Editrice Nord

Capitolo d'esempio

Autore: Morgan Llywelyn
Titolo: La dea dei cavalli

Parte prima
LE MONTAGNE BLU


Era notte, e si aggiravano gli spiriti.
Nella dimora del signore della tribù, Toutorix l'Invincibile Verro, Epona attendeva che i rappresentanti degli spiriti si recassero da lei. Fin dall'alba sentiva un nodo allo stomaco, ma si rifiutava di ammetterlo. Aveva trascorso la giornata come se fosse stato un giorno qualsiasi, fingendo di non accorgersi delle frecciate invidiose delle altre ragazze e delle occhiate d'un tratto perplesse dei ragazzi. Aveva consumato i pasti senza gustarli, ma dopo si era leccata le dita come se avesse trovato il cibo delizioso. Era importante evitare di offendere gli spiriti degli animali e delle piante che erano stati sacrificati per nutrirla.
Mentre il sole aveva percorso il suo tragitto attraverso il cielo, il nodo allo stomaco era diventato una pietra. A un certo punto le anziane cominciarono a prepararla per il rituale della notte, e lei si sottomise in silenzio mentre le lavavano il corpo per tre volte con l'acqua fredda, e le spalmavano sulla pelle olio profumato contenuto in una brocca d'argento ellenica. La madre Rigantona faceva molta attenzione che di quel suo prezioso unguento non ne andasse sprecata neanche una goccia. 
La massa aggrovigliata dei capelli castani ramati di Epona fu districata con un pettine di bronzo e raccolta in tre trecce, alle cui estremità venne inserita una sfera di rame a significare la sua condizione di figlia di Rigantona, la moglie del capo.
Brydda dalle guance rosee diede un colpetto alle sfere per farle oscillare e rise come una bambina, ma per una volta la sua allegria contagiosa non suscitò reazioni in Epona.
Dopo il tramonto non poteva più indossare la tunica corta adatta alle bambine ma, poiché non era ancora divenuta donna, la madre l'avvolse in una coperta di lana di capretto e gliela appuntò con una delle sue spille di bronzo. 
- Assicurati di restituirmela dopo - le disse in tono brusco. - Non osare perderla!
"Dopo." 
Era difficile credere che potesse esserci un "dopo", quando ci si stava recando nell'ignoto per affrontare gli spiriti. 
Epona guardò la madre in faccia e pensò a tutte le domande che avrebbe voluto farle, ma non disse niente a voce alta. Quello che l'attendeva era un mistero. Per essere degna del suo sangue doveva affrontarlo con coraggio, proprio come ogni guerriero andava a morte certa, sapendo che la vita continuava al di là. Dopo.
Di notte si aggiravano gli spiriti.
Quando le lunghe ombre purpuree avrebbero inghiottito il lago, le donne sarebbero venute a prenderla. I fratelli e le sorelle più giovani di Epona sedevano con gli occhi sgranati sulle loro brande, aspettando. Il capo e sua moglie le stavano a fianco, orgogliosi ed eretti, preparati all'arrivo delle gutuater.
Udirono i passi, fuori, sul sentiero. Sentirono bussare: tre forti colpi alla porta di legno.
A Epona il cuore batteva forte, ma gettò la testa all'indietro e si tenne eretta mentre la porta veniva spalancata. 
Nematona, Figlia Degli Alberi e anziana gutuater, una donna snella e vigorosa come un pino di montagna malgrado i suoi numerosi inverni, entrò nella stanza. 
- Siamo venuti per la bambina - annunciò con l'autorità della sua carica. Altre due donne entrarono dietro di lei, portando con loro un profumo di fumo dolce ed erbe amare.
- Non è pronta - protestò Rigantona secondo l'usanza, ma senza sincerità. Era da molto tempo che aspettava quella sera, che aspettava di vedere sua figlia andarsene per tornare donna. Teneva Epona per una spalla e Toutorix le strinse l'altra, pronto a spingerla in avanti se avesse rischiato di umiliarli esitando. A volte le bambine si ribellavano in quel momento finale, e anche quelli che la conoscevano meglio non sempre potevano predire cosa avrebbe fatto Epona.
- Vieni - ordinò Nematona, tendendo la mano.
Lo faccio perché voglio farlo, pensò Epona rivolta alla madre. Se non fosse così, tu non potresti costringermi; tu non potresti! 
Nel corso delle stagioni aveva avuto molte conversazioni analoghe con sua madre, non tutte silenziose.
Afferrò con fermezza la mano di Nematona, rendendosi conto dal calore delle dita della gutuater di quanto fossero fredde le proprie. Sarebbe stato intelligente scaldarsi le mani accanto al fuoco prima che la donna venisse a prenderla ma, naturalmente, nessuno glielo aveva suggerito, e ormai era troppo tardi. Adesso tutto dipendeva dalla sua iniziativa.
Nematona la condusse fuori dalla casa, con le altre due donne che camminavano al loro fianco reggendo in alto delle torce. Epona moriva dalla voglia di lanciarsi un'occhiata alle spalle, per vedere se i suoi genitori stavano osservando la sua schiena dritta e le spalle quadrate; ma udì la porta che si chiudeva dietro di lei, cigolando sui cardini. Soltanto il capo della tribù aveva i nuovi cardini di ferro che il fabbro Goibban aveva progettato di recente. Epona udì il tonfo del catenaccio, che significava che ora la bambina era bandita dalla dimora della madre; avrebbe potuto rientrarci soltanto dopo essere passata nella sua nuova condizione di adulta.
La casa di Toutorix occupava una posizione centrale nel villaggio, una comunità di abitazioni e luoghi adibiti al lavoro costruiti in legno e abbarbicati alla sponda occidentale di uno stretto e serpeggiante lago alpino. Raggruppate intorno alla dimora del capo c'erano le abitazioni dei suoi parenti più prossimi, i nobili della tribù, e oltre si ammassavano le dimore più piccole di minatori, artigiani e mandriani. Sistemati per comodità intorno al perimetro del villaggio c'erano le officine e i laboratori dei falegnami, i forni e gli affumicatoi a forma di cupola, i pozzi di deposito e i recinti per il bestiame. Al posto d'onore, un po' in disparte e circondata da spazio prezioso, c'era la fucina di Goibban.
Le montagne si ergevano scoscese, incombendo sul villaggio come a volerlo spingere dalla sua precaria e stretta postazione nel freddo lago. In alto, sui pendii boscosi, c'erano le abitazioni di altri minatori, perché molti uomini adesso lavoravano alla grande Montagna di Sale. Nelle pieghe delle colline, sopra profonde vallate coperte di boschi, si trovavano i vecchi fonditori e i pozzi minerari che da molte generazioni fornivano alla tribù il rame per la produzione del bronzo. Nelle vicinanze c'erano le capanne dei carbonai, gli strani uomini che non partecipavano alla vita del villaggio, eppure tagliavano fedelmente la legna e accudivano ai cumuli di carbone dai quali dipendevano la fucina e i fonditori.
Una palizzata di legno riparava il villaggio dalla vista del sentiero sassoso che scavalcava le colline e conduceva ai valichi montani. A quattro notti di cammino a ovest, lungo quella pista, si trovava la famosa Via dell'Ambra, che conduceva, a nord, all'Oro marino del Baltico, e a sud all'assolata Etruria, dove era in parte lastricata di pietra e dove strade rialzate erano state costruite per favorire il passaggio nelle numerosi paludi.
Lungo quella strada venivano spediti lingotti di rame e ornamenti di bronzo, pellicce, pelli e bestiame, barili di miele e di resine, balle di cera vergine di lana, attrezzi e innumerevoli carri carichi di sale: l'abbondante produzione dei Monti Blu.
Seguendo la stessa strada, da sud arrivavano oro e argento, vino e olio d'oliva, perline di vetro, gioielli di topazio e bracciali d'avorio, profumi e tinture, e forestieri abbronzati provenienti da terre riscaldate dai mari di estati infinite.
A parte il sentiero attraverso le montagne, che gli abitanti del villaggio chiamavano la "strada commerciale", l'unico altro accesso alla comunità era attraverso il lago. Questa via era utilizzata per il trasporto della legna e per le spedizioni del sale, che percorrevano la rete di fiumi che uscivano a nord del lago.
A sud della stretta valle dove terminava il grande specchio d'acqua si ergeva la Montagna di Sale, che dominava i pensieri di tutti coloro compresi nella sua sfera d'influenza, e che forniva una ricchezza alla tribù dei kelti che loro non avrebbero mai potuto misurare né esaurire.
Per la maggior parte di ciascuna giornata, il villaggio restava all'ombra delle altissime montagne. Lo scarso spazio pianeggiante disponibile era da tempo affollato di edifici, con l'eccezione del terreno comune della tribù. 
Epona e le tre gutuater dovevano attraversare quello spazio aperto per dirigersi al boschetto sacro e alla casa di Kernunnos, Druido del Cervo, capo druido dei kelti, colui che era in grado di mutare aspetto.
Epona non si lasciò andare a pensare al druido. Il suo disgusto per quell'uomo poteva indebolirla, e lei non avrebbe permesso che succedesse.
Farò questo a modo mio, si disse. A modo mio. Regolò il passo su quello da processione delle gutuater e serrò le labbra per impedire che tremassero.
A un certo punto durante quella lunga giornata, una delle donne che la accudiva, Suleva, Colei Che Dà Alla Luce Solo Figlie, aveva infranto i divieti per bisbigliarle un mezzo avvertimento: - Non devi mostrare paura. Succederà una cosa terribile se... - Quindi la donna si era chiusa in se stessa e non aveva aggiunto altro.
Le gutuater intonarono un'antica melodia:

Vergine da sacrificare,
vergine da sacrificare,
Guardala andare.
Guardala andare.
Buia è la notte,
freddo è il vento.
Guardala andare.
Guardala andare.
Segui il fuoco,
segui il fuoco.
Guardala andare!
Guardala andare!

Muovevano la parte superiore del corpo a tempo con la musica, curvandosi da un lato all'altro, così che le torce che reggevano creavano turbini di luce. I loro movimenti ondeggianti facevano girare la testa a Epona, ed era faticoso mantenere un'andatura regolare, un piede posato con precisione in linea diretta di fronte all'altro, nella camminata tipica dei montanari.
Gli spettatori, che si affollavano sulle soglie delle loro abitazioni, si unirono al canto: "Vergine da sacrificare. Guardala andare!" Le loro voci risuonavano nell'aria notturna, richiamando l'attenzione degli spiriti su Epona.
Quando passava davanti a ciascuna abitazione, gli astanti facevano attenzione ad abbassare lo sguardo, perché era ritenuto pericoloso incontrare gli occhi di una persona in procinto di passare da un mondo all'altro.
Si levò una brezza serotina, che portò alla piccola processione il fumo dall'abitazione di Kernunnos, e mentre superavano la casa dei morti si poté udire la voce del capo druido che si univa al canto con le parole segrete del linguaggio degli spiriti. Una voce aspra che arrivava molto lontano.
Sembrò che la valle diventasse più cupa, come se il crepuscolo residuo venisse risucchiato dal fumo e dalla melodia. La brezza si trasformò in un vento freddo proveniente dai valichi montani, tuttora bloccati dalla neve, e i cristalli di ghiaccio che trasportava cancellavano il profumo più lieve dei pini al limitare del boschetto sacro.
Epona non guardava gli alberi, ma udì Nematona rivolgersi a loro con amore, e udì il mormorio dei loro rami in risposta. 
C'era uno spirito molto potente nel boschetto sacro. Camminare vicino agli alberi nodosi era come avvertire la sua presenza, come una moltitudine di occhi che ti guardavano, come il ronzio di un grande alveare di api, come il respiro di grossi animali, accovacciati in attesa, che pensavano pensieri inimmaginabili.
Gli abitanti del villaggio smisero di cantare e tornarono alle loro solide e sicure abitazioni, ai loro fuochi luminosi e caldi. Soltanto Epona e le gutuater rimasero sotto il cielo aperto, dove le stelle, svegliandosi, potevano vederle.
Il sentiero si fece stretto e accidentato, e le pietre aguzze si conficcavano nei piedi nudi di Epona.
Al di là degli alberi c'era la casa magica di Kernunnos, che lei non aveva mai visto perché ai bambini era proibito avvicinarsi. Era costruita in legno di quercia, come la casa dei morti, invece che di betulla come le altre abitazioni. Per questi edifici speciali si usava il legno dell'albero sacro perché, una volta consacrati, dovevano durare per sempre: non potevano essere ricostruiti.
C'era anche un'ulteriore differenza strutturale tra la casa di Kernunnos e quella degli altri abitanti del villaggio. Tutte le altre abitazioni dei viventi erano rettangolari; quella di Kernunnos era costruita secondo la forma del cerchio sacro. Gli alberi si ammassavano dietro l'abitazione del druido e, da storie sussurrate, Epona sapeva che i corvi di Kernunnos stavano lì appollaiati come spiriti neri del giudizio, indubbiamente consapevoli del suo avvicinarsi.
Il fumo che usciva dalla casa magica era acre, e la fece tossire.
Le gutuater le tolsero la coperta prima di spingerla dentro l'abitazione. All'inizio non riuscì a vedere niente, non percepì nulla tranne il fumo che le pungeva gli occhi e le narici, e il suono della melodia che riecheggiava attraverso il suo essere, facendo di lei parte di se stesso. 
Era un rullio come di tamburo. C'era un tamburo; ne distingueva la voce, il rimbombo del tamburo del druido, che si avvicinava. Qualcosa si stava avvicinando. Qualcosa di terribile e di irresistibile.
Ci fu un grido stridulo proprio di fronte a lei, e una faccia si materializzò dal fumo, una faccia dai lineamenti aguzzi come quelli di una volpe, con occhi gialli che s'impressero nei suoi. Il potere di quegli occhi faceva impallidire tutto il resto, e lei vide soltanto lo sguardo spietato di Kernunnos il druido.
Colui che è in grado di mutare aspetto!
Epona era nauseata dalla ripugnanza viscerale che la colpiva sempre quando era vicino al capo druido, ma lottò per sconfiggerla. Non doveva interferire con il rituale.
Kernunnos indossava un mantello di pelli di animali, con zampe ciondolanti che ondeggiavano flosce mentre girava intorno alla ragazza. Lei avvertì l'odore del suo corpo... rancido, muschiato, era l'odore di un animale selvatico. I suoi occhi fissavano e brillavano. Sulla testa gli torreggiava un copricapo di corna ramificate che lo contrassegnava come druido in grado di mutare aspetto, il più raro, il membro più spaventoso di quella casta i cui talenti venivano trasmessi attraverso il sangue o, talvolta, erano concessi come un segno di favore eccezionale da parte degli stessi spiriti.
In una mano Kernunnos stringeva un pezzo di corno, preso dai palchi di un vigoroso cervo adulto sacrificato generazioni prima. L'osso era stato lucidato e appuntito. All'estremità recava una macchia permanente, di colore dell'ocra.
Kernunnos sollevò il ramo all'altezza degli occhi di Epona e glielo agitò davanti. 
- Il tuo tempo è arrivato - salmodiò con voce cantilenante. - Una vita è finita. Una vita inizia. È sempre così. Preparati per lo spirito dei forti e dei potenti. Epona, la forte e la potente. Preparati per il sacrificio del sangue, perché il sangue è la vita. Preparati per la vita, Epona.
- E-po-na, E-po-na - salmodiarono le donne. Cominciarono a muoversi, danzando, curvandosi, formando un cerchio intorno alla coppia al centro, trattenendoli all'interno del suo anello magico. Continuando a girare in cerchio.
- Epona! - gridarono. - Da madre a figlia a madre a figlia, apri la strada. Apri la strada! 
Le gutuater danzarono più veloci, e anche Kernunnos iniziò a danzare, volteggiando con loro, sempre tenendo il corno acuminato davanti agli occhi di Epona, come se se ne stesse servendo per guidarla. Lei lo seguiva perché non sembrava che ci fosse altro da fare. I suoi piedi non avevano una loro volontà, e si muovevano secondo uno schema antico, noto alla sua carne e al suo sangue ma non alla sua mente.
Kernunnos capiva. I suoi occhi incandescenti le sorridevano attraverso la ramificazione... attraverso il fumo. Abbassò la mano e il ramo le sfiorò il seno, all'inizio con una leggera pressione sulla pelle, per poi conficcarsi più a fondo, facendo sprizzare sangue. Kernunnos danzava e volteggiava, continuando a punzecchiarla, cercando le parti tenere del suo corpo, osservando con i suoi occhi spietati per vedere come reagiva.
Avrebbe potuto ucciderla facilmente. Avrebbe potuto squarciare il suo corpo indifeso con quel corno e ucciderla, e non c'era niente che lei avrebbe potuto fare. Chi poteva mettere in discussione un rituale sacro? Chi sapeva cosa gli spiriti potevano avergli ordinato di fare? Epona era entrata nel mistero; nessuno di quelli che tornavano dall'abitazione di Kernunnos parlava mai delle cerimonie che vi si svolgevano. Era proibito.
Con i pugni stretti lungo i fianchi, lei fronteggiava il druido e aspettava con tutto il coraggio che possedeva, consapevole che la sua spavalderia stava defluendo da lei come urina che le gocciolasse lungo le gambe. 
Nella sua vita, mai prima di allora a lei, figlia primogenita del capo, era stato fatto del male. Solo ginocchia sbucciate e talloni ammaccati dalle pietre, oltre a un calcio da parte di uno dei buoi di Kwelon. Non era preparata al dolore... un dolore acuto e lancinante. Lottò per impedirsi di sottrarsi alle trafitture del ramo.
Il gruppo danzante, con Kernunnos e la ragazzina tuttora al suo centro, si avvicinò alla buca del fuoco in mezzo all'abitazione. La più giovane e più bella delle gutuater, Tena, Colei Che Evoca Il Fuoco, prese un vaso di ceramica dal camino di pietra e ne scosse il contenuto sopra le fiamme, mormorando un'invocazione. Uno spruzzo di fumo verdastro eruttò dai carboni, riempiendo l'abitazione di un odore simile a quello di frutta troppo matura.
Il fumo vorticò intorno a Epona, accarezzandola. Le riempì i polmoni e il cervello e ne permeò l'essere, e con esso arrivò una specie di estasi, un'ebbrezza come quella che colpisce chi beve troppo vino. Niente sembrava più così importante. La sua coperta era scomparsa, e con essa la preziosa spilla di sua madre... e con ciò? 
Kernunnos volteggiava e farfugliava intorno a lei, ed Epona si aspettava che da un momento all'altro arrivasse il dolore… ma non aveva importanza. Non ricordava di aver mai provato paura. I suoi seni appena sviluppatisi sembravano pesanti per la prima volta, e in fondo al suo ventre sentiva un calore che non aveva mai sentito in precedenza. Ma non era proprio un calore... sembrava piuttosto una smania, uno struggimento.
Sprofondò in quella meravigliosa dolce sensazione vorticante di colori e odori e, in lontananza, udì un suono di campane... oppure erano le campanelle di bronzo che le donne portavano alle caviglie? Ma che importanza aveva? Era delizioso essere ovattati in quel modo nuovo e sentire un'irragionevole felicità risplendere in tutta la carne. Rise adagio tra sé. Scosse la testa e le trecce vorticarono intorno al capo.
Non aveva paura.
Era bella la sensazione dell'aria calda e fumosa sulla pelle nuda, e le improvvise fitte di dolore che provava quando il ramo la baciava non significavano niente... non potevano farle male. Stava sudando copiosamente, e l'aria chiusa della casa le faceva desiderare di avere altri indumenti da togliersi, di togliersi la pelle stessa, di liberarsi da tutto ciò che premeva su di lei.
In preda alle vertigini sentiva il tamburo rullare, le campane tintinnare e le gutuater cantare con voci lontane. 
Improvvisamente fu scossa da un'ondata di nausea che le fece chiudere gli occhi per un attimo, sentendo che l'equilibrio l'abbandonava. 
Barcollò in avanti, tendendo le mani e aspettandosi che il druido le impedisse di cadere, ma Kernunnos adesso era dietro di lei, e la pungolava crudelmente tra le gambe, e il dolore era troppo intenso per essere ignorato. Si morse le labbra per impedirsi di lamentarsi. Con uno sforzo incredibile riuscì a rialzarsi barcollando e a fronteggiarlo, rifiutandosi di essere aggredita da dietro.
Il ramo la colpì di striscio sui seni, come un coltello.
Il druido che la fissava aveva mutato il suo aspetto.
Mostrava i denti, con le labbra atteggiate in un ghigno animalesco, e stava intonando un ululato acuto che cambiò e divenne il verso dei lupi in una rigida notte d'inverno. Nessuno di coloro che udivano quegli ululati poteva sottrarsi al brivido della paura. Il lupo cantava la saggezza, la solitudine e la libertà, ricordando agli uomini chiusi all'interno delle loro abitazioni che c'erano al mondo spiriti più saggi... e cacciatori migliori.
Il druido guardò Epona attraverso il muso di un lupo. Sembrava che l'animale le si ergesse davanti, marchiandola come una sua preda. Con sua sorpresa, in quel momento di disperazione le arrivò una specie di incitamento interiore, chiaro e nitido come una voce umana. 
Con un cenno di comprensione, Epona guardò il volto terrificante del druido e mostrò anche lei i denti, rispondendo a ghigno con ghigno.
Kernunnos scoppiò a ridere.
Le donne l'afferrarono e la fecero sdraiare a terra. Una le si sedette sul petto e l'altra le allargò le gambe, in modo che il druido potesse danzarvi in mezzo, mentre invocava gli spiriti degli alberi, della pietra e della terra, invitandoli tutti a fare da testimoni al rituale e ad accettare il passaggio della ragazza alla vita successiva. 
Quando salmodiò i nomi degli spiriti dell'acqua, le donne emisero un coro di lamenti, sputandosi nei palmi delle mani e strofinando la saliva sulla pelle di Epona. Quando lui invocò il fuoco, Tena lanciò un forte grido e una luce divampò nell'abitazione.
Epona si sentiva distaccata da se stessa. Adesso aspettava passivamente, quasi con indifferenza, mentre Kernunnos si accovacciava tra le sue gambe e con abilità guidava il corno sacro verso l'entrata del suo corpo. Il druido chiuse gli occhi e cantò la melodia dell'accesso, chiedendo ammissione per lo spirito della vita. Mentre la melodia cresceva in potenza, le donne gemettero e tacquero. La voce di Kernunnos si levò stridula in una sonora nota finale, e nel medesimo istante Epona provò una fitta di dolore.
Le gutuater lanciarono grida di trionfo.
Epona giaceva ansimante sul pavimento. Adesso non la tenevano più; stavano a distanza rispettosa, sorridendole. Nematona tese una mano per aiutarla ad alzarsi in piedi. Tena e Uiska, Voce Delle Acque, si avvicinarono per accarezzarla con tenerezza. Era doloroso muoversi, ma lei non voleva che la vedessero trasalire. Perché cedere adesso che il peggio era passato? 
Notò con sorpresa che il fumo si era dissipato del tutto, e che l'abitazione del druido adesso era tornata a essere una stanza calda con un fuoco amichevole che divampava nella buca circolare.
Mentre ancora barcollava, si rese vagamente conto che le donne le stavano lavando il corpo con acqua calda. La vista che gradualmente le si schiariva le consentì di guardarsi intorno e vedere quanto fosse povera la casa del druido in confronto di quella lussuosamente arredata di suo padre, capo della tribù. 
L'alloggio di Kernunnos assomigliava alla tana di un animale. Sui giacigli non c'erano coperte morbide di pelliccia, bensì pelli intere, con zampe e code. Le teste avevano ciottoli lucidi al posto degli occhi. Le pelli di animali più grossi, come cervi e orsi, erano mantenute in atteggiamenti realistici per mezzo di corregge di cuoio, appese ai pali che sorreggevano il tetto di paglia. Uccelli morti, con i corpi sventrati e imbottiti di sale, stavano appollaiati in ogni fessura e distendevano le ali contro le pareti in un volo di un realismo sorprendente. Corna di arieti e palchi di cervi erano fissati a ogni superficie disponibile, creando una foresta ramificata. Zanne di verri e crani sbiancati di lupi erano allineati intorno alla piastra del focolare, ammassati in mezzo a brocche e vasi.
Il druido nel frattempo era scomparso. Epona non riuscì a ricordare quando se ne fosse andato, comunque non era più lì.
Le tre donne la circondarono, massaggiandole la carne con grasso fuso, facendo lievi suoni chiocci quando, suo malgrado, le tremolarono le cosce. 
- Adesso andrà tutto bene - disse Tena con tono sbrigativo. - Da questa notte tu sei una donna e d'ora in avanti il tuo spirito ti guiderà con saggezza. Hai superato molto bene la prova.
Era la prima volta che un membro della casta dei druidi le parlava come a un'adulta. Epona tentò di rispondere, ma la sua voce era ancora troppo tremolante, quindi si schiarì la gola e disse: - Non è stato brutto. Non mi ha fatto male.
Le gutuater si scambiarono occhiate di approvazione.
- Sei coraggiosa - disse Nematona. - Hai dimostrato di poter diventare madre di guerrieri.
Cosa le aveva detto Suleva, Colei Che Dà Alla Luce Solo Figlie? "Non devi mostrare paura. Una cosa orribile succederà."
Epona arrossì d'orgoglio, ma la curiosità insaziabile che faceva parte del suo carattere la spinse a chiedere: - Perché è così importante mettere al mondo guerrieri? Qui sui Monti Blu nessuno ci assale mai.
- Non durante la tua vita, no. - Nematona scosse la testa. - Ma è soltanto perché la fama di combattente di Toutorix scoraggia altre tribù dal tentare di impadronirsi della Montagna di Sale. Tuttavia, abbiamo già combattuto e, senza dubbio, combatteremo ancora. Dobbiamo essere tutti pronti a difendere ciò che ci appartiene. Ma i figli che tu metterai al mondo non dovranno mai battersi per la Montagna di Sale, Epona, perché non nasceranno qui. Verranno uomini da tribù lontane e daranno a Toutorix molti doni per chiederti in moglie. Sarai tenuta in grande considerazione, non solo perché vieni dalla dimora del capo, ma anche perché sei una giovane donna forte e sana, con coraggio da trasmettere ai tuoi figli, che prenderanno il loro primo boccone di carne dalla punta della spada di tuo marito e serviranno come guerrieri nella sua tribù, qualunque essa sia.
Le parole di Nematona ricordarono alla ragazza un altro motivo di preoccupazione. Adesso che il rituale per diventare donna si era concluso, come tutte le donne del villaggio, era libera di scegliersi il marito tra quelli che l'avrebbero chiesta in moglie, ma questo poteva anche significare essere costretta a lasciare la sua tribù per entrare a far parte di un'altra dimorante in qualche luogo lontano dai Monti Blu.
No, Epona disse tra sé, con determinazione. Non io. Per me sarà diverso; ho altri progetti.
Sarà diverso. Farò in modo che sia così!
Nematona le portò un mantello di pelliccia e glielo avvolse intorno al corpo. Uiska dai capelli slavati, dagli occhi privi di colore e dalla pelle bianca come la neve, chiuse il mantello con la spilla di Rigantona, un massiccio cerchio di bronzo inciso con un disegno curvilineo che attirava l'occhio lungo le infinite volute dell'esistenza. Era uno degli schemi preferiti della tribù, quella rappresentazione della vita che fluisce nella vita.
Tena dai rossi capelli accarezzò il mantello di pelliccia. - È stato confezionato con la pelle di un'orsa incinta - disse a Epona. - Una magia molto forte. È stato conservato a lungo per la figlia di Rigantona.
Il mantello era pesante e aveva un odore rancido. Quando Epona arricciò il naso, Tena ridacchiò. 
- Terribile, vero? Credo che sia meglio dargli aria, Epona. Quando arriveranno i mercanti elleni e la neve si sarà sciolta, fatti dare un po' di cinnamomo e strofinalo sulla pelliccia. Fino ad allora, non sei obbligata a indossarla; è soltanto un simbolo della tua nuova condizione.
- Tutti al villaggio sanno ormai della mia nuova condizione - replicò Epona. - Ma io lo indosserò, malgrado l'odore. Non è così cattivo come quello della latrina o dei calderoni di tintura e, come tu dici, l'aria fresca aiuterà a mitigarlo. - Riusciva a immaginare come alle sorelle sarebbero brillati gli occhi quando fosse tornata a casa indossando quella splendida pelliccia, e come si sarebbero divertite a sfoggiarla. Neanche sua madre Rigantona ne possedeva uno più bello.
Finalmente Nematona aprì la porta della capanna ed Epona uscendo all'aperto rimase sbalordita nel vedere l'alba madreperlacea che rischiarava i monti. La notte era passata così in fretta?
Naturalmente... non ci si doveva mai scordare del potere degli spiriti.
Memore delle responsabilità della sua professione, una delle gutuater prese Epona per le spalle e la fece voltare verso il sole nascente. Era il momento per la fase finale della sua iniziazione alla condizione di donna.
Fu Uiska a cominciare, con la solenne voce pedagogica che tutti i druidi usano quando impartiscono istruzioni. 
- Il sacrificio è stato offerto e accettato; i presagi sono buoni. Tu sarai una donna fertile. L'accesso della vita è stato aperto dentro di te, così puoi goderti i piaceri del letto e creare la vita con un uomo senza paura del dolore, e i tuoi figli inizieranno in letizia ed entreranno in questo mondo sorridendo.
"Ma è stato aperto anche un altro accesso. Adesso sei un membro adulto del Popolo, e questo significa che lo spirito dentro di te è stato risvegliato. D'ora in avanti devi avere sempre un orecchio rivolto all'interno per ascoltarne la voce che parla senza parole. Quando essa comanda, tu devi sempre ubbidire. Questa è saggezza.
"Non incoraggiare un bambino ad ascoltare il suo spirito, perché lo spirito di un bambino, da poco alloggiato nella carne dopo essere vissuto negli altri mondi, è burlone e frivolo, come una persona che beve troppo vino per la prima volta. Gli manca il buonsenso. Noi non riteniamo di risvegliare quello spirito fino a quando sia esso, sia il corpo, non abbiano avuto tempo di maturare. 
"Per te quella stagione è arrivata, e ora il tuo spirito è sveglio. Sei diventata una donna libera dei kelti, Epona, figlia di Rigantona. Non dimenticarlo mai! - Nella sua voce c'era la sferza del comando.
- Ci sono volte - proseguì - in cui lo spirito ti ammonirà per motivi che non comprendi, ma presta sempre attenzione a tali avvertimenti. Essere sorda alla voce dello spirito interiore è come essere storpia, e saresti un fardello per tutti fino a quando vivrai. Sarebbe meglio nascere con una deformazione fisica e venire esposti sul pendio della montagna, così che lo spirito possa cercare un alloggio migliore. Ma tu non sei storpia, Epona; tu puoi sentire la voce. Come la vista e l'odorato, il tatto e il gusto e l'udito, lo spirito è un senso che ti guida. Usalo bene.
Epona annuì. Ecco cosa era successo; nel momento in cui il druido le era apparso come un lupo e lei gli aveva ringhiato a sua volta, lo spirito dentro di lei le aveva parlato, dicendole di mostrare disprezzo.
- Ma come fa il mio spirito a sapere queste cose? - chiese a Nematona, che se ne stava da una parte, osservandola con un sorriso serio. - Da dove viene il suo sapere?
- Dalla fonte di tutta la saggezza - replicò la gutuater più anziana. - Dal grande fuoco della vita che è condiviso da ogni cosa vivente, in questo mondo e negli altri mondi. Lo spirito dentro di te è soltanto una scintilla di quel fuoco, ma tramite esso ti è dato accesso al sapere, se soltanto imparerai ad ascoltare.
Epona si accigliò, dilatando la mente per riuscire a capire. 
- Stai dicendo che lo spirito interiore è affine agli spiriti degli animali e delle piante? Come può essere?
Fu il turno di Tena a parlare proseguendo nell'istruzione.
- Tutta la vita fa parte di un'unica vita sacra a tutti. Noi la veneriamo in ciascuna delle sue molteplici forme. Essa ci anima e noi partecipiamo alla sua immortalità. Il tuo spirito di questa vita morirà e rinascerà, scivolerà dentro e fuori dalla carne, si sposterà da un mondo all'altro, ma continuerà a partecipare alla vita perché noi tutti ne siamo parte.
"Il grande spirito della vita ha molte facce. In estate lo veneriamo nella forma della dea, perché primavera ed estate sono le stagioni della femmina, il tempo della nascita e del raccolto, la celebrazione del calore, della luce e della fertilità, della vita che si rinnova.
"La stagione della neve è la stagione del maschio, il cacciatore dell'autunno e l'artigiano dell'inverno, colui che provvede a offrire rifugio e protezione. È il tempo di sottoporsi a prove, il tempo della forza e della resistenza, e della morte che precede la nascita.
"Non c'è niente da temere nella morte, perché dopo viene la vita. La primavera segue l'inverno. La mattina segue la notte. Sii allegra e non avere paura, Epona, perché sei parte della vita immortale, e il suo grande fuoco arde in te.
Tena tese la mano e la posò a palmo in giù sulla fronte di Epona. Indipendentemente dalla sua volontà, Epona reagì chiudendo gli occhi e incrociando le mani sul cuore, e si sentì pervasa da un fulgore... un impegno verso il suo posto nel ciclo infinito... il piacere di farne parte.
Le gutuater la riaccompagnarono alla sua dimora, non circondandola come guardie ma seguendola a un passo di distanza, come una scorta d'onore. 
Mentre camminava, Epona avvertiva piccole fitte di dolore e qualcosa di caldo le gocciolava lungo le gambe. Quando raggiunse la casa, aveva le cosce appiccicose e avvertiva l'odore del sangue.
Davanti all'ingresso le gutuater la salutarono e si allontanarono, mentre Tena dava a Epona un ultimo suggerimento. - Non sognare un uomo la prossima notte. - Le altre due donne risero; la risata di Nematona era come il fruscio delle foglie; quella di Uiska ricordava il gorgoglio dell'acqua di un ruscello.

Secondo l'antica usanza, i membri più anziani della famiglia di Epona avevano fatto la guardia per lei durante la notte.
Toutorix le aveva reso onore indossando per il suo arrivo una tunica di lino pulita e un mantello di lana nuovo: era la più bella opera di tessitura di Rigantona, con il disegno rosso e verde della sua famiglia. Intorno al collo portava il pesante collare d'oro simbolo di valente capo guerriero, e massicci bracciali di bronzo accrescevano la forza dei suoi polsi. I suoi capelli erano stati sbiancati con pasta di calce, per mascherare il fatto che non erano più di un oro rossiccio, ma erano striati d'argento, segnati dal gelo che obbliga un uomo a misurare la sua età in inverni piuttosto che in estati. Le sue guance erano rasate di fresco, come era consuetudine per il suo rango, ma i baffi e la barba erano rigogliosi come sempre. 
Toutorix sfoggiava un'aria di virilità aggressiva con la stessa disinvoltura con cui sfoggiava il suo mantello di tartan, anche se le sue ampie spalle cominciavano a incurvarsi e i muscoli delle gambe si erano indeboliti.
Donne sposate continuavano a insidiarlo, e molti bambini dei Monti Blu recavano in faccia lo stampo del signore della tribù: lineamenti fieri e ardenti e occhi color del cielo.
Sopra la tunica, Toutorix portava un'alta cintura di pelle decorata con placche di bronzo, che gli andava un po' più stretta di quanto lo fosse in gioventù. Ma non era grasso; nessun uomo del Popolo era disposto a ingrassare, e patire il ridicolo e i maltrattamenti riservati a chi perdeva la linea e non riusciva ad allacciare la cintura. A un esame superficiale, era lo stesso potente patriarca di sempre, ed Epona si sentì rassicurata vedendolo. 
Abbigliata nella sua migliore veste di lino, Rigantona stava al fianco del marito. Era di parecchie stagioni più giovane del capo ma, poiché le donne non si schiarivano i capelli, era possibile vedere che il gelo stava facendo incursioni nelle sue trecce bionde. Ciò nonostante, aveva spalle ampie dal portamento fiero e i seni, che avevano allattato molti figli, erano ancora sodi. Quando le sollevava, i muscoli le guizzavano nelle braccia come quando era una ragazza, tanto esperta nell'uso della spada e della lancia che nessun ragazzo della sua età riusciva a tenerle testa. Tuttavia non si addestrava più per battersi al fianco del marito se necessario; si accontentava ormai di godere una certa tranquillità e di indossare intorno al collo tutti i gioielli che possedeva, oltre a coprirsene braccia e dita. 
L'autunno della sua vita era una stagione piacevole per Rigantona.
Epona salutò il padre, quindi andò direttamente dalla madre per mostrarle di averle riportato la spilla. Rigantona la esaminò minuziosamente prima di guardare la figlia in volto.
- Mi dicono che mi sono comportata bene - commentò Epona, che sapeva di non doversi aspettare cordialità o elogi dalla madre. Rigantona non era come le altre madri. - Avrei potuto comportarmi meglio se avessi saputo cosa aspettarmi - aggiunse.
- I rituali sono misteri - replicò Rigantona. - Prove per vedere come siamo brave ad affrontare l'ignoto. Hai gridato?
- No.
- Bene. Toutorix era preoccupato per te, ma io gli ho detto che nessuna delle mie figlie si sarebbe mostrata debole. - Rigantona voltò le spalle a Epona e sollevò la spilla alla luce del fuoco per poterne ammirare di nuovo il disegno.
Epona si accinse a prendere dell'acqua dalla brocca di bronzo goffrato che stava sul suo tripode accanto alla porta. Quell'oggetto era un lusso acquistato dagli elleni e ora copiato in ogni casa del villaggio, ma Alator la precedette, ansioso di riempire la ciotola che Epona teneva in mano. Gli scintillavano gli occhi per il piacere di essere il primo a offrire da bere alla nuova donna della famiglia. Epona sorrise al fratello minore, ricordando di essersi precipitata allo stesso modo per essere la prima a rendere un servizio al loro fratello maggiore, Okelos, quando era tornato, pallido ma spavaldo, dalla sua iniziazione all'età virile.
Non vedeva l'ora di lavarsi per pulirsi del sangue appiccicoso e di stendersi sul suo giaciglio, ma c'erano altri rituali da rispettare, e la gola riarsa le bruciava per la sete. 
Pronunciò i consueti ringraziamenti allo spirito dell'acqua e spruzzò con cura le gocce nelle quattro direzioni prima di bere. Poi la sua famiglia si mise in fila per congratularsi con lei, e seguì un piccolo banchetto.
Epona era esausta, ma non l'avrebbe lasciato vedere. 
Sta' eretta! la sollecitava lo spirito dentro di lei. Ha inizio la tua nuova vita.