto, un paio di uomini di Abdul-Karim, addetti a una mitragliatrice antiaerea, aprirono il fuoco contro il Fokker.
- Dannazione, sparano! Meglio toglierci di qui - gridò Philip.
- No, non basta - disse Leo, - devi passare una seconda volta. Ho bisogno di altre immagini.
- Tu sei matto. La prossima volta ci faranno a pezzi!
- No, se gli vai addosso.
- Addosso... a chi?
- Dài che hai capito! Punti diritto sulla mitragliatrice, poi, all'ultimo istante, alzi il muso e ti allontani.
- Voi due siete dei pazzi forsennati... e io, accidenti a me, non sono da meno!
Philip riprese quota, compì un giro di 180 gradi, abbassò il muso del velivolo e si gettò in picchiata verso la postazione antiaerea.
Uno sciame di proiettili si sollevò dal villaggio, e andò ad aggiungersi ai traccianti della mitragliatrice, che sparava senza interruzione.
Due finestrini scoppiarono colpiti da raffiche di AK47 e un tracciante, perforato il parabrezza, sibilò all'interno della cabina di pilotaggio e attraversò l'aereo per l'intera lunghezza.
- Un palmo più a sinistra e, al posto della testa, mi sarei ritrovato marmellata!
Leo, nel frattempo, teneva la telecamera puntata sugli uomini che avevano trovato riparo oltre il muro a secco. Uno di questi uscì allo scoperto con una pistola automatica in pugno e, con incredibile calma, sparò verso il Fokker, come se si trovasse in un poligono di tiro.
Uno dei proiettili passò un paio di centimetri sopra la testa di Leo e colpì una plafoniera dell'illuminazione interna, i cui frammenti caddero addosso a Dana. Leo, però, continuò a effettuare la ripresa come se niente fosse.
- Eccoli, ce li ho tutti quanti! Un bel primo piano, brutte facce di merda! Adesso possiamo filarcela, Philip!
- Non c'era bisogno che me lo ricordassi, pazzo!
Il Fokker passò radente sopra la postazione antiaerea, costringendo i due mitraglieri ad abbandonare il pezzo e gettarsi a terra.
Altri colpi di arma automatica sfiorarono la carlinga, mentre l'aereo si allontanava in direzione delle cime montuose dalle quali era comparso poco prima. 
- Spero di non avere uno Stinger in coda, altrimenti stavolta è finita davvero!
- Non credo proprio, Philip - rispose Leo, - la sorpresa è riuscita completamente. Non hanno avuto il tempo di reagire.
- Bene, allora riprendo la rotta per il Khyber.
Leo si adagiò in uno dei sedili di velluto e allungò le gambe su quello di fronte, mentre Dana estraeva dalla telecamera la cassetta Betacam con la registrazione effettuata poco prima.
- Questa cassetta è preziosissima. Dobbiamo esaminarla al più presto con un monitor. Lei Philip conosce qualcuno al Khyber che possa esserci d'aiuto? - domandò Dana.
- Uhm, pagando...
- Già certo, pagando... Dimentica però che questi sono gli ultimi tremila dollari che possediamo e che dobbiamo versarli a lei.
- Se vi servono, ve li posso prestare a un interesse ragionevole.
Dana lo guardò schifata: - Naturale, ci presta i nostri soldi e ci chiede anche gli interessi: strozzinaggio allo stato puro!
- Nei tremila dollari non erano comprese le raffiche di contraerea! Questo è il ringraziamento per aver messo a repentaglio la mia vita per voi... e per quella stronzata lì. - Indicò la videocassetta che Dana teneva stretta in mano, come un oggetto prezioso. 
- Moderi i termini Mr. van Horn, noi due abbiamo rischiato la vita quanto lei!
Philip scosse la testa, rifletté un attimo e sorrise quasi divertito: - In fin dei conti ha ragione, Mrs. Di Maggio. Anche voi avete rischiato la pelle, sempre che sappiate che cosa ciò significhi davvero. Un tracciante a un palmo dalla testa, non è poi gran che.
- Non dubito che lei ne abbia viste di tutti i colori nella sua lunga carriera di... di... 
- La prego, concluda pure la frase. Non mi offenderò di sicuro. Qual è la parola che manca: predone, ladro, oppure tagliagole? Scelga lei.
- Temo non si possa definire con una parola sola una persona che, come lei, dimostra tali e tante attitudini nel campo dell'illecito.
- La ringrazio: è il più bel complimento che abbia ricevuto fino a oggi da una donna! - Philip scosse il capo, poi concentrò lo sguardo sugli strumenti di navigazione. - Tra pochi minuti prenderemo terra nei pressi del Khyber. La pista d'atterraggio è un po' accidentata, perciò vi consiglio di sedervi, allacciare le cinture e tenere il bagaglio sulle ginocchia.
- Dobbiamo anche stringere i passaporti tra i denti? - chiese Dana con ironia.
- No, Mrs. Di Maggio, da queste parti non interessa a nessuno identificare le salme! 

L'atterraggio non fu dei più morbidi a causa delle irregolarità del terreno, ma alla fine Philip fermò i motori davanti a un vecchio hangar italiano della Terza Guerra Mondiale decorato con le insegne dei Lupi del Deserto, ormai sbiadite.
- Finalmente a destinazione! - esclamò Philip. - Come avete potuto costatare voi stessi, io non manco mai una consegna.
- Bene - rispose Dana, mettendo mano al portafogli celato sotto la camicia, - questo è quanto dovutole, Mr. van Horn, tremila dollari in tutto. Esatto?
- Non è esatto, Mrs. Di Maggio...
- Che significa? Non le bastano più? Sta giocando al rialzo! - s'inalberò Dana.
- Al contrario. Non voglio un centesimo.
La donna si rivolse a Leo esterrefatta.
- Sì, hai sentito bene, ha detto proprio che non vuole un centesimo. Forse ti sei fatta un'idea sbagliata di Mr. van Horn.
- Purtroppo voi americani avete troppi pregiudizi verso gli europei e faticate a toglierveli, anche dopo averne sposato uno...
- Io non ho alcun pregiudizio verso gli europei, ma sono abituata a giudicare le persone dai fatti.
- E allora, Dana, mi permetto di chiamarla per nome, quali sono i fatti nel mio caso? Analizziamoli insieme: vi ho raccolto nel deserto che eravate quasi morti; vi ho ospitato a casa mia; vi ho fornito le informazioni che chiedevate; ho rischiato la vita per voi; infine vi ho condotto a destinazione. E per tutto questo non pretendo alcun compenso.
Dana si fece seria: - Lei intende umiliarci.
- Non intendo per niente umiliarvi. Ricorda che cosa le dissi a proposito dei nostri antenati del medioevo?
- Che erano poco più che banditi, che imponevano la propria legge con la forza.
- Esatto, ma è bene anche aggiungere che quegli stessi uomini, pur nella loro rozzezza, scoprirono una dimensione dell'onore completamente nuova. Sa a che cosa mi riferisco, vero?
Dana lo guardò straniata: - Non saprei.
- Ha mai sentito parlare della Cavalleria, Mrs. Di Maggio?
- Non vedo il nesso...
- Io sono un signore feudale, ma sono anche e soprattutto un cavaliere, così come lo furono i miei antenati. Penso di averglielo ampiamente dimostrato coi fatti. Ora mi permetta di congedarmi da lei e dal suo cortese accompagnatore. Ah, dimenticavo un'ultima cosa: questo è per voi.
Consegnò a Dana il biglietto da visita di uno studio di montaggio televisivo e vi appose la sua firma. 
- Presentatevi a nome mio - disse, poi abbozzò un mezzo inchino, girò i tacchi e s'allontanò senz'altro aggiungere.
- Ti ha lasciato senza parole, o sbaglio? - Leo colse lo sbigottimento della donna.
- Accidenti a lui, in altri tempi avrei anche potuto innamorarmi di un ceffo del genere...!

La Kamal TV World Enterprises aveva un nome altisonante, sebbene l'indirizzo stampato sul bigliettino corrispondesse a una catapecchia in uno squallido sobborgo della città.
- Tu, Dana, resta in strada, che è più sicuro - comandò Leo, nonostante la donna insistesse a seguirlo. - Appena sono certo che è tutto okay ti avverto.
Leo salì una ripida gradinata che conduceva all'ingresso della catapecchia, quindi bussò ripetutamente alla porta semiaperta, un accrocco di lamiere e assi di legno tenute assieme da filo di ferro, ma non ottenne risposta. Si decise infine a spingere il battente e a fare capolino in un locale male illuminato e invaso da un tanfo nauseabondo, che saliva da una botola sulla quale era poggiata una scala di legno. 
- C'è nessuno qui? - picchiò con le nocche delle dita sulla lamiera, ma non fece in tempo a compiere un passo, che sentì un oggetto freddo e appuntito pungergli la gola. Qualcuno, alle sue spalle, lo teneva sotto la minaccia di un grosso pugnale. L'arma mandò un rapido bagliore nel buio. 
- Mani in alto e bene in vista!
Un uomo corpulento, vestito con jeans e giubbetto da fotoreporter portato a pelle, uscì dalla penombra e gli si gettò addosso, afferrandolo per il bavero.
- Che vuoi? Chi ti manda?
Leo fece per portare la mano alla tasca e prendere il biglietto, ma sentì il pugnale premere minacciosamente sul collo.
- Sono disarmato...
Lo sconosciuto lo perquisì velocemente e gli sfilò di tasca il biglietto da visita. Dette una rapida scorsa alla firma, poi fece un gesto col capo al suo compare.
- Lo manda van Horn, metti via il pugnale, Muhammad. Che cosa cerca qui? - domandò con fare minaccioso.
- Mi chiamo Leo Callahan, sono un giornalista americano. Fuori c'è una mia collega. Vogliamo solo visionare un Betacam che abbiamo girato poche ore fa... Naturalmente dietro compenso.
- La tariffa è di duecento dollari l'ora, più cento dollari per le spese generali.
- Va bene. Affare fatto! Esco un attimo ad avvertire la mia amica.
- Non ce n'è bisogno: la sua amica è già nostra ospite.
Lo spinse in una piccola stanza dove c'era Dana imbavagliata e con le mani legate, tenuta a bada da un ragazzotto sulla quindicina, con una P38 in pugno.
- Va tutto bene Ayyub. Metti via la pistola e liberala. Ah, piuttosto - disse rivolto a Leo - le presento i miei due figli: Ayyub e Muhammad. Muhammad ha dieci anni, è quello che le teneva il pugnale alla gola, lo sa usare con la leggerezza di una piuma. 
- Me ne sono accorto, dannazione - disse Leo. - Accogliete tutti i clienti in questo modo, nella sua azienda?
- Dobbiamo prendere le dovute precauzioni. Sono quartieri mal frequentati, questi. Non sai mai in chi puoi imbatterti.
Muhammad tagliò i lacci ai polsi di Dana con un gesto deciso. La donna afferrò subito il bavaglio e se ne liberò con rabbia. 
- Per fortuna che in strada ero al sicuro... Ti venga un colpo, Leo! Be', veniamo a noi, dove tiene le attrezzature, Mr. Kamal, è questo il suo nome, vero?
- Saad Kamal, per l'esattezza. Seguitemi al piano inferiore. Lo studio si trova lì.
Leo rabbrividì solo al pensiero di scendere nella botola da cui proveniva quell'orribile fetore, ma dovette far buon viso a cattiva sorte e seguire l'uomo. Dana recuperò una fialetta di profumo che teneva nel tascapane, ne intrise un fazzoletto e lo premette sul naso.
- Scusate l'odore: proviene dal formaggio di capra che tengo a stagionare qui sotto.
Formaggio marcio di capra putrefatta, mugugnò tra sé Dana, mentre entrava nello studio seguita da Leo.
Saad, intanto, si era seduto alla centralina di montaggio e aveva acceso le apparecchiature.
- Se vuole consegnarmi la cassetta, Mr. Callahan. 
- Certamente, eccola.
Saad la inserì in un lettore e la riavvolse.
- Accomodatevi pure e buona visione. Ehm, naturalmente i cento dollari per le spese generali vanno pagati in anticipo...
- Non c'è problema. 
Dana gli porse il denaro e l'uomo uscì di stanza seguito dai figli.
- Dài cominciamo, che un'ora passa in fretta e non vorrei farmi spennare da quello strozzino e dai suoi pargoli tagliagole.
- Okay, Dana, cominciamo...
Sul monitor iniziarono a scorrere le sequenze del volo sopra il covo di Abdul-Karim.
- Mamma mia, sono tutte mosse! - commentò Dana.
- Avrei voluto vedere te al mio posto...
- Va' avanti, fino a quando hai inquadrato quel gruppo di occidentali.
- Eccoli qua. Vedi, non puoi dire che non abbia avuto il polso fermo, nonostante piovessero proiettili da tutte le parti.
- Sì, le immagini sono buone. Ora dovrebbe esserci la zoomata. Bene. Rallenta l'immagine. Adesso ferma qui e ingrandiscimi questo personaggio proprio vicino al muretto. Mi pare di conoscerlo. Okay, adesso cattura il frame e vai al secondo passaggio. Vediamo se è lo stesso personaggio che ci ha sparato con la pistola.
Leo fece scorrere avanti il nastro.
- Eccolo che esce dal riparo e ci prende di mira. Perfetto! La zoomata è perfetta. Ce l'abbiamo, quel figlio di puttana! Ferma l'immagine e catturala.
- Ma chi cavolo è?
- È Mr. James Clancy... - sorrise ironica.
- Lo conosci?
- Se lo conosco! L'ho incontrato un paio d'anni fa a un party presso l'ambasciata britannica a Roma, ma non si chiamava affatto Clancy.
- E come si chiamava?
- Sir Benjamin W. Keeler, Amministratore Delegato della Libra Industries Inc. Soddisfatto?
- Più che soddisfatto. Abbiamo in mano nitroglicerina pura. Se questa roba passa sulle televisioni occidentali, succede il finimondo!
- Scoppi pure il finimondo, ma al momento giusto. Quello lì è capace di dire che si trovava in Pakistan in vacanza e ci fotte tutti. Dobbiamo pescarlo con le mani nel sacco.
- Che cosa proponi di fare?
- Dobbiamo trovare subito il tuo amico Kafir Khan. Credo sia indispensabile il suo aiuto.
- Va bene. Qui abbiamo finito. Saldiamo il conto con Saad e andiamocene.
Risalirono al piano superiore dove i figli di Saad montavano la guardia alla finestra armati entrambi di vecchi mitragliatori MK66 italiani.
- Noi ce ne andiamo. Dov'è vostro padre?
- In questo momento è fuori sede - disse Ayyub, - ha lasciato detto di consegnare il denaro a noi... Fanno altri duecento dollari.
- Ecco qua i soldi. Grazie e, quando lo vedete, salutatecelo.
Ayyub annuì e infilò le banconote sotto la camicia sdrucita.
- Che Allah vi protegga.
- Grazie. Ne abbiamo bisogno.
- Non so se è un augurio o una minaccia - commentò Dana preoccupata, mentre scendeva in strada per dirigersi verso la piazza del Khyber, seguita da Leo.
Ayyub accompagnò la coppia con lo sguardo, finché scomparve alla vista, poi lanciò un fischio verso la strada. Saad uscì di corsa dal fondaco della palazzina adiacente, raggiunse la console di montaggio e digitò alcuni codici sulla tastiera del computer, finché sul monitor principale comparvero i frame visionati poco prima dai due giornalisti. Li osservò con interesse e ne ricavò alcune stampe da una Polaroid. Estrasse di tasca un piccolo radiotelefono e si rivolse concitato a un misterioso interlocutore.
Chiuse le foto in una busta e la consegnò a Muhammad, che uscì di corsa e scomparve nei vicoli del quartiere.

La piazza del Khyber era piena di jeep e camion in sosta, dipinti e infiocchettati, fino al ridicolo, contro il malocchio. 
Gli autisti dormivano tra le ruote, sopra giacigli improvvisati, in attesa della notte per oltrepassare il confine.
Un vecchio pathan vestito di un caffettano bianco scaldava il tè in un macchinario cilindrico color rosso lacca, mentre personaggi equivoci, armati di pistole e coltelli, si affollavano intorno al suo banco.
Poco distante, uno scrivano preparava documenti doganali per i molti analfabeti che, in fila, attendevano con pazienza il proprio turno. 
- Hai per caso idea di dove trovare il tuo amico? 
Dana si faceva vento col taccuino, mentre dal volto grondava sudore a causa del foulard sotto il quale era costretta a nasconderlo.
- No, mi ha detto solo che mi attendeva al Khyber e che si sarebbe fatto vivo. Di sicuro qualcuno dei suoi ci avrà già visto, perciò non rimane che attendere.
- Dove e per quanto tempo ancora? - domandò la donna, innervosita dalla ressa e dal caldo che si faceva sempre più insopportabile.
- In questo luogo la fretta non ha senso. Le lancette dell'orologio si muovono più lentamente rispetto alla Fifth Avenue, anzi, si muovono in maniera diversa secondo l'ora del giorno.
- Sempre che qui sappiano cos'è un orologio!
- Lo sanno, e molto bene, basta che ti volti un attimo.
Leo indicò alle spalle della donna un venditore ambulante che recava con sé, insieme con altre mercanzie, alcune radio a transistor e una serie di orologi elettronici appesi a un pannello di legno munito di maniglia.
Alla vista degli stranieri, il venditore sorrise e indicò la merce.
- No, grazie. - Dana scosse la testa, disturbata dall'insistenza dell'uomo che continuava imperterrito a magnificare, nella sua lingua, gli oggetti in vendita.
- Ho già detto che non voglio nulla, cribbio! - sbottò Dana.
Il venditore staccò allora dall'espositore una penna a sfera di finta tartaruga e la mostrò a Leo.
- Forse lei può apprezzare più della signora quest'oggetto - gli si rivolse in inglese.
- Non saprei... - Leo afferrò la penna: - Paccottiglia, niente di più.
- L'osservi bene, Sir.
- Mah, dalle parti di Taiwan te ne danno due container per mezzo dollaro!
- Non di questa marca...
Con un guizzo Dana s'impadronì della penna: - Da' qua, fammi vedere... - La esaminò brevemente. - Ehi, ma non ti sei accorto?
- Calma! Accorto di cosa?
- Calma un cavolo. Hai osservato bene il fermaglio?
- Dammene il tempo, perdiana!
- Questo simbolo non ti ricorda niente?
- Che mi venga un colpo, è la Libra!
Leo afferrò per un braccio il venditore ambulante che, approfittando della ressa, stava per filarsela via.
- Fermo amico, dove credi di andare? Ci devi delle spiegazioni!
Non finì la frase, che dall'altro lato del mercato risuonò il rombo di un fuoristrada, che avanzava col motore imballato tra il fuggi fuggi generale.
Dal tettuccio dell'abitacolo un individuo col turbante nero imbracciava un mitragliatore M60. Sparò alcune raffiche in aria, poi abbassò la canna ad altezza d'uomo e diresse il tiro verso Leo e Dana.
- A terra, gettati a terra!
Leo afferrò Dana per i fianchi e la trascinò al riparo di un cumulo di tappeti accatastati davanti all'ingresso di un bazar.
Le pallottole fischiarono numerose sopra le loro teste, mentre la confusione e il frastuono salivano al massimo.
Il venditore, intanto, si era gettato anche lui a terra, trovando riparo dietro un tavolo rovesciato. La jeep si era fermata a una quindicina di metri dal bazar, mentre la mitragliatrice vomitava proiettili contro i due malcapitati.
- Dannazione, Leo, fa' qualcosa! - gridò Dana, irrigidita dalla paura e colpita dai calcinacci che le piovevano sul capo.
- Non ho più la pistola, me l'hai fatta gettare via, ricordi brutta stronza?!
- Non è il momento di litigare, seguitemi, presto! - Il venditore si era liberato delle cianfrusaglie che si trascinava dietro e, da sotto il mantello, aveva estratto una mitraglietta Uzi.
Si sporse veloce oltre il riparo, ma dalla jeep partì una nuova sventagliata di mitragliatrice. Afferrò un otre di coccio e lo lanciò poco distante, attirando l'attenzione del killer che sparò in quella direzione. Ciò gli diede il tempo di uscire dal riparo e centrarlo in pieno volto. Il guidatore ingranò la marcia e tentò di fuggire, ma neanche lui ebbe scampo.
- Togliamoci di qui, prima che arrivino i loro amici. È gente di Abdul-Karim, non è abituata a fare prigionieri...
- Dove ci porti? - domandò Dana.
- Al sicuro. Mi chiamo Hamdan, fidatevi. Non avete altra scelta.
Estrasse dal tascapane una granata incendiaria e la lanciò all'interno dell'abitacolo della jeep, che in un attimo fu avvolta dalle fiamme ed esplose.
- Con quella non potranno più inseguirci, figli di cane!
Hamdan indicò un vicolo che scendeva verso la moschea il cui minareto svettava sopra le basse e ineguali palazzine di mattoni di fango.
Corsero a scapicollo, senza guardarsi indietro e senza curarsi delle persone che urtavano e travolgevano nella fuga.
Nello spiazzo davanti alla moschea sostava una vecchia Mercedes nera col motore acceso e gli sportelli aperti.
Hamdan spinse i due verso i sedili posteriori e si sedette a fianco dell'autista, che accelerò, alzando una nuvola di polvere, e si diresse verso la periferia della città.
- Andiamo alla città sotterranea, presso Landi Kotal. Siete attesi.

Viaggiarono verso Est per dieci chilometri, finché giunsero in vista delle prime case di Landi Kotal, ma l'autista non si diresse in città, sterzò invece all'improvviso, entrando in un viottolo sterrato che scendeva a tornanti in una valle inverdita da una bassa vegetazione che germogliava, come per miracolo, tra rocce e sassi.
Ad un cenno di Hamdan, l'autista decelerò e accostò l'auto in corrispondenza di un piccolo slargo, sopra il quale sorgeva un erto contrafforte roccioso.
Hamdan scese e invitò i suoi ospiti a seguirlo, mentre congedava l'autista.
- Pochi passi e saremo alla caverna di Di-Zao.
Leo e Dana si scambiarono un'occhiata furtiva, colma di stupore e d'ansia.
- Di-Zao, che nome è?
Hamdan sorrise: - Un nome molto antico, che voi occidentali dovreste ricordare...
- Si tratta di un personaggio storico?
Hamdan rise incredulo: - Possibile che non abbiate mai sentito parlare di Zeus? 
- Cribbio, è vero! È quasi la stessa parola! - esclamò Dana, sconcertata dall'inaspettata rivelazione. Poi si rivolse a Leo: - E tu che hai fatto studi classici a Harvard, possibile non te ne sia accorto?
- Purtroppo siamo stati abituati a pensare che certe cose siano morte e sepolte. Invece... 
- Invece il nostro passato è sempre con noi, senza che ci accorgiamo. 
Hamdan si muoveva con agilità lungo un sentiero appena tracciato tra gli arbusti e i rovi, che s'impigliavano ai vestiti e frenavano il passo.
Superarono una passerella di corda, sospesa sopra un profondo burrone, e giunsero in vista di una lunga fenditura nella roccia disposta in senso verticale e che si allargava verso il basso.
- Questa è la grotta di Di-Zao. Kafir Khan vi attende al suo interno. Prima però dovrete liberarvi dei vestiti, delle calzature e di qualsiasi oggetto impuro. Nei pressi della grotta c'è un ruscello che si getta in una vasca. Sul bordo troverete due tuniche di lana grezza. V'immergerete in acqua, poi indosserete le tuniche. Lasciatemi gli zaini, io rimarrò di guardia.
- Qual è il motivo di questo rituale? - domandò Leo, con una punta d'incredulità.
- Kafir Khan è anche il Sommo Sacerdote del nostro popolo e la grotta è uno dei luoghi dove da millenni si manifesta lo spirito di Di-Zao, nostro dio. Non è lecito introdurvi cose o persone impure. Vi prego, fate come vi ho detto. Io, purtroppo, non potrò rimettervi piede che fra molto tempo, quando sarò purificato del sangue che ho sparso oggi.
- Ma lo hai fatto per legittima difesa, salvandoci la vita. Hai compiuto un gesto nobile.
- Ciò nonostante ho privato due uomini della vita donata loro da Di-Zao.
Hamdan abbassò il capo e si sedette a terra senza più pronunciare parola.

L'acqua della sorgente era tiepida e limpida e Leo fece il gesto di togliersi il vestito e di tuffarsi, ma Dana lo fermò.
- Dove credi di andare? Pensi che io me ne resterò sul bordo della piscina a guardare te nudo, mentre sguazzi come un rospo?
- No di certo. Ci tuffiamo insieme.
- Va', non fare il furbo. Adesso t'incammini verso quello spuntone di roccia, ti ci siedi sopra e mi volti le spalle. Così da qui ti potrò controllare. Okay?
- Va bene, non ci sono problemi. Pensi che ci tenga proprio a fare il bagno con te?
- Non lo penso, ne sono certa!
Leo percosse col palmo della mano la superficie dell'acqua e bagnò in faccia Dana.
- Si vede che non mi conosci, pivellina...
La donna si ritrasse, poi raccolse una manciata di terra e gliela lanciò, ma Leo si era già allontanato abbastanza da non venire colpito.
Si sedette sullo spuntone, voltando le spalle a Dana.
- Va bene così?
- Perfetto. Se rimani fermo sul trespolo, ti porto in premio un sacchetto di semi di girasole.
Leo non rispose e attese con pazienza che Dana finisse di lavarsi e indossasse la sua tunica, poi s'immerse in acqua e, a sua volta, si rivestì con quell'inusuale indumento. 
Un vento secco, carico di aromi profumati, li investì proprio all'ingresso dell'antro, mentre camminavano a piedi nudi sulla sabbia sottilissima color rosso ruggine. 
In lontananza, la luce tremula di alcune fiaccole lambiva la sagoma di un uomo dall'aspetto prestante, con un mantello bianco posato sul capo e un bastone ricoperto d'argento impugnato con la mano sinistra. Sedeva in un seggio scolpito nella roccia, sul quale erano tracciati simboli misteriosi.
L'uomo si alzò e allargò le braccia verso Leo.
- Pace a te, amico mio. Ringrazio i Cieli di avermi dato la fortuna d'incontrarti ancora una volta su questa terra!
- Sia pace a te Kafir Khan. - Leo allargò anche lui le braccia e strinse a sé l'amico. Poi si volse verso la sua accompagnatrice.
- Questa è una persona a me molto cara; le devo la vita. Si chiama Dana, Dana Di Maggio.
Kafir Khan sorrise verso la donna, poi le afferrò la mano destra e la strinse. Chiuse le palpebre, e per un attimo il suo spirito sembrò distante, quasi avesse raggiunto il lato opposto dell'universo.
- Ti ha salvato la vita… non è una donna comune. Non a caso i Cieli l'hanno inviata tra gli uomini.
Kafir Khan tolse il mantello dal capo e scoprì la sua chioma castana, appena imbiancata dalla canizie, così come la barba, ben curata e poco sporgente dal mento. Solo allora Dana si accorse del blu intenso dei suoi occhi.
- È da una settimana che dimoro nella grotta, in preghiera e digiuno. Proprio oggi finisce il periodo della purificazione. Siete giunti appena in tempo.
- Purtroppo il viaggio non è stato dei più facili. Siamo stati vittime di alcune disavventure, ma, grazie a Dio, ce la siamo cavata anche questa volta.
- Domani mattina mi seguirete alla volta della mia dimora, nel Nuristan, in territorio afgano. Stasera dividerete il pasto con me, il primo pasto dopo sette giorni. Intanto dissetatevi con questo.
Prese una fiasca di ceramica e versò del liquido rosso scuro in due coppe di metallo.
Dana annusò, poi bevve un sorso.
- Ma è vino...!
Kafir Khan colse il moto di meraviglia della donna e si affrettò a rispondere: - Noi non siamo musulmani, Mrs. Di Maggio. Credo che il mio amico Leo gliel'abbia spiegato.
- Sì, mi ha detto qualcosa circa le vostre origini, ma pensavo si trattasse di leggende.
- Non sono leggende, anche se è solo un luogo comune far discendere il nostro popolo da un gruppo di disertori dell'esercito di Alessandro il Macedone. Quando Alessandro giunse in queste terre, noi c'eravamo già da molti secoli. Fu subito colpito dalla somiglianza del suo popolo col nostro, perciò consentì che alcuni soldati si sposassero con le nostre donne e si stabilissero qui. I popoli occidentali affondano le loro antiche radici proprio in queste terre, da cui, tre millenni fa, mossero alla conquista dei paesi che si estendono là dove il sole lascia il posto alle tenebre.
- È una storia troppo bella per essere vera.
- Mi spiace che la pensi così, Mrs. Dana, ma io non sono facile alle suggestioni. Parlo in questo modo, perché ho prove sufficienti per dimostrare ciò che dico.
- Quali prove?
- Basterebbe cercare in questa stessa caverna. Chi avesse la curiosità di addentrarsi nei cunicoli che si diramano nel sottosuolo, si troverebbe di fronte a un ordito immenso, di cui è impossibile intuire la fine. Fino a ora nessuno è stato in grado di disegnarne una mappa completa. Gli annali dei Kalash tramandano che il nostro popolo trovò rifugio nel ventre della madre terra, in un'epoca assai remota, per sfuggire al castigo degli dèi che avevano sterminato il genere umano a causa dei suoi peccati. I nostri antenati risalirono in superficie dopo alcuni secoli, inviati dai loro antichi sovrani, solo quando l'ira divina si fu chetata. Nel lungo periodo della permanenza nel grembo della terra, la loro stirpe aveva edificato splendide città sotterranee e aveva imparato a dominare le forze che allignano nel sottosuolo, tanto da essere in grado di realizzare una complicata rete di cunicoli che mettevano in comunicazione terre tra loro lontanissime, passando sotto mari e oceani.
- Questa è la leggenda di Agharti... Voi ne sareste i discendenti?
- Non solo noi, ma anche voi. Quella di Agharti non è una leggenda, né questa civiltà si è estinta. Nel profondo della Terra il suo segreto rimane ancora inviolato.
- Nonostante le affannose ricerche effettuate negli anni '30...
- Si riferisce a Hitler e alla spedizione che quel folle inviò sull'Himalaya.
- Proprio a quella. I suoi scagnozzi, però, ritornarono a casa con un pugno di mosche.
- Cercarono nel luogo e nel modo sbagliato, soprattutto senza la giusta disposizione d'animo. Tentarono di dimostrare il teorema imposto dal loro capo, perciò guardarono senza vedere, sebbene la verità fosse davanti ai loro occhi. Ma non fatevi illusioni, perché voi stessi, purtroppo, non siete migliori dei nazisti: guardate senza vedere, perché il vostro animo è colmo di pregiudizi. È un difetto comune alla gente di questo secolo disgraziato.
- Una delle ragioni per cui ci troviamo qui è proprio il desiderio di capire, senza pregiudizi di sorta. Perciò abbiamo bisogno del suo aiuto.
Kafir Khan annuì, poi si diresse verso un lato della caverna, dove erano adagiati a terra splendidi tappeti a decorazioni geometriche con una spiccata dominante rossa, arricchita da disegni vegetali e da figure d'animali stilizzate.
- Accomodatevi, qui. Consumeremo un breve pasto, quindi trascorreremo la notte nella caverna e all'alba riprenderemo il viaggio insieme.
Prese del pane chapati e del formaggio tenero profumato con spezie e l'offrì ai suoi ospiti.
- È pane poco lievitato che ho cotto io stesso e il formaggio proviene dalle mie greggi. È tutto ciò che posso offrirvi, per il momento… Ho ricevuto il tuo messaggio da New York, Leo.
- Ti chiedevo informazioni sull'epidemia del Khyber, immagino che tu sappia dirmi qualcosa di più preciso, anche perché sei un biologo.
Kafir Khan bevve un lungo sorso di vino e meditò la risposta. Poi prese un piccolo scrigno d'argento e l'aprì. Ne estrasse alcuni fogli dattiloscritti e li scorse velocemente.
- L'epidemia del Khyber... forse la prova generale di macula.
- La prova generale di cosa?
- Di macula, le ho dato io questo nome, dopo averne visto i sintomi: la malattia epidemica che potrebbe cambiare la faccia del pianeta. Le nostre terre ne sono state il banco di prova.
- Dunque non si tratta delle solite notizie allarmistiche. È tutto vero.
- Direi che è quasi tutto vero. I morti ci sono stati, ma solamente alcune decine e non qualche migliaio, come avevano riferito certe agenzie di stampa male informate. Qualcosa di misterioso, però, è accaduto sul serio. Da parte mia, ho provato a effettuare delle ricerche con i mezzi limitati che possiedo e posso formulare solo delle ipotesi.
- Be' diccene qualcuna. Ci interessano.
- Il primo sospetto è nato dal fatto che l'epidemia si è diffusa all'improvviso così come all'improvviso è scomparsa, senza diffondersi. I sintomi sono stati del tutto insoliti. Non si ricorda niente di simile in questa zona.
- Di quali sintomi parli?
- All'inizio si è presentata come un banale raffreddore: qualche starnuto, per un paio di giorni, poi i sintomi sono scomparsi. Dopo una decina di giorni, però, ecco comparire, all'improvviso, emorragie dal naso e dalla bocca ed ecchimosi sulla pelle. Proprio per la presenza delle macchie blu delle ecchimosi, ho battezzato la malattia macula.
- C'è stato qualche tentativo di intervenire con dei medicinali?
- Macula non ha reagito agli antibiotici e le trasfusioni sono state inutili, come inutile è stato il tentativo di fermare le emorragie. In un paio di settimane, chi ne era affetto è deceduto per pancitopenia, cioè per la morte di tutte le cellule del sangue.
- Ti risulta che siano state effettuate autopsie su qualche cadavere?
- Ho assistito io stesso a una di queste. Un corpo è tuttora conservato in una cella frigorifera nel centro medico di Kuz Konar, a una decina di chilometri dalla mia residenza. Potrete esaminarlo voi stessi, se ciò non vi disturba. Lei, Mrs. Dana, ha qualche problema?
- Affatto. Nella mia carriera ho visto cose ben peggiori di un cadavere congelato.
La notte era calata in maniera repentina e, dall'interno della caverna, s'intravedeva un lembo di cielo illuminato dalle stelle.
Dana e Leo si erano coricati su due spessi tappeti di lana di cammello, sopra i quali avevano steso delle coperte. La luce di alcune fiaccole percorreva tremula le pareti irregolari della grotta, delineando forme subitanee e sfuggenti, che creavano inquietudine e angoscia. Poi il sonno vinse tutti.
Ma, nel sonno, l'angoscia prese corpo. Davanti agli occhi di Dana apparve l'immagine del deserto, dapprima illuminato dalla luna, poi da un sole rovente. Infine giorno e notte si succedettero veloci più di un battito d'occhi, come a colmare un tempo incommensurabile.
Il tempo cessò di scorrere. Dana era al centro di una valle circondata da caverne che si aprivano sulle pareti rocciose. Il sole, prossimo al tramonto, colorava il cielo di rosso carminio. Fu allora che un grido lacerante emerse dal grembo della terra. Dana rabbrividì, ma non riuscì a muoversi; le membra erano paralizzate. 
Dalle caverne, una turba informe e traboccante procedeva in direzione del sole. Uomini dai tratti mostruosi, simili a cavallette, coperti di drappi scuri, impugnavano asce e picche e lanciavano urla assordanti e bestiali. La moltitudine scomparve verso Occidente e, dall'orizzonte, si sollevarono alte fiamme e grida di dolore e disperazione.
Un lampo accecante precedette l'arrivo di un corpo luminoso verde smeraldo, che attraversò il cielo per tutta la sua estensione e scomparve in corrispondenza delle fiamme.
Seguì una tremenda esplosione che scosse la terra da un capo all'altro. Le stelle sembrarono cadere dalla volta celeste, e un'onda d'urto d'immane violenza spazzò la superficie del deserto, abbattendo ogni cosa al suo passaggio. Le montagne si disgregarono e i frammenti furono catapultati oltre l'atmosfera insieme con i corpi smembrati degli uomini-cavalletta. 
Nuvole di vapori verdi scesero dal cielo e coprirono ogni cosa. L'esalazione rese l'aria irrespirabile. Dana sentì mancare il respiro e d'istinto portò le mani alla gola. Stava per morire soffocata. Tentò di gridare e protese le braccia per cercare aiuto. Spalancò gli occhi. Il sogno era svanito, ma il cuore palpitava e il respiro era stretto dall'affanno. Passò la mano sulla fronte sudata, quindi si liberò della coperta e si sollevò. Qualcuno la osservava, ma notò subito che Kafir Khan e Leo dormivano profondamente. Pensò a Hamdan, ma verso l'ingresso della caverna non c'era nessuno.
Si alzò dal giaciglio e avanzò di qualche passo. Udì un improvviso brusio provenire di là dove l'oscurità era più cupa e la tenue luce delle fiaccole non riusciva a vincere le tenebre.
Cercò di far luce con una torcia verso l'origine del rumore, ma, dopo pochi passi, la fiamma si spense all'improvviso. 
Nonostante ciò, non si perse d'animo e avanzò nella penombra, finché scorse un labile riflesso verde muoversi tra le stalagmiti calcaree che, d'un tratto, le sbarrarono il cammino, surreale confine di una dimensione proibita. 
S'addentrò nel labirinto di guglie e pinnacoli, ma più allungava il passo, più la radiazione luminosa prendeva vantaggio su di lei. Pensò che forse non aveva adottato la tattica giusta e decise di fermarsi e sedersi ai piedi di una gigantesca concrezione dalle tenui sfumature rosate. Anche l'alone verde si fermò. Per un attimo fu il silenzio, poi il brusio riprese a diffondersi e moltiplicarsi tra le mille, diafane presenze di quel mondo pietrificato. La misteriosa entità mosse verso di lei, dapprima lentamente, poi sempre più veloce, sino a fermarsi oltre una stalagmite. 
Il brusio salì d'intensità e la radiazione verde divenne più accesa, superando l'ultimo ostacolo che la divideva dalla sua inseguitrice. Dana raggelò alla vista di una forma fluttuante, non ben definita, al cui centro un corpuscolo color smeraldo emanava una forte luminescenza. Le sembrò che quel corpuscolo volesse comunicare. L'impulso potente di entrare in quell'aura verde s'impadronì di lei. Doveva capire, toccare con mano. Si alzò e fece un passo, poi un altro ancora. 
La terra le mancò sotto i piedi, all'improvviso. Il vuoto stava per risucchiarla e lei non poteva reagire, pensare. La meraviglia cedette il posto allo sgomento, finché una mano robusta l'afferrò per un braccio. 
Dana lanciò un grido di terrore e la misteriosa presenza si dileguò in un batter d'occhio.
- Stava per cadere nel crepaccio, Mrs. Dana.
Era la voce di Kafir Khan. L'uomo, apparso dal nulla alle sue spalle, la teneva ora ben salda per la vita. La trascinò al sicuro, quindi prese una piccola lampada a petrolio appesa alla cintura sotto il mantello e l'accese.
- È un luogo pieno d'insidie, questo. Non è prudente addentrarvisi senza le dovute precauzioni.
Dana rabbrividì alla vista del profondo baratro nel quale stava per precipitare e quasi svenne per lo spavento, ma il suo indomabile orgoglio le diede la forza di reagire.
- Chi era quell'essere?
- Si è imbattuta in un fenomeno elettrostatico assai comune in questa caverna e in molte altre della zona. Poco più di un miraggio.
- Non è vero. Non si trattava di un semplice fenomeno fisico. Lei sta mentendo! Era una forma vivente e cercava di mettersi in comunicazione con me. Ho sentito il suo richiamo risuonare nella mia mente. Non posso sbagliarmi.
- È molto facile prendere abbagli in un luogo come questo, mi creda. Non è la prima persona alla quale è accaduto un fatto simile e non sarà neanche l'ultima. Ora si calmi e ritorni indietro con me.
- Lo ha visto anche lei quell'essere e sa bene che la sua spiegazione non è veritiera. La prego non mentisca.
- Si sta comportando come una turista in cerca d'emozioni e non con la freddezza di una cronista, Mrs. Dana. Poco fa le ho raccontato la storia del mio popolo, quella che è scritta nei nostri antichi annali. Se vuole che sconfini nella leggenda, gliene narrerò una seconda, che non sta scritta in nessun posto, ma da millenni corre di bocca in bocca. Ciò appagherà la sua sete d'irrazionale, ma non contribuirà alla causa della verità.
- Non m'interessa il suo giudizio. La cosa importante è ciò che ho percepito. Io sono abituata a fidarmi dell'istinto ed esso non mi ha mai ingannato.
- Se è così, l'accontento subito. La prego, mi segua.
Kafir Khan la precedette di buon passo in un cunicolo strettissimo nel quale era necessario procedere a capo chino. 
- Ho già vissuto questa stessa esperienza molti anni fa, nel sottosuolo di Roma. Per caso, mi sta portando in una caverna dove arde un grande fuoco o qualcosa di simile?
Kafir Khan la guardò divertito.
- No, il fuoco non c'entra nulla. La sto portando a vedere una piccola curiosità. Una cosa da turisti. Non è questo che voleva?
Uscirono in un ballatoio di roccia che sovrastava una caverna dalle dimensioni gigantesche, tanto che la luce della lanterna ne poteva illuminare solo una minima parte.
- Adesso stia attenta, perché dobbiamo scendere per una gradinata strettissima. Si tenga sempre aderente alla parete e segua i miei passi. Inutile che le dica di non guardare in basso...
- Non si preoccupi, non lo farò.
Centoventicinque gradini a piedi nudi. Dana li contò uno a uno, pregando ogni volta che fosse l'ultimo, finché raggiunsero il fondo della grotta.
- Ecco, mi segua, siamo quasi arrivati. La cosa che deve vedere è proprio laggiù. - Alzò la lampada a petrolio e illuminò una pietra scura, striata di verde e di forma cilindrica.
- La osservi bene. 
- Che cos'è, un altare?
- La gente sostiene che sia l'impronta di Di-Zao. Ma, la prego, guardi l'immagine incisa sulla facciata superiore, all'interno del cerchio.
Dana fece scorrere la mano sulla superficie levigata dell'altare. Ebbe un moto di stupore.
- Ma è...
- Finisca pure la frase, non abbia timore di sbagliare.
- ... è una scure bipenne stilizzata!
- Esatto, la scure bipenne, l'antichissima labris!
- Ma che diamine significa tutto questo? E che c'entra con Di-Zao?
- Si narra che in un'epoca remota il dio si fosse manifestato per la prima volta in questo luogo, sotto forma di una labris ardente. A quel tempo i nostri antenati vivevano in branchi come gli animali e non erano consapevoli di sé. In questa caverna abitava una comunità di primitivi che venne a contatto con la misteriosa presenza. La leggenda tramanda che gli uomini di questa comunità ebbero nozione della divinità e che, da quel tempo, prendessero consapevolezza di sé.
- Ecco spiegata ogni cosa. Si tratta certamente della stessa entità verde che ho visto poco fa: lo spirito di Di-Zao. E poi... è incredibile trovare il simbolo della bipenne così lontano da Roma. Se solo gli uomini di Hitler fossero giunti fin qui...!
- Non ci sono mai giunti né quelli di Hitler, né, tanto meno, quelli di Mussolini, sebbene questi ultimi si siano impadroniti, senza averne titolo, del simbolo del fascio littorio. Mi spiace però doverla deludere, Mrs. Dana: se è un fatto incontrovertibile che in questo luogo si trovi l'immagine della bipenne, tutto il resto però si può spiegare molto facilmente. La leggenda è nata proprio dalla presenza del fenomeno elettrostatico di cui è stata testimone. Per millenni, prima della nascita del metodo scientifico, gli uomini hanno cercato di spiegare i fenomeni naturali attribuendo loro un'origine divina.
- È strano udire tutto questo dalla bocca di un uomo religioso come lei.
- Un vero credente non ha bisogno di prove materiali della divinità. Mi sono ritirato in questa caverna a digiunare e meditare per ricevere l'ispirazione del dio, non perché qualche lampo di luce verdastra mi rafforzasse nella fede.
- Mi sta dando della superficiale.
- È un difetto di quasi tutti voi occidentali. Vi impadronite di simboli antichissimi, senza comprenderne il vero significato e le valenze in essi celate.
- Lo sa invece che cosa penso io di lei?
- Non ne ho idea.
- Che ci ritiene dei sottosviluppati, indegni di essere partecipi del suo sapere. Lei conosce bene l'origine di quel corpo luminoso, ma si fa scudo della scienza proprio per non rivelarcela. C'inganna, usando le nostre stesse armi.
- Dimentica, Mrs. Dana, che in ogni caso lei non avrebbe mai conosciuto l'origine di quel fenomeno, per un semplice motivo...
- Quale?
- Se non l'avessi afferrata per un braccio, ora sarebbe in fondo al crepaccio, morta.
- Neanche di questo sono convinta. Forse non sarei mai caduta nel crepaccio, perché quell'essere non intendeva uccidermi, ma comunicare con me. Perciò sarei venuta a conoscenza di segreti che non dovevo conoscere e lei, col suo intervento, ha impedito che ciò avvenisse.
- Mrs. Dana, lei è una persona molto ostinata, come tutti i suoi compatrioti. Questa ostinazione potrebbe, un giorno, esserle fatale. Per affrontare certe prove e per prendere coscienza di certe realtà, è necessaria la giusta disposizione d'animo e questa si conquista solo attraverso un lungo e difficile percorso spirituale. La prego di credermi: se non fossi intervenuto in tempo, ora sarebbe in fondo al crepaccio, senza vita, in compagnia dei resti di decine di malcapitati prima di lei...
- Okay, non aggiunga altro, è la risposta che volevo sentirmi dare.
- Non tragga conclusioni affrettate e, la prego, mi segua, facciamo ritorno alla base. È ormai quasi l'alba e Leo starà certo per svegliarsi. Non vorrei che la nostra inattesa scomparsa gli crei apprensione. Perciò, per non perdere altro tempo, prenderemo una scorciatoia.
Attraversarono l'immensa cavità sotterranea, fino a una strettoia dove non era possibile camminare affiancati. Il sentiero si allargò in uno spiazzo occupato da numerose stalagmiti. Kafir Khan illuminò il cammino.
- Ecco, questo è il fondo del crepaccio nel quale, poco fa, lei stava per cadere. La prego. - La invitò a precederlo.
Dana obbedì e percorse alcuni passi, fin oltre le prime stalagmiti, poi sentì il sangue raggelarsi nelle vene e lanciò un grido terrorizzato: il corpo mummificato e orrendamente mutilato di un uomo pendeva da una stalagmite la cui punta gli aveva perforato la schiena, fuoriuscendo dallo sterno. Poco oltre, il cammino era cosparso di migliaia di ossa umane e di corpi disfatti, confusi in un'agghiacciante sequenza di cui non s'intravedeva la fine. 
- Poco fa, Mrs. Dana, lei ha ascoltato il canto delle sirene, ma, grazie a me, ha avuto salva la vita... Mi sono chiesto più di una volta se Omero fosse passato di qui, prima di comporre l'Odissea.
Dana si coprì il volto con le mani e scoppiò a piangere, poi non riuscì più a controllarsi, si piegò in avanti e dette di stomaco.
Kafir Khan la sorresse, cercando di rincuorarla.
- Mi perdoni se sono stato rude con lei, ma era necessario che vedesse con i suoi stessi occhi a quale sorte sarebbe andata incontro.
Le fece bere un sorso d'acqua da una piccola fiasca di cuoio. 
Lei si asciugò le lacrime e chiuse gli occhi, ripensando al sogno di quella notte. Incubo o precognizione? Forse entrambe le cose. Si convinse che la sua mente, attraverso misteriosi percorsi, aveva avuto accesso a una dimensione occulta: così occulta, che il fatto stesso di averne violato il segreto, aveva decretato la sua condanna a morte. Decise perciò di non parlarne con nessuno.

Leo si era svegliato da poco e armeggiava intorno a un samovar di peltro, cercando di preparare il tè.
Alzò lo sguardo verso i suoi due amici che si avvicinavano e sorrise: - Ho dormito come un sasso, stanotte. Non pensavo che l'atmosfera di questa grotta conciliasse così bene il sonno... Mi stavo domandando dove foste finiti.
- Kafir Khan è stato gentilissimo, mi ha accompagnato a visitare le grotte. Una vera meraviglia della natura.
- Peccato che non ci resti altro tempo: una piccola escursione me la sarei fatta ben volentieri anch'io. Penso sarebbe stata un'esperienza indimenticabile - rispose Leo, mentre tentava inutilmente di accendere il fornellino del samovar.
Dana gli tolse di mano l'accendisigaro e appiccò il fuoco al primo colpo: - Indimenticabile: è proprio la parola giusta.