Editrice Nord

Capitolo d'esempio

Autore: Katherine Kurtz e Deborah T. Harris
Titolo: La loggia della lince

PROLOGO 


Era una notte d'autunno limpida e tersa, e il freddo pungente dell'aria immobile prometteva un'alba vestita di uno strato di gelida brina. Non c'era luna ad ammorbidire il buio, ma un pallido spolverio di stelle spargeva un vago lucore sulla spoglia campagna scozzese. 
A metà del pendio d'una collina boscosa, un uomo vestito di nero attendeva nell'ombra di un antico faggio, stringendo i denti per il freddo e ogni tanto muovendo le mani, nei morbidi guanti neri, per tenere le dita pronte al lavoro che avrebbe dovuto fare. Già più volte nell'ultima mezz'ora aveva tirato indietro il polsino, per controllare l'ora su un orologio da polso militare in uso fra i soldati americani. Ora ripeté il gesto. Le lancette fosforescenti segnavano le due e mezzo. 
Le finestre posteriori di Mossiecairn House erano chiuse e buie. Al piano superiore, l'ultima luce era stata spenta da ore. Il vecchio guardiano aveva già fatto da un pezzo l'ultimo giro d'ispezione di quella notte, e non sarebbe uscito dalla sua casetta presso il cancello fin dopo l'alba. Il momento non avrebbe potuto essere migliore. 
Con un lieve sorriso, l'uomo in nero chiuse bene la lampo della blusa di pelle e sollevò i paraorecchi del berretto nero per non lasciarsi sfuggire alcun rumore. Poi, flettendo ancora le dita, s'avviò giù per il pendio. 
Coprì la distanza in pochi minuti, muovendosi con la tranquilla sicurezza di chi è abituato alle manovre notturne, sfruttando ogni ombra. Oltrepassò uno stagno poco profondo saltando agilmente da una pietra all'altra. Prima d'attraversare di corsa un prato aperto si fermò a controllare prudentemente la zona, e infine andò a fermarsi nell'oscurità di una tettoia sotto cui c'era la porta della cucina. 
Rendere innocuo il sistema d'allarme della casa non presentò alcuna difficoltà per l'uomo in nero. Agli occhi di un americano, il sistema che proteggeva Mossiecairn House era rozzo e antiquato. Inoltre, lui aveva già visitato quella dimora insieme a un gruppetto di turisti, il giorno prima, e aveva preso nota di tutto ciò che avrebbe potuto rappresentare un problema. 
Richiuse dietro di sé la porta di cucina e attraversò il locale, facendosi luce con una torcia elettrica che proiettava un raggio sottile come una matita. Non sprecò uno sguardo per gli eleganti candelabri, i secchielli da ghiaccio e le tazze da punch riccamente decorate, né aprì i cassetti dove riposava l'argenteria, mentre passava oltre la dispensa per entrare nel salone da pranzo. Nello stesso modo ignorò un bellissimo servizio da the in mostra sul lungo tavolo, e raggiunse a passi svelti una porta all'estremità opposta. Qui, il rapido uso di un grimaldello gli consentì di passare nell'adiacente biblioteca, evitando l'atrio e gli occhi elettronici che sorvegliavano le porte dall'interno. 
Anche qui non prestò molta attenzione agli oggetti preziosi esposti nelle bacheche, mentre muoveva attorno il raggio della torcia, evitando di proiettarlo sulle finestre. I ritratti appesi alle pareti erano di splendida fattura, e raffiguravano personaggi che andavano dal costruttore della ricca dimora, risalente all'epoca di Giacomo I, al suo attuale proprietario. Quello sopra l'elaborato caminetto marmoreo lo aveva già ammirato durante la visita guidata: un gentiluomo vestito in velluto e seta color del vino di Porto, con un ampio colletto di pizzo e una lunga parrucca di riccioli neri sotto il berretto piumato. 
Armi e armature antiche facevano bella mostra di sé lungo le pareti, e nelle cornici erano contenute pergamene ingiallite. Su un pesante tavolo al centro della stanza, cinto da un cordone per tener lontani i curiosi, erano disposti libri e manoscritti rari. 
L'intruso oltrepassò tutti quegli oggetti senza degnarli di un secondo sguardo, e si diresse verso le bacheche ai lati del caminetto. Gli articoli sotto vetro erano per la maggior parte medaglie e decorazioni meritate in battaglia dai precedenti proprietari della dimora, oggetti domestici usati dalle signore, come ventagli e borsette, e miniature dipinte o d'avorio cesellato. Non mancavano gli oggetti personali associati a personaggi famosi del passato, come Bonnie Dundee, la Regina Maria di Scozia, o Bonnie Prince Charlie. Notando una ciocca di capelli chiusa da un nastrino di seta, dentro un cofanetto d'oro appartenuto a una dama, l'uomo in nero si chiese come avesse trovato il tempo, il Pretendente Stuart, di lasciare lì dei capelli durante il suo frettoloso passaggio in quella zona prima d'imbarcarsi per il suo triste esilio in terra di Francia. Questo gli fece pensare a tutti i frammenti della Vera Croce che aveva visto nel corso degli anni e che - se messi insieme - sarebbero bastati per crocifiggere contemporaneamente una dozzina di Re dei Giudei. 
Ma anche gli scozzesi avevano il diritto di avere le loro reliquie, si disse. A lui importava ben poco. E la reliquia per cui si trovava lì, quella notte, gli avrebbe procurato una bella somma di denaro. 
Sorrise, mentre si avvicinava alla bacheca e puntava la torcia sul vetro, ignorando il cavaliere che lo guardava dal dipinto sopra il caminetto. La micidiale lama d'acciaio e il suo fodero erano disposti separatamente su un letto di velluto blu, elegante tributo all'arte dei fabbricanti d'armi italiani del tardo sedicesimo secolo. L'oro dell'elsa e della guardia era finemente cesellato, e altre incisioni in oro scintillavano per tutta la lunghezza della lama azzurrina. 
Il fodero era un oggetto più modesto, di cuoio marocchino, ma alcune gemme semipreziose lo abbellivano, disposte con discrezione sulla cima e all'estremità. Fra la lama e il fodero, un cartellino appena ingiallito dal tempo recava un'iscrizione di tre righe in elegante corsivo: 


La Spada degli Hepburn
un tempo posseduta da Sir Francis Hepburn 
il "Conte Stregone" di Bothwell, a.d. 1624 


L'uomo in nero si permise un breve grugnito di soddisfazione. Stringendo la torcia fra i denti, estrasse un sottile grimaldello da una tasca interna e lavorò rapidamente sulla serratura della bacheca. Quando essa cedette, sollevò il coperchio e lo fermò con gli appositi ganci. L'elsa della spada si adattò alla sua mano guantata come se fosse stata fatta per lui, e negli occhi ebbe un lampo d'ammirazione quando sollevò l'arma dalla bacheca e ne provò il bilanciamento, guardando attraverso la lunghezza della lama alla luce della torcia. Perché, oh, perché non era nato Cavaliere? 
Dopo aver assaporato per qualche momento la sensazione eccitante che provava maneggiando la spada, l'uomo in nero la sollevò in un ironico saluto verso il ritratto sopra il caminetto marmoreo, quindi prese dalla bacheca anche il fodero e vi infilò la lama con brusca efficienza. 
La spada del Conte Stregone, nientemeno! Maneggiarla gli dava soddisfazione, ma lui non era nato Cavaliere, e se avesse perso tempo lì avrebbe potuto pentirsi d'essere nato comunque. Il suo datore di lavoro godeva fama d'essere un uomo molto puntuale, anche se dai gusti eccentrici. 
Di nuovo freddo ed efficiente, l'uomo in nero tirò fuori da una tasca interna un contenitore di nylon lungo e stretto, che quando fu svolto si rivelò della misura adatta. Infilò la spada e il fodero dentro di esso, ne chiuse con cura l'estremità e si mise il tutto a tracolla con una cinghia. 
Poi, prima di richiudere la bacheca, estrasse di tasca un cartellino simile a quello che era già lì. Questo diceva: Articolo rimosso per operazioni di restauro. 
Fatto ciò, non gli rimase altro che tornare sui suoi passi. Mentre usciva non rivelò più interesse di prima per gli oggetti in mostra nella ricca dimora. Quando fu fuori dalla porta di cucina indugiò brevemente per rimettere in funzione il sistema d'allarme, quindi s'allontanò su per la collina, silenzioso come un sospiro, inoltrandosi nei boschi fino a una stradicciola sterrata. 
Il suo mezzo di trasporto lo aspettava lì. Non il cavallo da guerra che un antico Cavaliere avrebbe usato, bensì una potente motocicletta giapponese della quale s'era servito in precedenti lavoretti di fino da quando era stato assegnato oltremare. La sua immaginazione trasformò il casco da motociclista in un elmo da torneo mentre spingeva il veicolo a piedi fra i cespugli, fino alla discesa dove con un'ultima spinta poté balzare in sella. Lavorò con il freno per non accelerare troppo, nel buio della boscaglia, e soltanto ai piedi della collina, ormai ben lontano da Mossiecairn House, accese il motore. Pochi momenti dopo ruggiva via su una strada a due corsie, nella fredda notte scozzese. 
Verso le cinque di mattina, dopo un'esilarante corsa lungo la M8 Motorway, l'uomo in nero rallentò nella periferia addormentata di Glasgow. Seguendo istruzioni precise attraversò il centro e uscì dalla parte opposta, fra un dedalo di vecchi magazzini lungo i moli ancora deserti, a Clydebank. Il rombo del motore al minimo echeggiò fra muri di mattoni scrostati quando si fermò fuori dal cancello di un piccolo cantiere navale abbandonato, e una volta che lo ebbe spento restò solo il silenzio. 
L'uomo in nero si tolse il casco. Trascorsero cinque minuti. Guardò l'orologio, scese dalla sella della moto e cominciò a camminare avanti e indietro, tenendosi nell'ombra. Il suo respiro condensato si mescolava all'aria fredda, odorosa di salmastro, e quell'umidità gli strappò una smorfia. 
Infine, mentre tornava sui suoi passi per la quarta volta, il suo udito captò il rumore di un'auto in avvicinamento. Tornò accanto alla motocicletta. Pochi momenti dopo una Mercedes scura uscì da una traversa e venne a fermarsi lentamente sul lato opposto della strada. 
Mentre i fari venivano spenti, i due finestrini opacizzati sul lato destro si abbassarono all'unisono. Nella penombra biancheggiarono le facce del conducente in uniforme e del passeggero seduto sul sedile posteriore. 
Sollevato, l'uomo in nero depose il casco sul sedile della moto e si avvicinò alla macchina. Chinandosi a mezzo rivolse un sorrisetto al passeggero seduto sul retro e lo salutò: - Buongiorno, Mr. Raeburn. 
L'altro gli rispose con un freddo cenno del capo. 
- Buongiorno, sergente. Credo che lei abbia qualcosa per me. 
L'uomo in nero scoprì i robusti denti in un sogghigno che riempì di rughe la sua faccia abbronzata dal sole del Texas. - Natale viene più presto tutti gli anni - rispose. - Quest'anno lei può chiamarmi Babbo Natale. 
Con un movimento un po' esagerato prese l'oggetto che aveva a tracolla e lo mostrò. Il passeggero della Mercedes inarcò un sopracciglio. 
- Ha incontrato delle difficoltà? 
L'uomo in nero ebbe un sorriso sarcastico. - Sta scherzando? Avrei avuto più difficoltà a rubare il lecca-lecca a un bambino. Quello che voialtri, da questa parte dell'Atlantico, non sapete sulle misure di sicurezza deve costare un occhio alle vostre società d'assicurazione. 
Mentre l'uomo in nero cominciava a slacciare l'estremità del contenitore di nylon, il passeggero della Mercedes lo guardava con occhi attenti. 
- Voglio sperare - disse, - che lei non abbia cercato di esplorare la situazione oltre i termini del nostro contratto. 
Il suo tono era stato cortese, ma in quella semplice domanda c'era un'allusione tagliente come l'acciaio. L'altro lo guardò stupito e scosse il capo, con aria leggermente offesa. 
- Ehi, perché avrei dovuto cercare altre offerte? Io ho una reputazione da difendere! 
L'uomo seduto nell'auto sorrise, freddamente soddisfatto. - Lei mi rassicura. I professionisti affidabili non sono molti, al giorno d'oggi. 
L'uomo in nero non si preoccupò di commentare quella frase. Mentre apriva il contenitore e ne tirava fuori la spada, la luce si accese nell'interno della vettura. Ci fu uno scintillio d'incisioni in oro quando lui passò l'arma entro il finestrino, a punta in avanti. 
- È un bel giocattolo, può starne certo - disse. - Ma suppongo che lei sappia che avrebbe potuto comprare una dozzina di spade, con metà della somma che mi ha offerto per rubare questa. 
Il suo datore di lavoro sollevò la Spada degli Hepburn fra le mani guantate, estrasse la lama dal fodero per una ventina di centimetri, quindi la infilò di nuovo dentro e si appoggiò con cura l'arma sulle ginocchia. 
- Il valore di un oggetto non si misura sempre in termini di denaro - mormorò. 
L'uomo in nero scrollò le spalle. - Come preferisce, Mr. Raeburn. Lei è un collezionista, e adesso ha quello che voleva. Io, invece, sono un... agente procuratore - disse, assaporando il suono di quel titolo. - E noi agenti lavoriamo per denaro. 
- Naturalmente - disse il suo datore di lavoro con voce fredda. - Lei ha portato a termine la sua parte dell'accordo. Ora io porterò a termine la mia. 
L'uomo fece un cenno col capo al conducente, che lo guardava nello specchietto posteriore. Questi s'infilò una mano nella giacca e ne estrasse un portafoglio di pelle, protendendolo fuori dal finestrino senza una parola. L'uomo in nero lo aprì, mettendo allo scoperto un congruo numero di banconote americane di grosso taglio, e sollevò le sopracciglia con espressione sorpresa e compiaciuta. 
- Come vede, ho aggiunto una piccola gratifica - disse il committente sul sedile posteriore. 
- Sì, signore - disse l'uomo in nero, sorridendo ampiamente. - È un piacere fare affari con lei, Mr. Raeburn. 
- Penso di poter dire senz'altro lo stesso. 
L'uomo sul sedile posteriore si tolse il guanto destro. Un anello a sigillo, con il castone formato da un rubino rosso sangue, scintillò al dito medio della sua mano quando la protese dal finestrino. 
L'uomo in nero accettò la stretta di mano con un sorriso, ma le sue dita non furono lasciate. Con un violento strattone verso il basso l'altro lo costrinse a chinarsi, e il ladro si trovò a guardare il silenziatore di una grossa pistola di marca tedesca. 
Negli occhi dell'uomo in nero ci fu una luce di stupore, intanto che l'altro premeva il grilletto. Non poté udire il primo sparo, e meno ancora il secondo e il terzo. 
Allorché la sua mano fu lasciata, il corpo si afflosciò sull'asfalto in posa scomposta. Rimase lì, senza più muoversi. Il suo uccisore infilò la pistola sotto il sedile, e accennò al conducente che potevano andare. 
Il rombo del motore della Mercedes era molto più rumoroso degli spari, ma non destò la curiosità di nessuno quando l'auto svoltò in una traversa e accelerò, allontanandosi dai moli di Glasgow. 







CAPITOLO PRIMO


Fu soltanto il lunedì successivo, mentre aspettava la colazione, che Sir Adam Sinclair lesse dell'avvenimento di Glasgow. Indossava ancora l'abito da equitazione, essendo appena rientrato da una breve cavalcata mattutina nei terreni della sua residenza estiva, non lontano da Edimburgo. I raggi del sole ancora basso filtravano attraverso le tende del salotto chiamato "stanza delle api" per via della tappezzeria floreale giallo-oro gremita di api, così si tolse la giacca e la appoggiò sulla spalliera di una poltrona; poi andò a sedersi al tavolino davanti all'ampia finestra ricurva. 
Un vaso di crisantemi tagliati di fresco era poggiato su una base di fine porcellana cinese, al centro del tavolino, sulla tovaglietta di lino scozzese. Accanto alla sua agenda degli appuntamenti rilegata in pelle era stata deposta l'edizione mattutina dello Scotsman, e Adam la aprì con un secco gesto del polso per dare una rapida scorsa ai titoli, allentandosi distrattamente il nodo della cravatta con l'altra mano. 
Nel corso del fine settimana non era successo nulla di eccezionale. Il Parlamento Europeo stava pensando di ratificare un nuovo insieme di leggi per il controllo dell'inquinamento dell'aria; una ditta elettronica giapponese aveva annunciato l'intenzione di aprire una nuova fabbrica a Dundee; i membri del Partito Nazionale Scozzese avevano organizzato un'altra protesta contro la tassa comunale sugli immobili. Poi lo sguardo gli cadde per caso su un titolo nell'angolo inferiore sinistro della terza pagina: Rispedito negli USA il corpo dello spacciatore di droga. 
Inarcando un sopracciglio, Adam piegò in due il giornale e lesse l'articolo. Come medico, e talvolta consulente della polizia, cercava di tenersi aggiornato coi progressi - o coi fallimenti - della continua guerra contro la droga; ma quello sembrava il seguito di una storia già pubblicata giorni addietro e che lui s'era perso. Secondo l'articolo, il cadavere di un militare americano era stato trovato in una zona abbandonata dei moli di Glasgow. A giudicare dal denaro trovato accanto al corpo e dallo stile dell'esecuzione, la polizia ipotizzava un regolamento di conti o una trattativa fra spacciatori andata a finir male. 
Dal poco che si leggeva nell'articolo, Adam suppose che quella teoria era probabilmente giusta, dato che il traffico di droga era una delle attività criminali più remunerative nelle maggiori città scozzesi. 
Tuttavia, senza nessuna giustificazione razionale che lui potesse vedere, gli attraversò la mente il pensiero che quel caso poteva avere dei retroscena più profondi di quanto la polizia di Glasgow sembrava supporre. 
A strapparlo da quelle pigre speculazioni fu l'arrivo di Humphrey, suo maggiordomo e cameriere da una ventina d'anni, con un vassoio d'argento su cui c'era la colazione. 
- Buongiorno, signore. Spero che il signore abbia fatto una piacevole cavalcata. 
- Sì, Humphrey, proprio così. Sono arrivato fino alle rovine del castello. Mi ha stupito vedere che ci sono degli alberelli che crescono sul tetto del primo piano. E l'edera ha ricoperto i muri oltre ogni immaginazione. 
Humphrey ridacchiò brevemente, intanto che mesceva al padrone una tazza di the. 
- Ho sentito dire che la Regina Madre combatte una vera e propria guerra contro l'edera, signore - mormorò. - Odia a morte quella roba. Dicono che a volte perfino i suoi ospiti, nei weekend, vengono reclutati per aiutare a tirarla giù. Forse dovremmo considerare la stessa tattica, qui a Strathmourne. 
- Mmh, già - annuì Adam, deponendo il giornale. - Be', non m'ero accorto che qui da noi avesse progredito tanto, quest'estate. Ho lasciato un messaggio a MacDonald, perché mandi qui alcuni uomini, oggi stesso se possibile, e comincino a toglierla di mezzo. Se lui telefona mentre non ci sono, tu confermagli la cosa. Non possiamo lasciar degradare l'edificio, proprio ora che ho deciso di farlo ristrutturare, la primavera prossima. 
- No, signore, infatti - fu d'accordo Humphrey. - Ci penserò io. 
Mentre il maggiordomo tornava in cucina, Adam mangiò un toast e riaprì il giornale alle pagine due e tre. Diede una scorsa ai titoli della pagina sinistra, senza prestare troppa attenzione a nessuno finché il suo sguardo fu di nuovo attratto da un articolo, nell'ultima colonna in basso a destra: Antica spada scomparsa. 
Inarcando le scure sopracciglia Adam avvicinò il foglio per leggere meglio. Come conoscitore, e a volte anche collezionista di armi antiche lui stesso, una notizia del genere non poteva mancare di risvegliare il suo interesse. Lesse l'articolo rapidamente una prima volta, poi piegò in due il giornale e, sorseggiando il the, lo lesse di nuovo daccapo, cercando d'immaginare ciò che il giornalista non aveva scritto. 

La Polizia Confinaria sta investigando sulla scomparsa di un'arma di notevole valore storico dal piccolo museo di Mossiecairn House, nella campagna di Edimburgo. Il prezioso oggetto, noto come "Spada degli Hepburn", opera di un armaiolo italiano del sedicesimo secolo, era appartenuto a Sir Francis Hepburn, il quinto Conte di Bothwell, morto nel 1624. La spada è stata presumibilmente rubata, ma la data effettiva del furto è incerta. La sua scomparsa non è stata notata per diversi giorni, a causa di un equivoco in cui è caduto il personale della dimora-museo, il quale era convinto che l'arma fosse stata rimossa dalla sua bacheca per essere sottoposta a restauro. Il valore della spada si aggira intorno alle 2000 sterline. È stata offerta una ricompensa per informazioni che conducano al suo ritrovamento... 

Adam si appoggiò allo schienale della sedia, mordicchiandosi un labbro, le sopracciglia profondamente corrugate. Benché continuasse a dirsi che il suo interesse nella cosa era dovuto alla sua passione per gli oggetti di quel genere, un sesto senso gli stava sussurrando che dietro quella storia c'era quasi sicuramente più di quanto poteva sembrare. Estrasse la penna dalla costola dell'agenda degli appuntamenti e tracciò un circolo intorno all'articolo. Poi si voltò e inclinò la sedia per raggiungere il telefono, su un tavolino alle sue spalle. 
Il numero della Polizia Confinaria di Edimburgo gli era già noto. Lo compose rapidamente, disse il suo nome alla centralinista e chiese di parlare col Capo Detective Ispettore Noel McLeod. Ci fu una breve attesa mentre la centralinista trasferiva la chiamata all'Ufficio Stampa, quindi una familiare voce di basso gli rombò nell'orecchio. 
- Sei proprio tu, Adam? Buongiorno. Cosa posso fare per te? 
- Buongiorno, Noel. Stavo leggendo il giornale, poco fa, quando mi è caduto lo sguardo su una cosa interessante. Se hai un momento di tempo, mi piacerebbe parlare con te di questo articolo, a pagina due dello Scotsman. 
- A pagina due, eh? - La voce all'altro capo della linea non sembrava affatto sorpresa. - Sì, ci ho dato un'occhiata, arrivando in ufficio. Suppongo che si tratti del pezzo sulla Spada degli Hepburn. 
- Tu sembri abbastanza sicuro che non sia la cronaca dell'ultimo avvistamento del Mostro di Loch Ness - disse Adam, sorridendo. - Quella occupa più di metà della pagina. 
- Gli avvistamenti di mostri vanno a un soldo la dozzina - disse McLeod, - e tu non chiameresti me, in questo caso, ma il corpo di polizia di Inverness. D'altra parte, il furto di una spada appartenuta a Sir Francis Hepburn può ben interessare a te... data la reputazione di cui godeva il Conte. 
- Quella d'essere uno stregone? - rispose Adam, dando accuratamente un tono scettico e ironico alle parole, nel caso che qualcuno stesse ascoltando. - Be', non vedo ragione di contraddire ciò che dice la tradizione, pur prendendola con un grano di sale. 
All'altro capo della linea ci fu appena una breve esitazione, prima che McLeod rispondesse: - Già, capisco. 
- Poiché sono io stesso un appassionato collezionista d'armi - continuò Adam, - il fatto che sul giornale ci fossero così pochi particolari mi ha deluso. È una bellissima spada. Tu non potresti fornirmi qualche informazione supplementare? 
McLeod fece un verso a metà fra un colpo di tosse e un grugnito, tornando su un terreno più neutrale. 
- Vorrei esserne in grado - disse. - Abbiamo due agenti che si occupano del caso, ma per ora non hanno trovato nulla di particolare. Una cosa è certa: non si tratta di un furto convenzionale. Non è stato trafugato nient'altro... neppure un cucchiaio d'argento. 
- Il che significa - disse Adam, - che il ladro cercava la spada, e soltanto quella. Può essere l'opera di un dilettante? 
- Senza dubbio no - rispose con decisione McLeod. - Anzi, il contrario. Il nostro abile ladro ha smontato il sistema d'allarme sul retro della casa, e ha evitato i sensori dell'atrio passando dal salone da pranzo e da una porta interna, aprendo le serrature con l'uso di ottimi grimaldelli. Non ci sono segni di scasso. È chiaro che aveva visitato la casa almeno una volta, così stiamo seguendo questa traccia, nel caso che i suoi modi abbiano insospettito qualcuno del personale. 
L'uomo borbottò fra sé qualcosa in tono rassegnato. 
- Purtroppo - continuò, - dubito che questo porterà a un risultato. Non sappiamo neppure in che giorno sia avvenuto il furto, perché il nostro amico ha lasciato un bigliettino nella bacheca: Articolo rimosso per operazioni di restauro. Oh, è stato astuto, questo signore. Non abbiamo trovato neppure impronte digitali. 
- In altre parole - disse Adam, - non avete nessuna traccia. 
- Nessuna che valga un penny - grugnì McLeod. - Non ci resta che tenere gli occhi aperti e aspettare che succeda qualcos'altro. C'è il caso che la spada venga ritrovata in qualche deposito o stanza di sgombero della casa, ma ne dubito. Questo caso puzza lontano un miglio di ordinazione da parte di un collezionista senza scrupoli, uno coi soldi necessari per assoldare un professionista. 
- Mmh, come collezionista, tendo a essere d'accordo con questa ipotesi - disse Adam. - Ma non farti venire strani sospetti - s'affrettò ad aggiungere. - Non sono stato io a rubare quella spada! 
La risata dell'ispettore McLeod non lasciò dubbio sul fatto che lui non aveva mai considerato quell'idea. 
- Ci sarebbe d'aiuto capire che genere di persona può interessarsi tanto alla Spada degli Hepburn - disse McLeod. - Poiché tu sei uno psichiatra, oltreché un collezionista, forse non ti dispiacerebbe darmi la tua opinione. 
Era un modo ufficioso d'invitare Adam a collaborare con un parere professionale... e a mettere in parole chiare un'idea che molto probabilmente era già venuta all'astuto McLeod, anche se lui non si sarebbe mai sbilanciato ad ammetterlo ufficialmente. 
- Be' - disse Adam, scegliendo con cura le parole, - io penso che si possa scartare l'obiettivo del semplice guadagno. Una spada da duemila sterline non vale la spesa di un professionista capace di aggirare i sistemi d'allarme. Il fatto che non manchi nient'altro può convalidare questa teoria. Questo significa che il ladro è andato là in cerca di quella spada fin dall'inizio. 
- Già - disse McLeod. 
- Così dobbiamo chiederci: che genere di persona può desiderare quella spada particolare? - continuò Adam. - Non è un'arma speciale, né unica nel suo genere. Io stesso ho diverse spade non troppo dissimili, nella mia collezione, alcune delle quali appartenute a personaggi storici più importanti del Conte di Bothwell. 
"Di conseguenza dev'esserci qualcos'altro, nel passato di quella spada. Noi cosa sappiamo? Apparteneva al Conte Stregone di Bothwell. Non voglio che tu mi fraintenda, Noel, ma non è inverosimile che il ladro... o meglio, la persona per la quale egli ha agito, sia qualcuno convinto che la spada sia impregnata in qualche misura dei poteri attribuiti al suo antico proprietario. 
- Questa è una teoria interessante - disse McLeod. Il suo tono piatto confermò ad Adam che l'ispettore era ben conscio della leggendaria fama di negromante del Conte Stregone. 
- Limitandoci a moventi meno esoterici, comunque - continuò McLeod, - penso che chiederò ai miei uomini di tenere d'occhio le sale d'asta e i mercatini all'aperto dove si vendono anche pezzi d'antiquariato. 
- Questo è proprio ciò che io farei, al tuo posto. 
McLeod sbuffò. - Immaginavo che avresti detto così! Nel frattempo, se qualche povero cristo finisse impalato sulla spada di Sir Francis Hepburn durante qualche rito satanico, cercherò di avvertirti prima che la notizia finisca sui giornali. 
- Grazie - disse pacatamente Adam. - Lo apprezzerò molto. - Riportò lo sguardo sul giornale, pensosamente. - Ah, ci sarebbe un'altra piccola faccenda di cui vorrei chiederti, già che siamo al telefono. Suppongo che tu abbia formulato qualche teoria personale su quel militare americano trovato morto a Glasgow. 
- No. Ma sono felice che non si sia fatto ammazzare nella mia giurisdizione - disse baldanzosamente McLeod. - La polizia di Glasgow è stata messa sotto pressione da quelli del Ministero dell'Interno, che a loro volta hanno ricevuto pressioni dall'ambasciata americana... - S'interruppe, bruscamente. - Pensi che potrebbe esserci un collegamento fra i due casi? 
- Non lo so - disse Adam. - Me lo stavo solo domandando. 
- Questo è rassicurante - borbottò McLeod. - Ogni volta che tu cominci a domandarti qualcosa, è solo questione di tempo prima che io mi trovi assillato da torme di giornalisti che vogliono spiegazioni. 
Adam lo compatì con una risatina. - Mi dispiace che ogni tanto accada questo, Noel. Se questo caso rivelerà complicazioni insolite, tu potrai contare sul mio aiuto. 
- Oh, sicuro - brontolò l'ispettore. - Ma come ha già detto qualcun altro, prima di arruolarmi nella polizia sapevo che questo mestiere ha i suoi inconvenienti. In ogni modo, ora l'altro telefono sulla mia scrivania sta suonando. Se ti viene in mente una teoria interessante chiamami, d'accordo? 
- Lo farò senz'altro. 
Detto questo, Adam riappese il ricevitore e continuò a fare colazione, pensando alla Spada degli Hepburn. Aveva appena finito la seconda tazza di the, e stava riesaminando gli appuntamenti di quel giorno, quando Humphrey fece ritorno con la posta su un vassoio d'argento. 
Adam prese la pila di buste mormorando un ringraziamento e le aprì, scorrendo in fretta il contenuto. Poi le mise da parte e consegnò al maggiordomo la copia dello Scotsman. 
- Ho contrassegnato un articolo a pagina due. Ti sarò grato se lo archivierai per me. Potrei avere bisogno di consultarlo ancora. 
- Capisco, signore. - Humphrey piegò il giornale e se lo mise sotto un braccio, prima di spostare lo sguardo sul tavolino. - Qui ha finito, signore? 
Adam annuì. Si alzò e diede un'occhiata al suo orologio. - Sì, ho finito. Santo cielo, come vola il tempo! Devo passare da Kintoul House, prima di andare a Edimburgo. 
Mentre sbarazzava il tavolino, Humphrey s'interruppe. - Non è accaduto nulla di spiacevole a Lady Laura, signore, voglio sperare? 
Adam sogghignò. - Questo ancora non lo so, Humphrey. E non lo saprò finché non la vedo. Ah, un'altra cosa, tu ricordi che questa sera sarò a cena col vescovo di Saint Andrew? 
- Naturalmente, signore. Le ho preparato il completo grigio scuro, e nella sua ventiquattr'ore c'è una camicia fresca di bucato. 
- Perfetto! - esclamò Adam con un sorriso, e dirigendosi alle scale si aggiustò la cravatta. - Se qualcuno mi cerca, allora, tu sai dove sarò. Oh, e se l'ispettore McLeod dovesse telefonare qui dopo che avrò lasciato l'ospedale, digli dove sono a cena e che potrà chiamarmi direttamente là. 
- Molto bene, signore - disse Humphrey. - Penserò io a ogni cosa.