Editrice Nord

Capitolo d'esempio

Autore: Anselm Audley
Titolo: Eresia

PARTE PRIMA
IL VIAGGIO



CAPITOLO PRIMO


- Ferro! Ferro!
Quel grido echeggiante si ripeté per tutta la foresta, scaturendo dal tumulto che si levava più avanti, vicino all'ingresso della miniera di pietre preziose. Gli uccelli appollaiati sui rami dei cedri spiccarono il volo fra strida acute, spaventati, e io incitai i cavalli ad accelerare il passo, le ruote del cocchio che sollevavano dense nubi di polvere dal sentiero; subito dopo, fui però costretto a tirare le redini per far rallentare l'andatura del carro, quando il sentiero descrisse una brusca svolta intorno a un albero.
Più oltre, la foresta cedeva il posto a una distesa erbosa, che si allargava verso i primi pendii delle colline, e sulla destra si vedeva il muro di pietra eretto intorno alla miniera: in quel momento, le torri di guardia erano deserte, e da dove mi trovavo potevo vedere un grosso capannello di persone raccolto all'ingresso, fra le porte spalancate. Naturalmente, mi chiesi cose stesse succedendo, se si fosse verificato un incidente o fosse scoppiato un tumulto fra i minatori... decisamente l'ultima cosa di cui avevamo bisogno.
La piccola folla si accorse infine di me quando feci girare il cocchio nel tratto di terreno sgombro antistante la miniera, fermandomi a pochi metri di distanza; tutti si volsero a guardarmi e un uomo alto, uno dei pochi che indossassero una veste e non una tunica da minatore, si staccò dagli altri per venirmi incontro con aria così eccitata da farmi capire che non si trattava di un tumulto, e neppure di un incidente.
- Che Ranthas sia sempre con te, Esconte Cathan - mi salutò. - È una fortuna che tu sia arrivato proprio ora.
L'uomo che mi stava parlando portava una barba molto corta, e aveva i capelli intrisi d'olio profumato e cosparsi di cipria; il suo volto scarno dagli occhi infossati rivelava lo stesso entusiasmo che traspariva dal resto dei presenti.
- Cosa significa tutta questa agitazione, Maal? - domandai. - Cosa può esserci di tanto importante da avervi fatto interrompere il lavoro, considerato che la nave dovrebbe ormai arrivare da un giorno all'altro?
Da un giorno all'altro, naturalmente, a patto che la tempesta coriolis che infuriava sull'oceano, al largo, si esaurisse al più presto. Quella era la seconda tempesta nell'arco di un mese, e l'arrivo della nave era già stato compromesso una volta.
- Padrone, abbiamo trovato del ferro! Il prete di Ranthas che si era offerto di aiutarci nelle operazioni minerarie ha scoperto un'enorme vena di minerale ferroso!
In un primo momento, mi rifiutai quasi di credergli. Ferro? Nel corso di tutti quegli ultimi, disastrosi mesi, ci eravamo trovati seduti proprio sopra uno dei beni più preziosi che esistessero e non ce ne eravamo mai accorti? Il ferro scarseggiava su tutto Aquasilva, in quanto le isole che lo componevano non ne contenevano in quantità sufficiente a soddisfare le richieste delle fonderie di acciaio e, di conseguenza, degli eserciti dei continenti. Dopo il legnofiamma e i suoi derivati, il ferro era quindi la materia prima più preziosa che esistesse al mondo.
- Ne sei sicuro? - chiesi soltanto, badando a rimanere impassibile in volto, perché non volevo mostrarmi troppo entusiasta in presenza dei minatori.
Per tutta risposta, Maal si girò a chiamare qualcuno che si trovava fra la folla, che non era poi così numerosa come mi era parso inizialmente, dato che sulle porte c'erano al massimo una quindicina di persone, per lo più capi-squadra e sovrintendenti; qualcuno, in mezzo alla calca, gettò un pezzo di roccia a Maal, che lo afferrò abilmente al volo e me lo porse.
Mentre uno dei cavalli nitriva, innervosito dalla tensione, io rigirai fra le mani il pezzo di roccia, notando i cristalli fra il grigio e il nero in esso contenuti.
- È estraibile? - chiesi infine.
- Il prete ritiene di sì. È nella miniera, insieme ad Haaluk.
- Qualcuno venga a prendere le redini - ordinai, e non appena uno degli uomini si fece avanti per obbedire, scesi dal cocchio. - Accompagnami dal prete - aggiunsi, rivolto a Maal. - Il resto di voi torni al lavoro.
I minatori si spostarono di lato per permettermi di passare; preceduto da Maal, mi avviai attraverso il cortile che si apriva all'interno della palizzata, lasciandomi da un lato gli edifici e gli scavi a cielo aperto per dirigermi verso il buco nero dell'ingresso della miniera vera e propria, che si apriva dalla parte opposta del cortile. Dal momento che detesto grotte e cunicoli, non ero particolarmente contento all'idea di entrare nella miniera, ma quella scoperta era troppo importante, quindi avrei dovuto farmi forza ed evitare di pensare al fatto che mi trovavo nel sottosuolo. Quella miniera di pietre preziose era il motivo principale dell'esistenza del Clan Lepidor, il più settentrionale dei quindici clan esistenti sul continente di Oceanus e, di stretta misura, il clan continentale più settentrionale del mondo. Prima della Guerra Tuonetar, in questi luoghi non era esistita nessuna città, ma centocinquantotto anni prima una spedizione esplorativa aveva scoperto ricchi giacimenti di gemme, ed entro breve tempo un gruppo di profughi oceaniani e arcipelaghiani si era insediato nell'area, fondando un nuovo clan.
A dire il vero, eravamo stati piuttosto fortunati, considerato che avevamo nelle immediate vicinanze ricche zone di pesca, e che le montagne ci offrivano un'insolita e valida protezione dalle tempeste, permettendo la crescita, lungo la costa, di una lussureggiante foresta che rendeva il territorio di Lepidor molto meno squallido e cupo di quello di alcuni dei clan più meridionali, le cui terre erano troppo esposte alle tempeste per permettere la crescita degli alberi e offrivano quindi un panorama quanto mai deprimente.
Il mio Casato era stato al potere fin dalla fondazione del clan, grazie a un nostro lontano antenato che aveva reso alla città e agli altri Casati uno straordinario servigio ed era quindi stato scelto all'unanimità come capo del clan... almeno secondo la versione ufficiale dei fatti. Personalmente, io dubitavo della veridicità di quella storia e avevo il sospetto che la verità fosse molto meno onorevole. In ogni caso, questo era lo stato di cose attuale e mio padre, il Conte Elnibal II, era conosciuto come uno dei più onesti fra gli attuali quindici conti di Oceanus.
Il nostro problema contingente era però che, nel corso degli ultimi anni, il prezzo delle pietre preziose aveva continuato a calare, rendendo la miniera meno proficua, con il risultato che negli ultimi mesi il conte e i mercanti avevano incontrato notevoli difficoltà a far quadrare il bilancio. Naturalmente, potevamo sopravvivere anche senza la miniera, perché lungo la costa c'era un'ampia distesa di terre fertili, il pesce abbondava e le foreste ci fornivano abbastanza legname da permetterci anche di esportarne, ma senza le gemme non avevamo nulla di prezioso da barattare, e di questo passo il Clan Lepidor sarebbe degenerato al livello di un'associazione agricola, indegna di essere definita un clan... e poiché non volevo ereditare una semplice associazione agricola, né veder andare in rovina il mio clan, io ero preoccupato per il futuro quanto chiunque altro.
O lo ero stato fino a un momento prima. Adesso, invece, la mia mente era d'un tratto impegnata a vagliare una marea di possibilità: se c'era ferro a sufficienza, e se era possibile estrarlo, infatti, saremmo tornati a essere ricchi non appena avessimo venduto il primo carico presso i mercati di Pharassa, la capitale di Oceanus, e forse saremmo perfino riusciti a ottenere un contratto con uno dei Grandi Casati per esportare il nostro ferro oltre oceano, a Taneth, la capitale commerciale di Aquasilva. Sapevo che quello era un viaggio lungo, e molto più pericoloso, ma sapevo anche che a Taneth i prezzi del ferro sarebbero stati più alti.
Mentre formulavo quelle riflessioni, mi abbassai per evitare la struttura di legno della soglia della miniera e mi addentrai nella galleria, rischiarata da torce di legno fiamma, sentendo due voci provenire da un punto poco più avanti.
- ... ti ripeto che la vena si estende per decine di metri.
- Conosco la roccia di quest'area, Domine, e so che quanto affermi non è possibile - replicò il sovrintendente della miniera, Haaluk-Irri, in toni più aspri di quelli colti e modulati del prete di Ranthas.
Haaluk era stato esiliato da Mons Ferranis due anni prima, in seguito a una lite con un mercante, e avrebbe trascorso un altro anno a sovrintendere alle miniere di Lepidor prima di poter tornare in patria, una perdita che noi avremmo indubbiamente sentito, perché nonostante i suoi modi aspri Haaluk era un ottimo sovrintendente.
- Ah, Esconte Cathan - salutò il prete, accorgendosi di me.
Haaluk, che dava le spalle all'ingresso e si trovava di fronte al prete, il cui volto era in ombra, si girò subito verso di me.
- Senza dubbio hai sentito - disse. - Per quanto Domine Istiq possa essere saggio ed esperto, sono costretto a dissentire dalla sua valutazione dell'estensione della vena.
Domine, un titolo proveniente dalla lingua antica, era l'appellativo che veniva sempre utilizzato nei confronti dei preti.
- In che cosa differisce la tua valutazione dalla sua? - chiesi ad Haaluk.
- Le sue cifre sono il doppio delle mie.
- Ma anche con le tue cifre vale la pena di impegnarsi nell'estrazione del minerale?
- Certamente. Penserà il Domine a ragguagliarti - replicò il sovrintendente, con i soliti modi bruschi.
- Devi capire che il mio è un calcolo approssimativo - affermò Domine Istiq, - ma anche così ritengo che qui abbiate abbastanza minerale da poterne vendere ogni mese l'equivalente di diecimila corone, per più di un secolo e mezzo.
Io cercai di calcolare mentalmente il profitto globale che ne sarebbe derivato ma non ci riuscii, perché non sono mai stato molto bravo nei calcoli mentali anche se non ho difficoltà a farne su carta.
- Le vostre spese annue ammontano a circa duemila corone, Esconte Cathan - proseguì intanto Istiq. - Rimane quindi un margine di ottomila corone, di cui ne dovrebbero avanzare almeno quattromila dopo aver provveduto ad altre spese, come le decime e le percentuali per i mercanti.
Quel discorso non era altro che un modo indiretto per ricordare che avremmo dovuto riprendere a pagare le decime al tempio del Dominio, che l'anno precedente erano state sospese per aiutarci a sopravvivere. Pur non essendo nativo di Lepidor, infatti, il nostro Avarca sovrintendeva al tempio locale ormai da ventisei anni, ed era più un Lepidoriano che un prete, motivo per cui si mostrava sempre molto disponibile e ragionevole.
- Questi calcoli sono stati effettuati secondo le valutazioni di Haaluk? - domandai.
- Sì. In base alle mie, potete continuare le estrazioni minerarie per tre secoli.
- In entrambi i casi, ricominceremo ad avere dei profitti - osservai, per nulla preoccupato da quel divario.
- Dovrete assumere a Pharassa minatori esperti nell'estrazione del ferro, che sono peraltro molto richiesti, e dovrete anche stipulare un contratto con qualche mercante di Pharassa o di Taneth.
- Non dimenticare l'Ammiragliato Cambressiano - aggiunsi, ricordandomi di quel terzo, possibile mercato, ma Istiq assunse un'espressione dubbiosa che m'indusse a cambiare argomento. - Tornerai in città per cena? - chiesi quindi.
- Ti ringrazio per l'invito, ma credo che mi fermerò qui ancora per un po', per vedere se ci riesce di scoprire l'esatta estensione di questi depositi - rispose il prete, con un inchino.
Ricambiato l'inchino, mi girai e mi avviai per uscire dal tunnel, seguito da Maal, poi mi lasciai sfuggire un'imprecazione quando evitai di stretta misura di sbattere la testa sulle travi di supporto della volta.
Di lì a poco, riemergemmo sotto l'abbagliante luce solare che regnava nel cortile, dove fummo accolti dal sordo risuonare dei martelli di legnofiamma con cui i minatori stavano frammentando il minerale estratto, fondendo tutto ciò che non era pura gemma... o almeno questo era ciò che ricordavo dalle lezioni che il mio tutore mi aveva impartito al riguardo. 
In realtà, trovavo l'intera procedura di estrazione mineraria ancor meno interessante delle lezioni di teologia, due cose che non avevano nulla a che fare con la mia vera passione: il mare.
- Adesso tornerai in città, Lord Cathan? - volle sapere Maal.
- Sì - risposi. - Il lavoro dovrà procedere normalmente per il resto della giornata, e questa sera Haaluk dovrà venire da me con dati precisi: mi servono fatti sicuri perché possa intraprendere qualsiasi tipo di azione.
In realtà, le decisioni sarebbero state prese da mia madre, che era l'effettivo Reggente in assenza di mio padre, perché io non ero ancora maggiorenne e non ero abbastanza esperto da potermi addossare completamente i doveri di conte quando mio padre era lontano; per questo motivo, mi limitavo a sedere sulla piattaforma della sala del consiglio, con il Primo Consigliere che mi sussurrava all'orecchio il parere della Contessa Irria. Da quando mio padre era partito, peraltro, avevo cominciato a prestare maggiore attenzione alle lezioni relative all'arte di governare, perché mi seccava non saperne abbastanza da essere in grado di prendere da solo le necessarie decisioni.
Riattraversato il cortile, oltrepassai le porte, notando che adesso le torri di guardia erano di nuovo occupate da sentinelle che tenevano d'occhio le colline circostanti per avvistare eventuali razziatori barbari, pericolo peraltro assai remoto in quanto nell'ambito del territorio della città c'era un solo passo che si addentrasse fra le montagne, ed era ben sorvegliato, come lo erano anche gli approcci costieri.
Recuperate le redini del cocchio dall'uomo a cui avevo affidate, le avvolsi intorno all'avambraccio, riparato dalla protezione di cuoio che non mi ero tolto, feci schioccare la frusta e mi avviai lungo il sentiero che portava in città.

Quella di percorrere la strada a rotta di collo, trainato da una pariglia perfettamente addestrata, era una sensazione esaltante, e compensava abbondantemente gli scossoni che mi venivano inflitti ogni volta che le ruote incontravano un sasso smosso o una piccola buca. Lungo il tragitto, notai che il fondo della strada cominciava a farsi dissestato, con alcune depressioni tanto profonde da poter costare la rottura di una ruota, e riflettei che sarebbe stato indispensabile assumere una squadra di carpentieri stradali dotati degli attrezzi occorrenti per effettuare le riparazioni... naturalmente, se e quando avessimo avuto abbastanza denaro per acquistare il legnofiamma necessario; del resto, la vendita del ferro avrebbe dovuto risolvere anche quel problema.
Quando raggiunsi la valle principale, il sentiero si fece più diritto, passando fra immensi cedri sparsi su tratti di terreno erboso; lungo il percorso, oltrepassai un paio di carretti di legno trainati da cavalli e carichi di tronchi provenienti dalle aree destinate al disboscamento, più su lungo i pendii, poi la strada descrisse un'ampia curva, si lasciò alle spalle le ultime aree boschive e Lepidor apparve più avanti, di fronte a me.
La città era stata costruita su un promontorio, con una laguna che si allargava verso est, alla mia destra, e serviva da porto cittadino; a ovest, la linea della costa descriveva una grande curva che si perdeva in lontananza, e offriva un vasto panorama di terre coltivate e di macchie di acacie che scendevano con un dolce pendio verso una lunga spiaggia sabbiosa. Lucide mura di pietra, erette attraverso l'estremità del promontorio, servivano a proteggere la città, e appena al di là di esse era possibile vedere le case del Quartiere di Terra.
Lepidor non era una grande città, come dimostrava l'ultimo censimento, eseguito a scopi fiscali appena due anni prima, da cui era risultato che i cittadini ammontavano a poco meno di duemila, ma compensava con la pulizia e la qualità della sua architettura ciò che le mancava dal punto di vista delle dimensioni. Infatti, anche tenendo conto della mia lealtà nei confronti della città in cui vivevo, dopo aver visto la maggior parte degli altri centri urbani del continente, io continuavo a ritenere che Lepidor fosse indubbiamente quella che offriva l'ambiente migliore e che aveva gli edifici più belli.
Tutte le costruzioni all'interno delle mura che cingevano il lato esterno del promontorio erano state realizzate con la pietra bianca locale, molte di esse arrivavano fino a tre piani di altezza, e su ogni tetto, al di sopra delle finestre a colonne del primo piano, cresceva un giardino che gettava le sue radici in uno strato di terra generalmente trasportato fin lassù a mano... dopo tutto, c'erano alcune cose che neppure il legnofiamma era in grado di realizzare. Un paio degli edifici più grandi, poi, avevano il tetto sormontato da una piccola cupola.
Nel porto di superficie, anch'esso protetto da mura, erano visibili magazzini e moli, l'alberatura di una decina di pescherecci e, da un lato, un piccolo edificio a cupola che costituiva la sommità del porto sottomarino, dove attraccavano le mante e dove veniva tenuta l'unica nave sottomarina da guerra permanentemente stazionata a Lepidor.
Sempre al galoppo, attraversai il tratto di terreno scoperto antistante la città e oltrepassai le porte del Quartiere di Terra, il più esterno dei tre distretti cittadini; le guardie di stanza alle porte, che riconobbi entrambe, mi salutarono allegramente con un cenno della mano a cui risposi senza rallentare l'andatura. Poco dopo aver superato le porte, fui poi costretto a ridurre la velocità, anche se la strada principale procedeva quasi diritta nell'attraversare gli accessi agli altri due quartieri... del Palazzo e Marittimo. Tutti e tre i distretti erano circolari ed erano dotati di una loro cerchia di mura, indispensabile per garantire un'adeguata protezione dalle tempeste; d'altro canto, e questo era un altro motivo per cui ero lieto di vivere a Lepidor, dal momento che nella nostra area le tempeste erano meno violente, noi potevamo permetterci mura meno alte e cupe delle torreggianti mostruosità visibili in altri centri cittadini.
Finalmente, superai la porta interna che dava accesso al Quartiere del Palazzo, dove si trovavano il mercato principale e tutti gli edifici ufficiali, compresa la mia casa, il Palazzo.
Quello che noi definivamo il Palazzo, ma che era in effetti più una dimora gentilizia che un vero e proprio palazzo, sorgeva in fondo alla via principale, ad appena qualche decina di metri di distanza dalle mura; entrambi i lati della strada erano fiancheggiati da botteghe, ciascuna con una tenda che si stendeva davanti a essa, a sovrastare banconi su cui erano sparse mercanzie di ogni tipo, e al passaggio ormai lento del mio cocchio, i proprietari mi indirizzarono allegri cenni di saluto, mentre io armeggiavo con le redini in modo da far aggirare ai cavalli la grassa mole del mercante Shihap, che era intento in una serrata contrattazione con il suo amico, un ingegnere addetto agli scudi.
- È una bella giornata, vero? - mi gridò Shihap, sospendendo per un momento le trattative. - Hai l'aria felice!
- E lo sono - risposi, - come lo sarai anche tu quando il denaro riprenderà a scorrere.
Senza dubbio, la storia della scoperta della vena di ferro avrebbe fatto il giro della città entro il tramonto, quindi non rischiavo di fare danni seminando le prime voci inerenti alla cosa. Dopo aver buttato quell'esca, feci però accelerare i cavalli prima che Shihap avesse l'opportunità di farmi altre domande, in modo da lasciare il piacere di informare la cittadinanza al messaggero, chiunque fosse, che Haaluk avrebbe inviato a diffondere la notizia.
Nel breve tragitto fino alla piccola piazza antistante il Palazzo, rallentai ancora un paio di volte per salutare altrettante persone, poi arrivai alle stalle, nascoste da un lato, a ridosso delle mura esterne e sottovento rispetto al resto dell'edificio; affidato il cocchio a un servitore, che si affrettò a venire a prendere le redini, sciolsi i lacci delle protezioni per i polsi e le deposi in fondo al cocchio insieme alla frusta, perché a mio padre non piaceva che si lasciassero quelle attrezzature in giro per il palazzo.
Le due guardie che sedevano all'interno delle porte dell'edificio, e che come il solito erano intente a giocare a dadi, mi salutarono allegramente al mio passaggio, quando oltrepassai la soglia e mi addentrai nel piccolo cortile, largo non più di una decina di metri, con una rampa di scale da un lato e le erbacce che crescevano fra le pietre della pavimentazione. Nella base della scala era inserita la porta di accesso agli alloggi della servitù, mentre sulla parete opposta si apriva la porta che conduceva alla sala dei banchetti e alla Camera del Consiglio. Nel complesso, l'edificio era molto più piccolo di altri... per esempio il Palazzo di Lexan, a Khalaman... ma era anche più accogliente, e per me era la mia casa.
Salita la scala a tre gradini per volta, rischiando di sbattere con la testa contro le travi di sostegno del tetto di tegole, fermai il primo servitore che incontrai nel corridoio.
- Dov'è mia madre? - chiesi.
- Nella Camera del Consiglio superiore, padrone, con il Primo Consigliere.
Nell'avviarmi lungo il corridoio pavimentato a piastrelle, mi costrinsi a rallentare l'andatura, astenendomi dal correre, e bussai alla porta della terza stanza sulla sinistra, da cui giungeva un suono di voci.
- Chi è? - chiese la ricca voce da contralto di mia madre.
- Sono io - risposi.
- Entra pure.
Spinto il battente di legno di cedro, mi addentrai nella Camera del Consiglio, un ampio locale al cui centro era posto un tavolo di legno bianco circondato da dodici sedie, di cui una sovrastata da un baldacchino rosso, attualmente occupata da mia madre, con il Primo Consigliere seduto alla sua destra. Quella era la Camera del Consiglio segreta, mentre per le riunioni aperte a tutti utilizzavamo la sala principale, non potendoci permettere una vera e propria sala dei conclave.
- Cosa c'è? - chiese subito mia madre, vedendo senza difficoltà oltre l'espressione neutra e composta che stavo cercando di mantenere.
In gioventù lei era stata molto bella, e anche adesso che aveva oltrepassato la quarantina continuava a essere affascinante, con i lunghi capelli di un'insolita tinta biondo scuro raccolti sulla nuca che le conferivano un aspetto orgoglioso e regale, accentuato dal lungo abito.
- Mentre ero fuori per far fare un po' di esercizio ai cavalli sono passato dalla miniera. Hanno trovato del ferro, quanto basta per garantirci un profitto di... di quattromila corone per il prossimo secolo - replicai, cercando di ricordare le cifre esatte che mi erano state fornite.
- Ferro? - esclamò Atek, alzandosi quasi dalla sua sedia per la sorpresa.
Il nostro Primo Consigliere era un cugino di mia madre, di tre anni più giovane di lei, e si diceva che il suo tutore, mio nonno, lo avesse mandato a Lepidor con mia madre, quando lei aveva sposato mio padre, perché si era stancato del comportamento sfrenato del nipote. Personalmente, io non avevo mai visto quel lato della sua natura, ma del resto tutti i parenti di mia madre erano concordi nell'affermare che lui si era trasformato in un uomo di buon senso e in un buon consigliere, come dimostrava il fatto che due anni prima, alla morte del suo predecessore, era arrivato a rivestire la carica di Primo Consigliere e di cancelliere di mio padre; personalmente, pur non volendo mancare di rispetto a un defunto, preferivo di gran lunga Atek all'acido e scorbutico Pilaset. Castano di capelli e massiccio di costituzione, Atek era ultimamente ingrassato alquanto a causa della mancanza di esercizio, come evidenziava la sua veste bianca decorata in rosso e fermata in vita da una cintura.
- Ferro - confermai. - Domine Istiq e Haaluk ne sono certi, anche se non sono d'accordo sull'estensione della vena, che potrebbe fornire minerale per un secolo e mezzo come per tre.
- Come mai non l'abbiamo mai scoperto prima? - domandò Atek, sconcertato, lasciandosi ricadere sulla sedia.
- Perché prima d'ora non avevamo mai avuto un prete addestrato nel sondaggio delle miniere - replicò mia madre. - Quella è una sezione della collina che prima del suo arrivo non era mai stata testata.
Il fatto che fossimo riusciti ad accaparrarci i servizi del Domine Istiq era dovuto a un puro e semplice caso fortunato, in quanto lui era stato uno dei tre soli superstiti di una manta distrutta tre mesi prima da un vortice, al largo del Capo Islesend, e dopo essersi ripreso dalle conseguenze del naufragio si era offerto di vagliare il potenziale della nostra miniera per ingannare il tempo, nell'attesa che dalla sua destinazione originale, Mons Ferranis, inviassero un'altra manta a prelevarlo. Da quando era arrivato, io non avevo avuto molti contatti con lui, anche se era stata una delle mie sonde sottomarine a individuare la sua navetta di salvataggio che, ormai priva di energia, stava andando alla deriva verso l'aperto oceano. Quello era stato per me un vero e proprio trionfo, perché avevo finalmente dimostrato a mio padre che tutto il tempo che trascorrevo in mare o con gli oceanografi aveva una sua utilità.
- Ho ordinato ad Haaluk di venire da noi questa sera con delle cifre definitive - aggiunsi. - Domine Istiq ha preferito rimanere alla miniera fino al tramonto, come sempre.
- Hai agito bene - approvò mia madre, con un caldo sorriso.
- Dobbiamo informare il Conte Elnibal - intervenne Atek, giungendo alle stesse conclusioni a cui era arrivato Istiq. - Dovremo stipulare un contratto per il trasporto con qualche mercante di Taneth o di Pharassa, perché faccia arrivare il nostro ferro alle fonderie.
- Non potremmo avviare qui una nostra fonderia? - rifletté ad alta voce mia madre. - Se potessimo trasformare il ferro in armi prima di spedirlo, il profitto raddoppierebbe.
- Ma questo farebbe anche di noi una ghiotta preda per i pirati - le ricordò Atek. - Finché non avremo i fondi necessari per costruire difese adeguate, sarebbe meglio limitarci a vendere il ferro, e sarà questa la linea d'azione che consiglierò a tuo marito.
- Quale credi che sia il posto migliore dove vendere il ferro? - Domandai.
- Taneth - rispose immediatamente Atek.
Mia madre fu pronta a dirsi d'accordo, e io mi sentii certo che anche mio padre l'avrebbe pensata nello stesso modo. Quanto agli altri due possibili mercati, Pharassa era senza dubbio il più vicino e il più sicuro, ma là i prezzi erano relativamente bassi a causa della poca richiesta: Oceanus aveva infatti già una miniera attiva, quindi su questo continente non ci sarebbe stato molto spazio per il nostro metallo. Quanto all'altra possibilità, si trattava di quella che Istiq era parso non gradire molto: Cambress, sul continente di Nuova Hyperia. Il viaggio fin là sarebbe però stato due volte più lungo e pericoloso di quello fino a Taneth, e i margini di profitto sarebbero stati molto minori.
Inoltre, la rotta per Cambress passava molto vicina al territorio del nostro mortale nemico, il Conte Lexan di Khalaman.
- Chi possiamo mandare? - chiese intanto mia madre. - Elnibal è partito solo due settimane fa, e il Consiglio non dura mai meno di un mese.
- Questo potrebbe essere pù breve - obiettò Atek. - Gli Halettiti stanno premendo sui confini delle città di Equatoria, quindi molti dei conti intervenuti saranno impazienti di tornare a casa.
- Il che significa che dobbiamo decidere prima che la nave mercantile arrivi, perché chi andrà da Elnibal dovrà raggiungere in fretta Pharassa e ottenere un passaggio su una delle mante militari che effettuano servizio di corriere fra Pharassa e Taneth.
- Potrei andare io - si offrì Atek.
- Mi servi qui - fu pronta a ricordargli mia madre.
- Non c'è nessun altro che possiamo mandare.
- Deve esserci. Che ne dici di affidare una missiva a qualcuno che sia comunque in partenza?
- Non c'è nessuno che abbia una posizione adeguata, perché nessuno dei mercanti più importanti ha viaggi in programma - obiettò Atek, poi d'un tratto guardò verso di me e aggiunse: - D'altro canto, potrebbe andare Cathan, a patto di avere una scorta adeguata.
Io mi sentii percorrere da un brivido di eccitazione, perché fin dall'inizio avevo osato sperare, contro ogni logica, che qualcuno proponesse di mandare me; prima ancora che mia madre rispondesse, compresi però dalla sua espressione che l'idea non le andava a genio.
- No! - esclamò, infatti. - In assenza di suo padre, si suppone che sia lui a comandare, ma se dovesse partire a sua volta tutti saprebbero che la Reggente sono io, e questo non ci attirerebbe certo le simpatie del Dominio.
- Lo sanno già tutti - le ricordò Atek, - e poi suo fratello potrà rivestire nominalmente la carica.
- Suo fratello ha solo cinque anni... o forse te ne sei dimenticato? - replicò mia madre, in tono tagliente. - Cosa faremmo se dovesse esserci un'altra tempesta come quella di tre mesi fa, e la nave di Cathan venisse affondata? Cosa direi allora a mio marito?
- Se non verrà informato subito, Elnibal dovrà tornare di nuovo a Taneth, nel periodo dell'anno in cui Lexan e il resto dei nostri nemici potranno approfittare di qualsiasi debolezza da parte nostra, e questo sarà ancora più pericoloso. Io o Cathan: uno di noi due deve andare, non ci sono alternative.
- Preferirei che fossi tu a partire, Atek - affermò mia madre, dopo una pausa di riflessione.
A quel punto decisi che era giunto il momento di spezzare una lancia in mio favore, prima che mia madre optasse definitivamente per Atek.
- Madre, ho bisogno di acquisire un po' di esperienza, di vedere Taneth ed Equatoria, prima di recarmi alla mia prima riunione del Consiglio. Tutti i figli di Courtières ci sono già stati - aggiunsi, riferendomi a uno dei nostri alleati.
Sapevo che il mio era un ragionamento valido, e che mio padre mi avrebbe dato il permesso che chiedevo senza esitazioni, ma mia madre era sempre così iperprotettiva!
- Dunque sei desideroso di partire? - mi chiese lei, guardandomi, mentre Atek annuiva.
- Sì!
Un dubbio le attraversò fugace il volto, ma alla fine si arrese.
- Benissimo, allora vai - disse soltanto.
La consapevolezza del dover preservare la mia dignità mi trattenne dal balzare in piedi gridando di gioia, ma dentro di me mi sentii felice come non mai: gli eredi dei clan dovevano visitare un po' del resto del mondo prima di occupare la posizione a cui erano destinati, e personalmente ritenevo di non aver ancora visto abbastanza.
Presto avrei dovuto trascorrere uno o due anni lontano da casa, per imparare l'effettivo funzionamento della politica, del commercio e della religione, oltre che per acquisire le nozioni di base dell'oceanografia e imparare a manovrare mante e navi di superficie. Quello era un apprendistato attraverso cui passavano tutti i figli di clan nobiliari e di mercanti di rango, ma fino a quel momento non si era fatta parola di una mia possibile partenza.
Non che avessi bisogno di imparare molto in merito alle navi o all'oceanografia, considerato che trascorrevo la mia vita in pari misura nell'acqua e sulla terraferma. Proprio per questo motivo mio padre temeva che il resto della mia istruzione potesse subire dei rallentamenti; tuttavia non era mai riuscito a tenermi a lungo lontano dal mare.
Il luogo più distante da Lepidor che avessi mai visitato era Pharassa, la capitale di Oceanus, dove ero stato due anni prima; oltre a quello, sarei potuto andare con mio padre all'ultimo Grande Congresso, tre anni prima, ma ero stato malato e avevo perso quell'occasione. Senza dubbio, Pharassa era una grande città, ma era pur sempre sul mio continente, il che significava che io non avevo mai varcato l'oceano. E la destinazione più ovvia, al di là dell'oceano, era Taneth, una delle più grandi e ricche città di tutto Aquasilva, dove si diceva che a ogni ora una manta entrasse o uscisse dal porto e che una nave di superficie attraccasse o salpasse ogni cinque minuti. Taneth era la capitale commerciale di Aquasilva, ed era un luogo dove avevo sempre desiderato di andare.
- Chi possiamo inviare con lui, come scorta? - domandò Irria.
- Qualcuno che abbia già attraversato l'oceano, e di cui ci possiamo fidare.
- Uno degli accoliti del tempio non è stato chiamato alla Città Santa per essere addestrato?
- Credo di sì. Pare si tratti di un giovane promettente, che è già stato in Nuova Hyperia e in Equatoria. Prenderò io gli accordi necessari con il Sommo Prete e sceglierò due guardie che li accompagnino.
- Provvedi immediatamente - ordinò mia madre.
Alzatosi in piedi, Atek s'inchinò a entrambi e lasciò la stanza, richiudendosi la porta alle spalle.
- Sarà un lungo viaggio - disse mia madre, quando fummo soli, - e quando si è sul mare c'è ben poco da fare. Approfittane per imparare dall'accolita tutto quello che ti sarà possibile sul mondo in generale e sulla fede del Dominio. Se però lui dovesse dimostrarsi un fanatico, bada di non lasciarti condizionare dai suoi insegnamenti: nel mondo ci dovrebbe essere un equilibrio, ed è sbagliato saccheggiare le terre di quanti non si conformano al credo del Dominio, come fanno i nostri preti.
Interrompendosi, lei si alzò e si avvicinò alla finestra, lasciando vagare fuori lo sguardo. 
- Atek ha ragione, quando asserisce che hai visto troppo poco del mondo - riprese poi. - Ciò che hai visto del nostro ordinamento religioso è soltanto il suo aspetto buono e valido, perché noi siamo una città troppo piccola perché valga la pena di installarvi più di un tempio con quattro preti e dieci accoliti. Nella capitale e nelle altre città di rilievo, come pure sulle terre di proprietà dei preti intorno alla Città Santa, in Equatoria, ci sono migliaia di preti guerrieri. Essi sono zeloti, preti più abili nel combattere della maggior parte degli altri uomini e feroci assertori del potere purificante del fuoco e della spada. I Sacri, così vengono chiamati, sono utilizzati dal Primate contro coloro che non credono in Ranthas, e per mano loro sono state distrutte città e annientati popoli interi. 
Il tono con cui mia madre pronunciò le ultime frasi, quasi ringhiante, mi lasciò sconcertato, perché non l'avevo mai vista così sconvolta; di solito, infatti, lei era sempre molto calma e controllata... tranne nelle poche occasioni in cui le accadeva di litigare con mio padre.
- Ma chi si può adorare, se non Ranthas? - domandai, cercando di dare un senso a quello che avevo appena sentito.
- Prima che io te lo dica, mi devi giurare di non rivelare mai ciò che ti dirò, e neppure di lasciar intuire che ne sei al corrente, con nessuno, neppure con tuo fratello, e soprattutto non con l'accolita - ingiunse lei, nervosa come non mai, tormentandosi la cintura con mani irrequiete.
- Su cosa devo giurare?
- Sull'onore del clan.
- In nome della mia ascendenza e del mio clan di nascita, e sulla continuata esistenza del nostro Casato, giuro di mantenere segreto a tutto il mondo ciò che ora sto per apprendere - dissi, e mi disposi ad attendere. 
- Su cosa si basa la religione del Dominio? - chiese allora mia madre.
Poiché mi ero aspettato che lei mi rivelasse qualcosa, e non che mi facesse una domanda così ovvia, rimasi confuso e impiegai un momento a rispondere.
- Su Ranthas, la personificazione del fuoco, da cui deriva tutta la vita - replicai poi, recitando alla lettera un brano tratto dai testi che l'Avarca mi aveva fatto studiare.
- E qual è il dono che lui ha fatto ad Aquasilva? Dimmi ciò che ti insegna il catechismo - insistette mia madre.
- Il legnofiamma è il dono di Ranthas - recitai, esponendo uno dei concetti di base che i preti del tempio inculcavano in tutti i bambini, lezioni che consideravo fra le più noiose a cui mi fossi mai dovuto assoggettare. - Esso fornisce luce, calore e potere ad Aquasilva, e attraverso esso s'incanala la volontà del dio. Grazie al legnofiamma solchiamo i mari e teniamo lontane le tempeste, grazie a esso facciamo la guerra e manteniamo la pace, tutto per grazia di Ranthas.
- Il fuoco è un elemento, giusto?
- Naturalmente. Gli elementi sono Fuoco, Terra, Aria, Acqua, Luce e Ombra, ma il Fuoco è quello dominante, quello che tiene unito Aquasilva tramite il suo dominio sulla Luce.
- Ed è il solo che elargisca agli uomini doni magici, capaci di risanare o di distruggere?
- Certamente.
- Allora come mai nessuno degli altri elementi ha un nume tutelare o una sua magia? Il legnofiamma può essere di importanza vitale, ma per vivere abbiamo bisogno anche dell'acqua, dell'aria da respirare e della terra in cui seminare i raccolti. E senza l'ombra non ci sarebbe la notte.
- Il Fuoco è il Creatore - insistetti, cocciutamente, continuando a non capire bene di cosa stesse parlando mia madre.
- Cathan, il fuoco è soltanto uno dei sei elementi. Ciascuno degli altri ha una sua divinità, una sua magia e un suo potere... anzi, alcuni sono di gran lunga più potenti e più misericordiosi del Dio-Fuoco. Non viviamo forse sulla superficie di un infinito oceano che costituisce la maggior parte di Aquasilva? Quest'oceano è dominio di Thetis, Dea dell'Acqua. Il Vuoto, che comprende i cieli che si estendono al di là delle tempeste, e che ha un territorio di dimensioni ancor più vaste dell'oceano, è dimora dell'Ombra e del suo spirito, Ragnar. Poi c'è la Terra, e la sua sovrana Hyperias, da cui ha tratto originariamente il suo nome il continente di Nuova Hyperia. Althana, Dea dei Venti, e Phaetan, Dio della Luce, sono gli ultimi due. Tutte queste divinità hanno una storia e un culto antichi quanto quelli del Fuoco, e una volta esse erano liberamente tollerate. L'Impero Thetiano è stato infatti fondato dai seguaci del culto di Thetis.
Per quanto affascinanti, i concetti che mia madre stava esprimendo erano la quintessenza dell'eresia, ma al di là del loro contenuto eretico, essi risultarono per me così incredibili da rendermi difficile anche solo assimilarne il significato.
- Chiunque venga sorpreso ad adorare le altre divinità legate agli elementi viene bruciato vivo sulla piazza principale della sua città, e anche solo conoscere l'esistenza di tali divinità è pericoloso - proseguì mia madre, abbassando la voce fino a ridurla a un sussurro. - Io ti chiedo soltanto di ricordare quello che ti ho detto e di guardare alle opere di Ranthas con la consapevolezza che altri poteri sono in grado di realizzare le stesse cose senza avere il bisogno di essere supremi.
- Questo è l'opposto di tutto quello che mi è stato insegnato - protestai.
- L'insegnamento è la chiave per ottenere il controllo - rispose lei. - Ricorda che hai giurato sul clan.
- Lo ricorderò - promisi, alzandomi in piedi.
- Devi prepararti per il viaggio, e salutare i tuoi amici - replicò mia madre, riprendendo a parlare con un tono normale.
- E mio fratello - aggiunsi.
- Sei gentile a ricordarti di lui - ribatté lei, aprendo la porta.
Insieme, imboccammo il corridoio, diretti verso la porta alla sua estremità, che dava accesso a un piccolo giardino pensile che si affacciava sul mare. In alto, il cielo era quasi del tutto sgombro da nuvole, con appena qualche piccolo batuffolo bianco che qua e là ne chiazzava l'azzurro, intenso quanto quello dell'oceano mosso da una brezza leggera.

Quella notte, trovai sotto il cuscino un pezzo di carta su cui era scritto un brano, stilato nella calligrafia di mia madre; all'inizio, lei aveva aggiunto l'ammonizione a non portare quello scritto con me, perché se me lo avessero trovato addosso sarebbe equivalso a una condanna a morte, quindi lo lessi fino a impararlo a memoria e infine gettai il biglietto nella fornace.

Dalle cronache dell'ultimo Sommo Prete Thetiano dell'antica religione.

... E fu così che mi trovai a sostare vicino al tumulo di mio fratello, lasciando spaziare lo sguardo sulla vuota distesa dell'oceano, verso continenti che un tempo erano stati lussureggianti e che erano adesso una landa devastata. Spesso mi sono chiesto se tutto questo sarebbe accaduto ugualmente anche se mio padre fosse vissuto, ma ogni volta che mi pongo questa domanda, la mia memoria torna alle continue guerre intestine che noi tutti abbiamo subito prima di tutto questo. Abbiamo perso un mondo, ma adesso abbiamo la possibilità di costruire una pace duratura e un nuovo inizio. Quanto a me, posso solo sperare che l'ombra di Aetius riposi in pace, e che noi tutti si riesca a rimanere fedeli alla visione per cui così tanti hanno dato la vita. Non sarò mai più in grado di combattere o di utilizzare la magia, e non riesco neppure ad arrivare a piedi fin qui dal porto senza l'aiuto di Cinnirra; quindi, anche nel caso che io riesca in certa misura a recuperare le forze, spetterà ora a mio figlio e a mio nipote porsi alla guida di Thetia, e spero proprio che essi abbiano l'opportunità di forgiare un mondo migliore di quello in cui io ho sempre vissuto.
Salute e addio
Carausius Tar'Conantur

Quel brano non sembrava assolutamente essere opera del Carausius di cui avevo sentito parlare, fratello dell'arci-demone Aetius che aveva fatto sprofondare Aquasilva in una guerra terribile, e nel leggerlo mi chiesi per quale motivo mia madre me lo avesse dato e quale fosse la sua provenienza.