Editrice Nord

Capitolo d'esempio

Autore: Mary Corran
Titolo: Le luci di Avardale

Prologo
Il richiamo


Regno dell'imperatore Amestatis V, Anno 50

Era stato Kerron a disturbare il serpente.
Il sentiero era disseminato di frammenti di pietre e il suo piede, scivolando, ne aveva fatti rotolare alcuni giù per il pendio, fino a colpire quello che, secondo i viaggiatori, era un rotondo masso grigio. Tranne che il rumore dell'impatto non fu per niente simile a quello di pietra contro pietra.
Kerron li precedeva perché doveva essere sempre il primo, vuoi per insicurezza, vuoi per presunzione o per qualsiasi altro impulso stuzzicasse il suo orgoglio.
Ninian, che camminava dietro di lui e di sua cugina Ran, ma precedeva Affer e Quest, in un primo momento vide soltanto Kerron che trasaliva e indietreggiava di un passo, non la causa. Allungò il collo per sbirciare, comprendendo solo in un secondo momento tutto l'orrore della situazione di Kerron quando il rotondo masso grigio all'ombra del ripido pendio si animò e si mosse. Un'enorme testa ovale scattò verso l'alto con velocità fulminea da una sagoma curvilinea che non era pietra bensì spire strettamente avvolte, animate, argentee una volta uscite dall'ombra. Con terrificante rapidità, la testa scattò in alto e indietro, ergendosi da un tronco più grosso della coscia di un uomo, solo per arrestarsi e ondeggiare sinuosamente a un livello appena al di sopra della testa di Kerron. Da quella posizione, un paio di ovali occhi rossi fissavano in basso, senza battere ciglio, dalle profondità di un grande cappuccio argenteo, da dove una sottile lingua di serpente saettava perversa dentro e fuori dalle mascelle aperte.
- Non muoverti - arrivò un secco ordine.
Era la voce di Ran, e l'ordine era del tutto superfluo. L'unica creatura che osasse muoversi sul fianco della collina era il serpente, che ondeggiava dolcemente avanti e indietro con un aggraziato movimento circolare. Ninian, impietrita sul posto dall'orrore, con uno sforzo immane strappò gli occhi dal serpente, troppo spaventata per sopportare di osservare la scena.
All'orizzonte orientale, un'ampia striscia di nuvole dorate apparve con l'alba, per sbiadire fino a un giallo pallido, e per ultimo a un grigio-bianco mentre Ninian osava alzare lentamente la testa verso il cielo. Più in basso, lungo il pendio, oltre la pericolosa posizione di Kerron, la foschia si aggrappava tuttora al fianco della collina e alla valle sottostante con apparente malevolenza, un mare impenetrabile di densa nebbia grigia dalla quale, a intervalli sporadici, piccole isole affioravano in superficie per spezzarne la monotonia.
A nord, e più oltre a est, si ergevano catene montuose, con le vette ancora coperte di neve perfino nel cuore dell'estate. A ovest si trovava il terreno a macchia che conduceva, a tempo debito, all'Uquair, il grande deserto del sud. Le distanze erano troppo grandi perché Ninian potesse contemplarle con un certo realismo.
Al di là delle montagne si trovavano le Pianure, il granaio di tutte le popolazioni dell'impero, e oltre a esse la grande città di Ammon dei Nove Livelli. Più a sud c'era la città di Enapolis, capitale dell'impero, dimora dell'imperatore, il quale era l'elemento unificante dei suoi vari popoli, e di lord Quorden, sommo sacerdote dell'Ordine della Luce, autorità amministrativa ed esecutiva dell'impero. Si diceva che la città fosse più grande dello stesso lago di Avardale. Ninian non aveva mai visto nessuno di quei luoghi, e li conosceva soltanto per nome e fama. Per lei, come per i suoi quattro compagni di viaggio, l'impero era meno reale delle Paludi dove vivevano gli akhal, la popolazione lacustre; una delle nove popolazioni che costituivano l'impero.
- Voialtri tenetevi indietro. Se vi avvicinate, il serpente potrebbe colpire Kerron. - Parlando, Ran si stava abbassando a terra con un movimento lento e fluido.
La fronte di Ninian era imperlata di sudore mentre osservava la cugina, di un anno più giovane ma tanto più padrona di se stessa. Ran era aggraziata e si dominava; non faceva movimenti maldestri o improvvisi che avrebbero potuto spaventare il serpente, il quale incombeva minaccioso su Kerron.
Lui era più alto degli altri, un Thelian del popolo delle città, non akhal, ma vestito come loro in una larga casacca e calzoni bianchi, in omaggio al loro pellegrinaggio; a differenza dei suoi compagni biondi, aveva capelli neri e occhi verdi. La sua pelle era di solito di un rosa pallido, ma ora sulla sua faccia predominava il bianco, e la sua espressione era rigida mentre si sforzava di rimanere perfettamente immobile, mostrando un coraggio di cui Ninian non lo avrebbe ritenuto capace.
Lei sapeva che non sarebbe mai riuscita a restare tanto immobile, non con quella testa argentea che ondeggiava così vicina alla sua. Avrebbe potuto colpire Kerron con facilità, se avesse voluto, ma non lo faceva, quasi come se lo sfidasse a muoversi.
- Ran…
La voce acuta e fanciullesca di Affer giunse da dietro in una protesta strangolata, ma sua sorella non fece caso a quella rimostranza carica di angoscia. Le sue dita lunghe e grosse erano impegnate a cercare e a raccogliere due pietre piatte e pesanti, senza mai staccare gli occhi scaltri dall'ondeggiante rettile. La porzione di collina dove si trovavano era riparata, coperta nei caldi mesi estivi da uno strato di erbe secche di colore bruno dorato. Ninian si chiedeva sconsolata cos'altro nascondessero, e quanti dei massi grigi sparsi per il pendio non fossero quello che sembravano.
Eppure quel luogo le era parso di una tranquillità meravigliosa quando si erano messi in cammino quella mattina, prima dell'alba. Non soffiava un alito di brezza, e solo il verso malinconico di alcuni uccelli disturbava il silenzio. Non aveva avvertito nessuna premonizione di minaccia, di quel pericolo che li attendeva, malgrado fosse così orgogliosa del suo istinto per i guai, che di rado la tradiva.
- Kerron! Che gli dèi lo aiutino!
Il bisbiglio di Quest arrivò mentre Ran alla fine si raddrizzava. Ninian non poteva fare altro che osservare la scena, con il terrore che Ran non avrebbe ottenuto altro che mettersi nello stesso pericolo di Kerron, e una rabbia irrazionale la mortificò. Sapeva che non sarebbe mai stata capace dello stesso sconsiderato coraggio di Ran, e sapeva al tempo stesso con ingenerosa certezza di preferire che fosse Ran a salvarsi piuttosto che Kerron; Kerron, il cuculo così maldestramente depositato nel nido di Arcady.
Perché il serpente non aveva colpito? Cosa aspettava, ondeggiando con quel movimento che faceva girare la testa, sbarrando la strada? Ninian trattenne il fiato mentre Ran ritraeva lentamente il braccio.
- Kerron, scappa! Ora!
Parlando, Ran lanciò la prima pietra, scagliandola con perfetta precisione contro il suo bersaglio. Mentre Kerron arretrava in tutta fretta, Ran balzò in avanti, stringendo nella mano la seconda pietra e, mentre la prima colpiva la testa del serpente proprio in mezzo agli occhi, la seconda era già partita e Ran si chinava per raccoglierne altre, sparita ormai ogni cautela. Il rettile si ritrasse e si rizzò, con le mascelle spalancate, pronto a colpire, sfoderando i due denti velenosi, ma la seconda pietra lo colpì nello stesso punto della prima, e subito dopo Ran ne lanciò una terza, che andò a sua volta a segno.
Affer urlò. Kerron giaceva lungo disteso sull'erba, del tutto impotente mentre gli occhi di un rosso brillante del serpente saettavano da lui a Ran. Ninian tratteneva il fiato.
Poi, con sbalorditiva rapidità, il serpente argenteo abbassò il cappuccio e, con un movimento tortuoso, parve lasciarsi cadere per appiattirsi sul terreno, allungandosi e battendo in ritirata strisciando in tutta la sua lunghezza. 
Ci fu un fruscio di avvertimento mentre serpeggiava sull'erba secca, con le spire che si spostavano da un lato all'altro per imprimere velocità alla sua fuga. Ran scagliò altre due pietre, ma il rettile era ormai fuori dalla sua portata. Il sole nascente illuminò il corpo argenteo in movimento, un ruscello scintillante che fluttuava attraverso il fianco della collina, non più minaccioso ma di una strana bellezza mentre si allontanava.
Ran si precipitò dove Kerron era disteso sull'erba e gli tese una mano per aiutarlo ad alzarsi. - Stai bene?
Gli occhi verdi brillavano nell'ovale bianco del volto mentre Kerron lottava in modo visibile con se stesso, finché fu in grado di tendere una mano che non tremava.
- Grazie - disse, laconico. Ran sorrise, per niente offesa da quella mancanza di gratitudine. Erano stati cresciuti come fratello e sorella nella stessa colonia lacustre. Fin dal giorno di diciassette anni prima, quando Bellene, attuale castalda, aveva trovato la cesta con il neonato Kerron che galleggiava sul lago accanto al molo di Arcady. Ninian sapeva che a Ran non era mai importato che Kerron fosse Thelian, non akhal; l'aveva accettato come un altro cugino. Ninian non era mai riuscita a capire perché lei non fosse stata in grado fare altrettanto; quale fosse la differenza che avvertiva in Kerron, e che le ripugnava. Come erede di Arcady, era suo dovere accettarlo senza riserve. Tuttavia, guardandolo, sapeva di non poterlo fare.
- Ran? Kerron? Vi siete fatti male? Ha morso uno di voi due? - La voce di Quest era stridula per l'ansia.
Ran scosse la testa. - No, anche se non ha senso. Il serpente avrebbe potuto mordere Kerron facilmente.
- Grazie. - Kerron stava recuperando l'autocontrollo se non il colore.
Con un grido strozzato, Affer corse dalla sorella; la sfumatura verde della sua pelle era più accentuata del solito per la paura e la stanchezza. Gli occhi, dello stesso azzurro del loro lago natio di Avardale, erano offuscati da lacrime di rabbia mentre si aggrappava al polso di Ran, affondandole il viso nella larga casacca bianca.
- Zitto, Affer; è finita. Non avere paura. - Ran mise la mano sulla testa bionda del fratello e, mentre gli accarezzava i morbidi capelli, la sua espressione si addolcì. Vicini, il suo corpo robusto poneva in risalto la fragilità del fratello, le membra magre e la figura sgraziata. A diciassette anni, Ran era di due anni più grande e la più alta dei due, con spalle più larghe; i lineamenti marcati e gli occhi azzurro chiaro erano quasi identici a quelli del fratello ma, in un certo senso, lei sembrava più completa, e lui un'imitazione imperfetta.
- Sono contenta che tu sia salvo, Kerron - Ninian riuscì a dire alla fine, consapevole dell'inadeguatezza del sentimento.
- Davvero? - La sua compassione per la faccia bianca del Thelian svaporò udendo il tono di scherno della sua voce.
- Non essere così irritata, Ninian; nessuno si è fatto male - osservò Ran al di sopra della testa di Affer.
- Avresti potuto restare uccisa! - Ninian si sentiva ancora tremebonda e, fatto insolito per lei, un residuo senso di colpa e di vergogna per la propria inadeguatezza la faceva parlare in un tono più brusco di quanto intendesse.
Ran si strinse nelle spalle. - Ma non è successo.
- Sono responsabile di te, mi sei stata affidata…
Ma prima che Ninian potesse aggiungere altro, il peso e il calore del braccio di Quest sulle spalle la zittì. La sua presenza confortante, l'acuta consapevolezza della sua vicinanza, erano quasi più di quanto potesse sopportare. Da quel giorno…
Lacrime di rabbia le salirono agli occhi mentre si arrendeva al supplizio di quel contatto, convinta, con l'amarezza nel cuore, che per lui l'abbraccio che le faceva ribollire il sangue non fosse niente di più di un gesto amichevole. In quel momento scorse Kerron, il quale se ne stava in disparte, tuttora pallido, e il dolore si attenuò. Ran e Affer avevano l'un l'altro, fratello e sorella che più uniti non si poteva. Per il momento, lei aveva Quest; ma chi c'era ad amare Kerron, o a essere amato da lui? Anche nella sua infelicità, era sicura che fosse meglio coltivare il suo amore impossibile per Quest piuttosto che essere incapace di amare. Provò un moto di pietà per Kerron.
- Mi chiedo cosa stesse facendo; il serpente, cioè. - Quest stava guardando Kerron. - A meno che non si stesse difendendo. Non ho visto la sacca del veleno. Forse non era nemmeno velenoso.
Il suono familiare e profondo della sua voce fu per lei come una pugnalata, e avvertì sul collo il calore del suo respiro. Chiudendo gli occhi, Ninian impose al proprio corpo di non farle fare la figura della sciocca con qualche gesto rivelatore. Amava Quest, non per la sua bellezza - benché fosse bello, sempre che fosse appropriato usare quell'aggettivo - ma semplicemente perché lo amava da sempre, a quanto riusciva a ricordare. Si conoscevano da una vita, nati e cresciuti su colonie confinanti, lei ad Arcady, lui a Kandria. Il suo amore per lui, e quello di lui per lei, era sempre sembrato un'estensione naturale di loro stessi, e adesso che era cresciuta, anelava a esprimere fisicamente il proprio sentimento.
Ma Quest aveva tradito entrambi, rinnegando lei come anche se stesso, fin da quando aveva annunciato la sua intenzione di entrare a far parte del clero, lasciandola.
Ai sacerdoti dell'Ordine dei Signori della Luce era proibito sposarsi; tale era l'ordine degli dèi stessi, dato al primo sommo sacerdote. Benché Quest l'amasse, Ninian era consapevole che teneva di più alla propria vocazione che a lei, ed era il motivo per cui si era votato al celibato, anche se non aveva ancora preso ufficialmente i voti. Avrebbe donato la sua vita come offerta sacrificale agli dèi, dando loro anche quel tanto che c'era del suo amore per lei, ma senza il suo consenso. Il sacrificio era di Ninian, tanto quanto di lui.
- Una volta Bellene ci ha detto che nei tempi andati c'era una dea la quale a volte era descritta come un serpente argenteo - commentò Ran, sempre accarezzando i capelli di Affer. - Forse questo serpente voleva essere un avvertimento a non proseguire.
La testa di Quest scattò all'indietro; lasciò andare Ninian quasi distrattamente, e lei si fece animo per difendersi dal rancore.
- Non dire stupidaggini; non sei così ingenua da dire cose del genere - protestò Quest con freddezza. - Quanto meno, non in mia presenza, se proprio devi.
- Era soltanto una battuta! - Ran alzò gli occhi al cielo, fingendo disperazione, e Quest sorrise.
Ninian lo osservava di nascosto, confrontando la palese innocenza e la vulnerabilità dell'ovale del suo volto con l'aria cinica di quello di Kerron. La bionda aureola di capelli che si arricciavano intorno ai lineamenti scultorei di Quest, gli occhi di un sorprendente color ambra, erano più delicati, più spirituali dell'aspetto più coriaceo di Kerron. Gli occhi verdi del Thelian e la massa di folti capelli neri ne facevano una figura cupa e torva, chiusa in se stessa. A Ninian doleva il cuore, sapendo che gli occhi color ambra non erano puntati su di lei ma su una qualche visione interiore che lei non poteva condividere, neanche se l'avesse voluto.
- Bene? Restiamo qui tutto il giorno, o proseguiamo? Pensavo che il motivo per essere partiti così presto stamattina fosse di raggiungere le Terre Aride prima del caldo di mezzogiorno. Voi akhal avete una pelle così sensibile! - La voce di Kerron si prendeva gioco di loro tutti. Ninian si chiese quanto del suo sarcasmo fosse voluto, e quanto fosse soltanto una difesa. Il Thelian era di una testa più alto perfino di Ran e di Quest; a diciannove anni, entrambi erano destinati al sacerdozio. A Ninian sembrava incredibile che due caratteri così diversi avessero scelto la stessa strada… o fossero stati scelti.
- Certo che proseguiamo. - Ninian pensò che Quest sembrava irritabile, fatto insolito per lui. Gli occhi verdi di Kerron incontrarono i suoi, e lei provò una fitta di colpa, consapevole che lui aveva intuito la sua diffidenza; non erano mai stati amici. Per la seconda volta, ne provò pietà, mentre il cuore la rimproverava per la sua scortesia.
- Abbiamo ancora un sacco di tempo - intervenne Ran mentre suo fratello sollevava la testa, con occhi resi cupi dal ricordo della paura. - Sei stanco, Affer? Se lo sei, possiamo restare qui per riposarci un po', e raggiungere gli altri più tardi.
- Qui? - Lui rabbrividì, e sul suo magro volto si dipinse l'orrore per quella proposta. - Ce la faccio, Ran.
- Allora, da' una spinta a Quest - suggerì Ran con un sorriso. - Dall'espressione sognante, direi che si è addormentato in piedi.
Suo malgrado, Ninian ridacchiò. Scosse con dolcezza il braccio di Quest, arrossendo nel farlo. Lui sussultò e si scostò. - Fa' strada, Ran - disse con freddezza e, in tono acido, aggiunse: - A meno che Kerron non voglia andare per primo.
Kerron sembrava divertito. - Lo sai, Quest - disse con un mezzo sorriso, - credo che, dopotutto, tu sia quasi umano.
- È soltanto ai piedi di questa collina, o così ha detto il venditore ambulante - si affrettò a intervenire Ninian. - Proseguiamo. Più tardi farà molto caldo.
Inosservata, la foschia si era alzata dal fondo della valle. Molto più in basso, Ninian scorse per la prima volta la loro vera destinazione, le Terre Aride dove, più di sessant'anni prima, gli stessi Signori della Luce erano apparsi al primo Quorden, fondatore dell'Ordine. Gli avevano rivelato i mezzi per preservare l'impero dall'arrivo della seconda grande siccità, che avrebbe significato la seconda fine del mondo, e quel periodo di rivelazioni aveva modificato le loro esistenze per sempre. A quanto Ninian aveva capito, prima di allora l'imperatore era l'unica autorità dell'impero; ma in seguito la sovranità era passata necessariamente a lord Quorden e ai suoi successori, gli unici ai quali gli dèi scegliessero di parlare.
Ninian cercò di vedere oltre, ma non riuscì a distinguere nessun particolare tranne una solida massa rosso-arancio, un oceano di polvere colore del sangue.
- Vieni?
Ninian si riscosse; Kerron e Quest avevano già iniziato la discesa, lasciandola alla retroguardia con Ran e Affer. Adesso era una bella giornata estiva, con una leggera brezza che spirava da levante, gradita perché lei era già fastidiosamente accaldata. Gli akhal erano un popolo a sangue freddo, a differenza dei Thelian, degli uomini delle Pianure e degli uomini delle Sabbie. Ninian si chiedeva come si potesse vivere nella calura del deserto, e sentire sempre sopra la testa il sole ardente, anche in inverno.
Una cupa tristezza le toglieva energia alle gambe, e lei le fece desiderre adentemente di essere a casa, ad Arcady, con il lago che le lambiva i piedi. Dando un'occhiata di lato, colse Ran che fissava a nord, con un sorriso estasiato sul volto.
- Mi piacerebbe capire - disse con un sospiro. - Mi è incomprensibile come tu possa avere questa grande brama di andartene dalle Paludi e di affrontare colline e neve fredda. - Rabbrividì. - Per non parlare di scalare quelle montagne.
- Può darsi che questa sia la mia unica occasione - replicò Ran con veemenza. - Bellene non mi permetterà mai di lasciare di nuovo Arcady fino a quando sarà lei la castalda. Ha sempre detto che, se me ne fossi andata senza il suo consenso, forse non sarei mai più tornata, e non avrei mai più rivisto Affer. E difficilmente potrei portarlo con me. - Scoppiò in una risata priva di allegria mentre lanciava un'occhiata alla fragile figura del fratello. - Quando Quest ha accennato a questo pellegrinaggio, dev'essere rimasto sorpreso dalla fretta con cui ho accettato di parteciparvi.
- Ma questo viaggio è il tuo sogno - replicò Ninian con improvvisa amarezza. - Per me, significa soltanto la fine del mio. Da oggi saremo maggiorenni, e Quest sarà libero di entrare nel clero.
- Oh, maggiorenni, sì! Penso che la consuetudine akhal di un viaggio della maggiore età sia soltanto una concessione, perché i nostri progenitori sapevano che questa era l'unica occasione che avremmo avuto per allontanarci dai laghi e dall'eterno ciclo del lavoro.
- Quest lo definisce un pellegrinaggio.
- È scontato. - Ran si accigliò, osservando Affer che la precedeva. - Lo è per te, Ninian? Avresti scelto di venire qui se non fosse stato Quest a suggerirlo?
- No. E ti sono molto riconoscente, Ran. So che tu avresti preferito andare a nord, verso le montagne, ma sei venuta con me perché Bellene non mi avrebbe lasciato andare da sola con Kerron e Quest. - Ninian sospirò. - Anche gli dèi non possono non sapere perché sono venuta: è l'ultima volta che avrò Quest tutto per me.
- Credi che mi spetti una ricompensa per il mio altruismo? - Ma era evidente che Ran non aveva posto la domanda con l'intenzione di essere presa sul serio.
- Hai salvato la vita a Kerron. Non ti fa arrabbiare che lui non gli dia la minima importanza?
Ran si strinse nelle spalle. - A te non piace, Ninian, perciò non tenti di capirlo - disse, con sincerità ma senza tatto. - Sei così impegnata a smaniare per Quest da non vedere che Kerron è riconoscente; il fatto è che odia doverlo essere. E lo odierei anch'io, al suo posto. Quale altra alternativa ha mai avuto?
- Lo so. - Ninian sospirò di nuovo, consapevole di essere meschina. - Il fatto è che mi irrita. Vorrei poter tornare a casa.
Ran si accigliò, fissando a nord la catena di montagne incappucciate di bianco, dove la vetta del monte Hylar in lontananza si ergeva più alta di tutte. L'espressione di desiderio sul suo volto fece capire a Ninian dove avrebbe preferito essere. Ninian scosse la testa, riconoscendo l'energia irrequieta, l'insofferenza ai vincoli, che costituivano gran parte del carattere di Ran.
Più oltre lungo il sentiero, Kerron era in testa, e camminava rapido, divorando la distanza con le lunghe gambe. Dietro di lui, Quest lo seguiva con più calma. L'andatura della sua snella figura era elegante, come se la sua mente fosse altrove. Ninian osservò la sua schiena con un rinnovato impeto di autocommiserazione. Il sole era sempre più caldo, ma nessuno dei due uomini, né Ran, sembravano accorgersi del fastidio, benché il sudore stesse già gocciolando lungo la faccia e la schiena di Ninian. Si tolse la larga casacca e la mise nel suo sacco, restando con indosso soltanto la maglia senza maniche e gli aderenti gambali che gli akhal indossavano per nuotare.
- Dicono che si porta fuori dalle Terre Aride soltanto una parte di ciò che si possedeva prima - mormorò, più a se stessa che alla cugina. - Pre che gli dèi percepiscano il nostro autentico io e si occupino di ciascuno di noi quando è il nostro momento. Pensi che sia vero?
Ma invece di ascoltarla, Ran accelerò il passo; perfino Affer aveva affrettato l'andatura, come se anche lui fosse impaziente di raggiungere la loro meta. Ninian si morse il labbro e proseguì, lottando contro un desiderio ignobile di tornare indietro, di rifugiarsi nella sicurezza della sua casa.
Mentre scendeva la parte più bassa del pendio, notò che era svanita ogni traccia di vegetazione, e che restavano solo pietre nude. Si sarebbe detto che nemmeno gli insetti, che li avevano infastiditi a livelli più alti, li avessero seguiti.
Non era un presagio di buon auspicio.
Gli altri la stavano aspettando ai piedi della collina, con vari gradi d'impazienza, ma Ninian non se ne accorse. Mentre guardava, rimase immobile come una statua, sbigottita alla vista di una distesa desertica di un infuocato rosso-arancio, in apparenza senza confini.
Avanzò.

Un momento prima, Ninian stava camminando lungo il sentiero, con i piedi che sollevavano nuvole di polvere a ogni passo. Poi, dopo aver fatto un altro passo, ci fu una profonda alterazione nell'ambiente circostante, e lei ebbe la sensazione di avere varcato, a sua insaputa, un qualche confine invisibile. La terra che aveva di fronte non poteva esistere entro i confini fisici dell'impero.
Un terreno deformato di rocce frammentate si modellava in fogge fantastiche e in massicce pietre verticali, all'interno di una regione pavimentata di polvere scura che si estendeva a perdita d'occhio. Ninian batté le palpebre. L'uniforme e luminoso rosso-arancio della roccia e della polvere ai suoi piedi le aggrediva la vista, facendole bruciare gli occhi fino alle lacrime. Dovunque guardasse, era circondata dalla luminosità, che premeva su di lei da un cielo senza nuvole.
C'erano solo luminosità e ombra, non autentica ombra, nemmeno ai piedi delle pietre verticali che si ergevano in modo vertiginoso, facendole girare la testa. Erano naturali, oppure una qualche creatura o una divinità le avevano collocate lì, disseminandole a caso in un'ampia e desolata valle? Ninian non ne aveva la più pallida idea. Deglutì, con la gola arida e chiusa.
Quello che la turbava più di tutto era il silenzio. Non c'era brezza a sollevare la polvere nella valle, dove non riusciva a distinguere orme, né umane né di animali. Non c'erano insetti, né uccelli, né le piccole creature che vivono tra le nude pietre. Niente volava nell'aria o si muoveva lungo il terreno. L'immobilità e il silenzio erano assoluti.
- Riflettete. Questo è il luogo dove i Signori della Luce sono apparsi al nostro lord Quorden - bisbigliò Quest. La sua voce aveva un suono soprannaturale, e Affer sobbalzò, nervoso. - Più di sessant'anni fa, quando le piogge iniziarono a scarseggiare. Immaginate come deve essersi sentito, come doveva essere terrorizzato e al tempo stesso esaltato che gli dèi l'avessero prescelto per affidargli la nostra salvezza.
- Mi chiedo come sia avvenuto. Se si sono rivolti a lui con parole, cioè, o se lord Quorden ha semplicemente ricevuto la rivelazione in un istante - mormorò Ran. - E come sia riuscito a ricordare tutto quello che avevano detto.
- Ran!
La voce scandalizzata di Quest non la turbò. - Non c'è niente di irriverente nella curiosità.
- Dicono che queste terre siano desolate da sempre, anche prima dell'epoca della prima siccità, per quanto lontana nel tempo sia - commentò Kerron a voce bassa. - Qui non è mai vissuto nessuno. Non stento a crederlo.
- Forse ci vivono gli stessi dèi. - L'espressione di Quest era distaccata, come se stesse pensando, senza vedere. - Qui, dove ci hanno dato la vera fede e ci hanno strappato all'idolatria della falsa dea che ci stava portando alla distruzione, così da poter essere salvati dalla fine del mondo. Non vi sembra giusto che in questo luogo desolato i Signori della Luce ci abbiano salvati dall'arrivo della siccità? Come se queste terre fossero una lezione di ciò che potrebbe accadere se li deludessimo, mostrandoci com'era un tempo il nostro mondo, e come diventerebbe di nuovo senza piogge.
- Ho udito una volta uno dei venditori ambulanti del deserto, un uomo delle Sabbie di Arten, dire che l'imperatore Amestatis non crede negli dèi - commentò Ran, guardandosi intorno più con curiosità che con soggezione. Ninian ammirò il suo coraggio. - Dicono che lui e lord Quorden sono nemici accaniti, e che lord Quorden lo deporrebbe, se potesse. - S'interruppe e, raccolto un pezzetto di roccia rosso-arancio, la frantumò senza difficoltà nel palmo della sua larga mano; minuscoli frammenti di pietra filtrarono tra le sue dita, cadendo a terra in una pioggia di polvere.
- Non dovresti ascoltare le chiacchiere dei ribelli, Ran. Arcady gode fama di anticonformismo, e tu, Affer e Ninian, e perfino Kerron, per associazione, dovreste fare particolare attenzione a quello che dite. - Quest sollevò una mano in gesto di rimprovero, con espressione tuttora distaccata. - Non avete la sensazione che gli dèi stessi potrebbero essere in ascolto? Chi sa come potrebbero punirvi per una simile eresia?
- Non ho detto di crederci; ho detto soltanto di averlo sentito dire. - Gli occhi azzurri di Ran brillavano per l'irritazione. - Non è un delitto, e potrebbe essere comunque vero. Perché no? Immaginate se un sacerdote tentasse di dire a Bellene come governare Arcady! Non sarei sorpresa se l'imperatore non amasse molto lord Quorden. E tu non sei ancora un sacerdote, Quest, per mettere in discussione la mia lealtà o la mia fede.
- Hai dimenticato perché siamo venuti qui? - la provocò lui. - Questo è un pellegrinaggio, un'offerta agli dèi.
- È il motivo per cui tu sei venuto, non io! - Ran lanciò un'occhiata a Ninian, ancora irritata. - Non presumere di saperne più di noi su questo posto. La tua cosiddetta vocazione non mi convince né mi colpisce. Non fingo di capire te o le tue ragioni per voler diventare sacerdote; ho sempre l'impressione che tu la consideri una specie di competizione per conquistare il loro favore.
Kerron la stava osservando con un sorriso divertito, ma Ninian non ci trovava niente di divertente nella situazione. Anche lei si era posta la stessa domanda.
- Non è facile spiegare la vocazione a servire… - iniziò Quest.
Ran sbuffò. - Immagino di no, altrimenti potrei capire perché hanno scelto te. Che razza di dèi sono quelli che ti chiedono di rinunciare a Ninian per loro quando, dopo tutti questi anni, è evidente che voi due dovreste stare insieme? Non intendo offenderti, Quest - proseguì, infischiandosene altamente, - ma mi sembra una vera sciocchezza. Noi akhal esistiamo come parte di tutta la vita delle Paludi, niente di più e niente di meno, come siamo sempre stati; questo è quello che importa veramente.
Quest scosse la testa, scuro in volto. - Se soltanto fosse così facile, Ran. Lo sai che amo Ninian. - Quella franca ammissione ferì Ninian fin nel profondo del cuore, ricordandole ciò che avrebbe potuto essere. - Non ho mai voluto farle del male, ma quando è arrivata la chiamata, resistere mi sarebbe stato impossibile tanto quanto smettere di respirare. Devo perdere Ninian, così come lei deve governare Arcady come castalda dopo Bellene, così come mio fratello Jerom governa Kandria, ma io… solo quelli che gli dèi convocano possono essere sacerdoti. È un ordine, quali che siano i miei desideri. - Il suo sguardo invitava Kerron a partecipare con una sua dichiarazione, ma l'altro si limitò ad aggrottare le sopracciglia.
- E per dimostrare quanto è più grande del nostro il tuo amore per gli dèi, ami di meno Ninian e noialtri? - chiese Ran con cinismo. - Che strani dèi! Si direbbe che preferiscano essere temuti piuttosto che venerati.
- Non devi dire cose simili… - iniziò Quest con ira. Ma prima che potesse proseguire, Affer lo interruppe dandogli uno spintone così violento che rischiò di atterrarlo.
- Piantatela! Piantatela, tutti e due!
Ran tese la mano verso di lui, ma Affer indietreggiò, turandosi le orecchie, con i lineamenti contratti per il dolore, e c'erano lacrime nei suoi occhi.
- Discutete sempre, tutti e due, e io lo detesto! - La sua voce non si era ancora incrinata, ed era acuta e incerta.
- Affer… - tentò Ran, ma quando accennò a toccarlo, lui indietreggiò, mettendosi fuori dalla sua portata.
- No. Lasciami in pace! - Adesso Affer stava urlando, tenendoli tutti a bada con la violenza della sua emozione. - Vorrei non essere venuto.
La sua voce riecheggiò nel silenzio, facendoli trasalire tutti, perfino lo stesso Affer. Con un grido muto, girò sui tacchi e fuggì, lasciandosi dietro una scia di polvere sospesa nell'aria, unico movimento nella valle.
- Lascialo andare, Ran - avvertì Kerron, vedendo che lei si apprestava a seguirlo. - Ha bisogno di stare da solo per un po'. Sai com'è fatto. E tu sarai in grado di trovarlo abbastanza facilmente. - Sorrise, indicando il terreno. - Basta seguirne le impronte.
Ran esitò, quindi si strinse nelle spalle. Ninian fu colpita, con forza e suo malgrado, dal fatto che sua cugina e Kerron fossero sotto certi aspetti molto simili, ciò che spiegava forse la loro amicizia.
Erano tutti e due essenzialmente creature solitarie, decisi, incuranti dell'opinione di altri. L'aveva sempre sorpresa la loro capacità di capirsi, mentre lei a volte sospettava di non capire nessuno dei due.
- Suppongo che tu abbia ragione. - Ran sospirò. - Povero Affer! Vorrei che non fosse così sensibile.
- È sbalorditivo che sia tuo fratello - commentò Kerron con ironia, e Ran rise.
- Verissimo. Bene, Kerron? Come uomo dalla vocazione sacerdotale - e Ran rivolse un sorriso beffardo a Quest, che lui ignorò di proposito, - verrai con me a esplorare questo posto, o preferisci essere lasciato solo a ponderare sui grandi misteri?
- Oh, quelli li lascio a questi sognatori. - Kerron sorrise in modo sgradevole, ma un'incertezza nella sua espressione indusse Ninian a chiedersi d'un tratto se non fosse se stesso che scherniva. Quest scosse la testa, rifiutando la provocazione.
- Se dobbiamo separarci, penso che dovremmo accordarci per incontrarci qui a metà pomeriggio. Non è ancora mezzogiorno. È un tempo sufficiente per voi?
- Dopo sette soli giorni di cammino per arrivare qui? - Kerron inarcò un elegante sopracciglio nero. Il suo gelido sorriso notò la faccia di Quest, arrossata per il caldo e scottata dal sole. - No, per me è sufficiente. Vieni, Ran?
Lei annuì, voltandosi per strizzare l'occhio a Ninian e farle capire di aver programmato che lei restasse da sola con Quest.
- Allora, ci vediamo più tardi - disse Ninian a labbra strette, terrorizzata che Quest se ne accorgesse, ma lui sembrava ignaro di tutto a parte l'ambiente circostante.
- Divertitevi! - gridò Ran, agitando una mano. Kerron inviò a Ninian un sorriso malizioso per mostrarle di aver capito cosa stava succedendo, anche se non si poteva dire lo stesso di Quest. Furiosa, Ninian sentì di arrossire.
Il silenzio calò di nuovo mentre la coppia si allontanava fuori portata d'orecchio, e ben presto non fu più visibile, nascosta da una serie di pietre verticali.
Ninian deglutì, ricordando a se stessa che era sola con Quest per quella che sarebbe stata probabilmente l'ultima volta nella sua vita. Ritrovò la determinazione e il suo morale si risollevò.
Si voltò verso di lui, sorprendendo un'espressione di stupore sul suo volto mentre esaminava i dintorni, e si rammaricò di non essere in grado di leggergli nella mente per scoprire cosa stesse pensando.
- È stato qui, Ninian, qui dove tutto è iniziato - disse Quest. Era evidente che non la vedeva affatto, se non come pubblico. - Cosa pensi? Se prometto di mettere la mia vita al loro servizio, ritieni possibile che i Signori della Luce mi leggano nel cuore e mi parlino anche, come hanno fatto con lord Quorden? Oppure è un'arroganza troppo grande perfino pensare che sia possibile?
Il sole gli illuminava i capelli trasformandoli in un'aureola dorata intorno alla testa dalla bella forma, e Ninian si sentì di colpo sopraffatta dalla sua straordinaria bellezza. Trasse un respiro profondo. L'esultanza della sua espressione lo allontanava da lei. Provò un desiderio feroce di battersi contro gli dèi invisibili, di riportarlo con i piedi per terra. Di ancorarlo alla terra.
- Come faccio a saperlo, Quest? - replicò in tono brusco. - Forse potrebbero perfino scegliere di parlare a me.
Gli occhi di Quest tornarono di colpo a fuoco. Per la prima volta nel loro viaggio insieme, Ninian gustò la soddisfazione di sapersi al centro della sua scandalizzata attenzione.

Affer riusciva a vedere a malapena per le lacrime che gli colavano. Si asciugò gli occhi con una mano sudicia e continuò a correre, senza curarsi di dove andava. Voleva soltanto allontanarsi, allontanarsi dal dolore di Ninian e dal tumulto interiore di Quest, dall'irosa impazienza di Ran e dalla lingua pungente di Kerron.
Non avrebbe saputo dire perché aveva dato libero sfogo ai suoi sentimenti. L'incidente con il serpente l'aveva sconvolto, ma era acqua passata. Eppure, in un certo senso, si sentiva come se qualcosa dentro di lui, una solida parte di lui, si fosse rotta di colpo.
La calura lo opprimeva, e Affer cominciò a incespicare. Si pentì di nuovo, come aveva spesso fatto dal giorno in cui erano partiti, di essere venuto, di non aver detto a Ran che sarebbe rimasto ad Arcady, dove perfino in quel momento avrebbe potuto essere immerso nel lago a nuotare, al fresco e al sicuro, invece di arrostire in un'arida desolazione dove non avvertiva la presenza di nessuna divinità amica, qualunque cosa Quest potesse dire. Il sole infuocato sopra di lui lo spaventava come tutto il resto. Si disse di non comportarsi da sciocco; che era un vigliacco della peggior specie. Ran gli ripeteva sempre che le sue paure erano immotivate, ma non per questo diventavano immaginarie, quanto meno non per lui. Non aveva coraggio, soltanto un eccesso di immaginazione che non smetteva di concepire terrori dove non ne esistevano.
A lungo andare, le lacrime cessarono di scorrere, non ultimo perché era molto assetato e si sentiva arido dentro, anche se gocciolava sudore per il caldo e la fatica. Affer si fermò, guardandosi in giro per cercare un po' d'ombra dove poter bere l'acqua della fiaschetta che aveva nel suo sacco, e aspettare che Ran andasse a cercarlo.
Sapeva che sarebbe arrivata; arrivava sempre.
Mentre correva non aveva prestato attenzione all'ambiente, ma adesso si rendeva conto di non sapere da quale direzione fosse venuto, perché il sole era alto sopra la sua testa, al centro di cieli senza nuvole. Soltanto le sue impronte nella polvere, altrimenti intatta, gli davano un senso di sicurezza; Ran poteva seguirle e trovarlo, a meno che non fosse sopraggiunto il vento a cancellarle. Affer però non credeva che una brezza si sarebbe mai azzardata ad attraversare le Terre Aride.
Non riusciva a vedere traccia di Ran, né degli altri; doveva essersi allontanato parecchio. Si voltò verso uno degli strani cerchi di pietre verticali dello stesso rosso-arancio delle rocce e della polvere tutt'intorno a lui. Era quasi mezzogiorno, e c'era poca ombra a disposizione, anche ai piedi delle pietre, ma non c'erano alternative.
Nel suo precipitoso bisogno di fuggire non aveva avuto il tempo di capire la portata della sua solitudine e, in ogni caso, essere solo era un piacere raro in qualsiasi momento, soprattutto ad Arcady, dove c'erano altri duecento akhal del suo clan che vivevano nella colonia. Lì, tuttavia, la solitudine aveva una qualità diversa; non gli dava l'impressione di essere solo per sua scelta ma di essere piuttosto isolato volutamente dai suoi amici. Gli dolevano gli occhi per il bagliore intenso del sole, e avrebbe voluto poterlo escludere.
In preda a un profondo turbamento, si accovacciò nell'ombra della più larga delle pietre verticali, cercando di farsi piccolo in quella stretta striscia, e lottando contro un panico dilagante. Ora la totale assenza di rumori sembrava un frastuono nelle sue orecchie, e la cappa di aria secca e calda lo terrorizzava, rendendogli difficile respirare.
Affer iniziò ad avvertire un ritmo nel pulsare del sole mentre picchiava su di lui e sulla terra, bruciandoli entrambi. Si abbassò ancor di più, inginocchiandosi nella polvere, nascondendo la testa tra le magre mani mentre si rannicchiava per sfuggire alla calura che gli faceva scoppiare la testa, gli ustionava i capelli sottili e la pelle chiara. Le Paludi erano fresche per la maggior parte dell'anno e, prima di allora, Affer non aveva mai pensato al sole come a un nemico, ma adesso sapeva che lo era. Era troppo luminoso, troppo forte.
- Oh, Ran, ho tanta paura - gemette, con labbra e gola secche come la polvere sulla quale era inginocchiato. Avrebbe voluto poter sentire la sua voce familiare; nel suo terrore e nella sua solitudine convogliò tutti i suoi appassionati sentimenti verso di lei. Grazie a Ran, non si era mai considerato solo, perché lei non lo lasciava mai e si prendeva cura di lui. Ma adesso era da qualche parte nella desolata vastità delle Terre Aride, e lui non riusciva a trovarla, e senza di lei era niente. Il terrore gli invase la mente.
Affer aveva l'impressione di trovarsi lì inginocchiato da giorni interminabili, anche se doveva esserlo solo da poco tempo. Nella sua angoscia, si rivolse con l'immaginazione a Ran, a Ninian, perfino a Kerron, imponendo loro di andarlo a salvare. Ma c'era soltanto silenzio, che si protrasse finché Affer credette che avrebbe dato tutta la sua anima pur di udire una voce umana.
Al massimo della depressione, gli parve di sentire qualcuno… non Ran, né una voce a lui nota, ma pur sempre una voce, che gli parlava.
- Chi è là? - bisbigliò, sollevando la testa, pieno di gioia. - Kerron, sei tu?
Non ci fu una risposta diretta, ciò nonostante Affer gradì quel suono, fino a quando la sua totale estraneità e il dubbio che fosse semplicemente il prodotto della sua immaginazione lo indussero a chiedersi se quella che stava udendo fosse davvero una voce fantasma o, piuttosto, voci, perché ce n'era più di una. Cos'erano? Ciò che restava di persone o creature che un tempo abitavano quella terra, prima che essa morisse e diventasse un desolato nulla? Sempre che qualcosa fosse vissuto lì.
- Ran, ti prego - sussurrò, fidandosi di lei come se n'era fidato tutta la vita. Ma invece della sua presenza familiare, ritornarono le voci fantasma, quella volta più forti, più distinte, che continuavano a ripetersi nella sua mente:
- Mio, mio… - giunse un grido di trionfo.
- Io sarò con te.
- Mio per rinuncia… - detto con veemente avidità.
- Un prigioniero; mai libero!
Mentre il sole continuava a picchiare su di lui, Affer si scoprì a desiderare che tornasse il silenzio invece di quelle brutte voci irose, i cui proprietari erano coinvolti in oscuri sentimenti, avidità e acredine, egoismo e inganno. Si coprì le orecchie con le mani, ma non servì a escluderle perché le voci gli parlavano direttamente nella testa. Mentre gemeva accovacciato nella polvere, ad Affer venne da pensare che le voci che udiva non appartenevano a fantasmi, bensì a persone che lui conosceva e amava, che appartenevano a Ninian, a Kerron, a Quest e a Ran; non come lui li conosceva ma in altre sembianze sconosciute. Quelli erano i loro io segreti, i loro io privati, e lui avrebbe voluto escluderli perché era una sofferenza.
Le voci nella sua mente scemavano e fluivano. In ginocchio, Affer tremava, mentre il sole incombeva alto sopra di lui, bruciandolo, osservandolo, come se fosse un occhio gigantesco che spiava i suoi stessi pensieri, nutrendo soltanto disprezzo per il suo corpo magro e bianco, ora abbondantemente cosparso di polvere. Lui pregò per avere sollievo, ma nessun dio gli rispose, e ben presto si convinse che non c'erano dèi in quelle terre abbandonate.

- Detesti davvero Quest a tal punto? - chiese Ran.
Di profilo, la faccia spigolosa di Kerron era facile da leggere. Lui si irrigidì. - È uno stupido - ribatté, laconico. - Ascoltalo, va in estasi perché è convinto che gli dèi gli parleranno e confermeranno l'opinione che ha della sua stessa importanza! Pensa che essere sacerdote si limiti a simili sciocchezze? - Negli occhi verdi gli brillava una luce ilare; Ran si chiedeva cosa ci trovasse di così divertente. - Parla con alterigia degli dèi, ma quando arriveremo a Enapolis sarà me che i sacerdoti sceglieranno per… - Kerron s'interruppe di colpo, guardando Ran con aria minacciosa, come se la incolpasse di quella rivelazione. - E se riferisci a qualcuno quello che ho detto - disse in tono aspro, - farò in modo che te ne penta!
- Non minacciarmi, Kerron - ribatté Ran, il cui carattere impetuoso reagì prendendo fuoco. - Certo che non dirò niente, se non vuoi. Ma non cercare di fare il prepotente con me. Io non sono Affer. - Era furibonda, più di quanto lo giustificasse l'offesa. Mise le briglie alla sua collera, ignorando la voce irosa che la tentava a rendere pan per focaccia. - Non m'importa se avrai la meglio su Quest.
- Oh, l'avrò. Entrerò nella sezione politica dell'Ordine. - Suo malgrado, Kerron si lasciò sfuggire un sorriso. - Ad Arcady, Bellene sostiene l'imperatore. Questo la sconvolgerà.
- Non te ne servirai contro di lei? - Ran si accigliò, non riuscendo a crederlo capace di un simile tradimento.
Kerron si strinse nelle spalle. - La mia lealtà andrà prima di tutto all'Ordine.
- Non capisco perché tu voglia diventare sacerdote, e sono sicura che non c'entra niente il fatto di essere stato chiamato dagli dèi. - Ran scoppiò in una risata aspra. - Vorrei essere libera come te di scegliere la mia strada, ma Bellene non me lo permetterà mai. A volte penso che mi odi.
Kerron non diede segno di aver udito il suo commento. - Quest ha troppo a cuore la gente per fare carriera nell'Ordine - disse, parlando soprattutto a se stesso. - È un formalista, con troppi legami con gli akhal. Se ne resterà nelle Paludi e non vedrà mai il mondo, non saprà mai cosa gli sarà passato accanto, ma io… io so che il sacerdozio è la strada al potere. - Sollevò la faccia al cielo, al sole che ardeva in alto, e c'era qualcosa di strano nella sua espressione. Per una volta, sembrava felice, e nei suoi occhi non c'era l'abituale insoddisfazione. - Lo sai - aggiunse in tono più colloquiale, - penso che, per una volta, Quest potrebbe avere ragione. C'è qualcosa di insolito in questo luogo. Mi sento a casa.
- Vorrei che fosse così anche per me. - Ran si asciugò il sudore dalla fronte, con una gran voglia di brezza e ombra. - Mi chiedo dove sia Affer. Non dovremmo andarlo a cercare?
Ma Kerron diede di nuovo l'impressione di non averla sentita. - Ci riuscirò - disse a voce bassa. - Il sommo sacerdote Borland non durerà in eterno, e io sarò l'unico sacerdote delle Paludi senza legami familiari, un forestiero disposto a dare la priorità all'Ordine. Quest non capisce niente di potere, di politica, che sono il cuore dell'Ordine. - S'interruppe, di colpo ostile. - A Enapolis, sono i Thelian a governare l'Ordine e l'impero, non gli akhal - dichiarò con veemenza. - Là, sarà Quest il forestiero.
- Kerron - lo interruppe Ran con impazienza, - ti ho chiesto di Affer. Non puoi ascoltarmi per un momento?
- Starà benissimo.
- Come fai a saperlo? - Ran scoprì che la sua collera montava pericolosamente. La visione egocentrica che Kerron aveva del mondo, il suo costante bisogno di affermare una qualche superiorità era peggio di una sostanza irritante per la sua ansia. - Non riesci a pensare a qualcuno che non sia te stesso? - chiese in tono acido. - Come deve essere bello, avere una tale certezza di essere al centro dell'universo, mentre noialtri siamo semplici satelliti!
- Da quando è quella la posizione che ti assegni? - D'improvviso, Kerron scoppiò a ridere, anche se di solito era facile a offendersi. - Sei soltanto gelosa, Ran. Perché non potresti diventare sacerdote, essendo donna. Dopotutto, gli dèi sono maschi.
- Che sciocchezze! - lo investì Ran, furiosa. - Dimmi, Kerron, perché oggi sei così meschino? Si direbbe che ci odi tutti, e che vuoi vendicarti di un qualche torto, dimenticandoti che è stata Bellene ad accoglierti quando ti ha trovato sul lago. La tua stessa gente ha fatto molto meno per te!
Ricordargli che i suoi genitori l'avevano abbandonato quando era un neonato era stata una scelta infelice, e l'espressione di Kerron divenne gelida. - Cosa dovrebbe importarmi di un uomo che ha passato pochi momenti di piacere, o di una donna che mi ha portato in grembo per nove mesi, solo per gettarmi via senza pensarci due volte, come se fossi un gatto non desiderato? Bellene e voialtri mi avete accolto, è vero, ma mi chiedo spesso perché. Forse per avere qualcuno al quale sentirvi superiori, solo perché non riesco a immergermi alle vostre profondità, o non sono così veloce nel nuoto!
Ran si sforzò di nuovo di frenare la collera, provando una momentanea pietà per lui. - È per questo che nutri tanto rancore verso di noi? Sai che non è vero. Tu sei stato un fratello per me e Affer, un amico. Hai tutto ciò che vuoi… a quanto sembra più di quanto ha Quest, se ti ho ben compreso. Hai un futuro nel sacerdozio, una famiglia con noi ad Arcady. Non ti basta?
- Tu vuoi che io vi sia riconoscente, ma per cosa? - Le labbra di Kerron si storsero in un'espressione amara. - Pensi che io non sappia che Bellene vorrebbe non avermi mai trovato, che a Ninian sono stato sempre antipatico? La gratitudine è un ben misero foraggio, anno dopo anno.
Voltò di scatto la testa, e nel movimento Ran scorse qualcosa che gli scintillava alla gola.
- Cos'è quello? - Tese una mano verso il suo collo e tirò la sottile catena d'oro che sentì sotto le dita; vi era appeso un piccolo turchese. Kerron si scostò, ma non abbastanza in fretta. Ran lo fissò con sguardo accusatore. - Questo è l'amuleto di Affer - disse con freddezza. - Ha detto di averlo perso.
- L'ho trovato vicino al lago. Intendevo restituirglielo.
Ran lo fissava, incredula. L'espressione di Kerron era imbronciata, priva di rancore e sulla difensiva al tempo stesso. Lei provò un desiderio improvviso di colpirlo, con violenza. 
- Tu l'hai preso?
Kerron fece spallucce, con noncuranza. - In prestito. Affer non se ne avrà a male.
- Credevo che fosse tuo amico.
- In questo caso, me lo presterebbe, non è così? - replicò Kerron con un sorriso furbo.
La rabbia si accumulò di nuovo in Ran, crescendo d'intensità finché non si curò più di contenerla. Schiaffeggiò Kerron con tutta l'energia del braccio destro che accompagnò il colpo; fu un gesto esaltante. - Come osi? - sibilò. - Quell'amuleto apparteneva a nostra madre, la quale lo ha dato ad Affer prima di morire. È tutto quello che gli resta di lei. Come osi prenderlo? Non fai altro che parlare del modo in cui la nostra gente ferisce i tuoi sentimenti, ma te ne infischi di quelli che ferisci tu. - Un impulso perverso la forzò ad aggiungere, senza pensarlo veramente: - Forse Bellene aveva ragione, forse avrebbe dovuto lasciarti sul lago…
S'interruppe, sapendo di avergli appena inferto un colpo ingiustificabile. Righe rosse erano apparse sulla guancia sinistra di Kerron, in corrispondenza dei segni lasciati dalle sue dita. Ran provò un momentaneo rimorso mentre Kerron si portava la mano al volto; negli occhi verdi scintillava l'ira, e qualcos'altro.
- Fa piacere sapere cosa pensi in realtà di me - disse con un tremito nella voce e la faccia color del latte. - Pensavo che noi fossimo amici. Era un errore di giudizio, non è così?
Lei era dibattuta. La sua ira, anche se rapida a divampare, si raffreddava altrettanto in fretta, e Ran si vergognava già di se stessa. Ma per una volta era un sollievo non controllare la collera, dire tutto quello che le passava per la mente.
- È colpa tua se non è facile trovarti simpatico, Kerron - ribatté. - Devi dimostrare di essere un amico per averne uno, e questo significa essere capace di rispettare qualcuno oltre te stesso. - Fu pervasa da un'ira giustificata, una sensazione stranamente gradevole e fisica, come se stesse sfogando tutta la rabbia e il rancore che da anni le avvelenava la mente: il suo furore contro Bellene, perché le impediva di lasciare Arcady; contro i suoi genitori, perché erano morti lasciando Affer alle sue cure; perfino contro lo stesso Affer perché aveva bisogno di lei e la teneva legata. - Quando hai mai fatto qualcosa per qualcuno tranne te stesso?
- Una bella accusa, venendo da te! - Kerron controllava meglio l'ira, ma anche lui sembrava ricavare un certo sollievo da quello sfogo. - Tu parli di libertà, dicendo quanto aneli a lasciare Arcady, costringendo Affer a sentirsi colpevole perché è vivo, perché sa che lo ritieni responsabile se sei costretta a restare qui! Tu sei non meno egoista di me. Ti dai arie, ritenendo di essere trattata male perché Bellene non vuole lasciarti andare, mentre sei capace soltanto di sventrare pesci e filare lino!
Impietrita per un attimo, Ran era troppo offesa per reagire, ma non durò a lungo. - Sarai proprio un bel sacerdote - ribatté. - Uno che predica di sacrifici e restrizioni per il bene comune, che siamo cari agli dèi, quando non credi in nessun dio, e non ti sta a cuore nessuno tranne te stesso! Sei un ipocrita della peggior specie, Kerron, e se ti permettono di diventare sacerdote, significa che c'è qualcosa di strano negli dèi e nella loro scelta dei ministri del culto.
A quel punto, Kerron la schiaffeggiò con la stessa violenza con cui l'aveva schiaffeggiato lei, e Ran ne fu felice, perché quel gesto dimostrava che non era migliore di lei. Le bruciava la faccia, ma riuscì a sorridere con aria di trionfo. Fu uno sbaglio.
- Tutti voi akhal siete meno che umani - sussurrò Kerron, con la voce che tremava per la rabbia e l'amarezza. - Avete sempre riso di me perché eravate in grado di fare cose che io non sapevo fare, ma aspetta e vedrai! Quando governerò le Paludi come sommo sacerdote, assaggerai la tua stessa medicina. - La sua faccia era metà rossa e metà bianca sotto la massa dei capelli neri; a Ran non era mai sembrato così alieno. Scoppiò in una risata per mascherare il disagio, e Kerron divenne scarlatto dal collo in su. 
- Accarezza i tuoi piccoli sogni, Kerron - disse in tono malevolo. - Se ti fanno sentire importante, che danno possono arrecare?
Sui lineamenti di Kerron calò una maschera. Suo malgrado, Ran si rese conto che qualcosa nel loro rapporto si era spezzato, che erano tutti e due colpevoli di aver dato voce a verità imperdonabili. Ran sapeva di essere nel torto, tanto quanto lo era lui.
- Kerron, non dirò che mi dispiace, ma non avrei dovuto dire quello che ho detto.
Lui la guardò, evidentemente aspettando dell'altro. Ran fu sul punto di inghiottire l'orgoglio, ma la trattenne il ricordo che anche lui l'aveva offesa. Sostenne il suo sguardo rigida e immobile.
- Allora, così sia.
Kerron le voltò le spalle, con deliberata ripulsa. Non si volse a guardare mentre si allontanava, inoltrandosi nelle Terre Aride, figura alta, solitaria, vestita di bianco contro il rosso-arancio del paesaggio.
Ran si sentì percorrere da un brivido di apprensione mentre lo osservava allontanarsi. Era soltanto Kerron, e meritava quello che gli aveva detto, ciò nonostante, la sua insofferenza l'aveva spinta a essere crudele. L'aveva ferito, più di quanto lui avesse ferito lei perché era più vulnerabile. Aspettò, ma lui non si voltò nemmeno.
Ran iniziò a tornare sui propri passi, verso il punto in cui avevano lasciato Quest e Ninian. Gli altri se n'erano andati da un pezzo ma, una volta trovato il punto, cercò le tracce di Affer, con il respiro alquanto affannoso mentre teneva gli occhi bassi sulla polvere, seguendo le impronte di piedi strascicati che conducevano a est.
Non voleva pensare a Kerron, e non l'avrebbe fatto.

Kerron avanzava, allungando il passo a tempo con il pulsare rapido del suo cuore mentre attraversava il terreno infuocato, spinto dal ritmo della mente e del corpo. Svuotato di pensieri, era consapevole soltanto di sensazioni di rabbia, solitudine e sete di vendetta per tutti gli oltraggi non meglio specificati che la vita gli aveva inferto.
Mentre camminava, tutti gli oscuri sentimenti che aveva dentro affiorarono in superficie, e a Kerron sembrò che fossero benvenuti nel paesaggio desolato che lo circondava, che riempissero gli spazi aperti dove c'erano soltanto pietre, polvere e il cielo vuoto. Non aveva mai immaginato che i sentimenti potessero avere un potere tanto forte, né li capiva chiaramente. Si crogiolava in sensazioni, sostenuto dalla loro forza, la sua assetata solitudine saziata per un po' da un'ipocrita giustificazione che, in quel momento, era convinto lo sollevasse al di sopra dei suoi compagni in un qualche senso morale o razionale.
Rallentò il passo e alla fine si arrestò. Kerron tentava di convincersi che era freddamente felice per essersi liberato da ogni residuo senso di obbligo verso gli akhal; perfino verso Ran. Adesso sapeva che opinione aveva in realtà di lui: alieno, reietto, un cuculo indesiderato, lasciato nel nido di Arcady. Il dolore di saperlo sarebbe passato.
- Gli akhal sono una razza innaturale, una perversione di ciò che è giusto e puro, resi così da una magia corrotta. Sono meno della polvere sotto i tuoi piedi, Thelian.
Kerron roteò su se stesso, chiedendosi da dove venisse la voce; voleva vedere la persona che aveva espresso pensieri così affini ai suoi. Ma non c'era nessuno nel vuoto paesaggio, né c'erano rocce nelle vicinanze abbastanza grandi da offrire un nascondiglio.
- Chi è là? - chiese a voce bassa. - Chi sei?
- Ascoltami, e io ti aiuterò, Thelian. Sono tuo amico - arrivò la voce, rassicurante. Kerron guardò di nuovo, battendo le palpebre nel bagliore del sole, ma non riuscì a vedere nessuno. Era del tutto solo, eppure non provava più il familiare senso di isolamento. Rabbrividì, odorando il calore e la polvere del giorno.
- Sto ascoltando - bisbigliò, leccandosi le labbra secche. - Dove sei? Lasciati vedere.
- Non puoi vedermi, eppure io vedo te, e ho scelto te. Tu sei destinato a essere un sacerdote dell'Ordine dei Signori della Luce, e sarai privilegiato, e salirai in alto - tornò la voce, e Kerron scosse la testa, perplesso, perché aveva la sensazione che gli stesse parlando direttamente nella mente, che non la udiva affatto nel senso tradizionale. - Sii paziente - lo consolò la voce. - Gli akhal piomberanno nelle tenebre, quando sarà il momento. Questo te lo prometto, Thelian. E tu li governerai.
- È vero? - La voce di Kerron aveva un suono ansimante ai suoi stessi orecchi. - Parli seriamente? - La sua collera svanì e, nella sua mente, provò un'intensa esultanza perché quello che aveva detto a Ran corrispondeva a verità. Lì, in quel luogo dove gli dèi avevano parlato al primo Quorden, qualcosa aveva parlato anche a lui, gli aveva dato il benvenuto e lo aveva scelto. - Allora ti ascolterò - mormorò. - Dimmi soltanto cosa devo fare.
- Lo saprai, quando arriverà il momento. Addio, Thelian.
Non ci fu né un suono né un movimento, ciò nonostante lui capì che il proprietario della voce se n'era andato.
Per tutta la sua vita, Kerron aveva creduto di essere destinato alla grandezza; adesso sapeva che era vero. Quel viaggio alle Terre Aride aveva fatto molto di più che designarlo come adulto; l'antica usanza akhal era servita solo a rafforzare la sua convinzione di essere nato per un motivo. E non era più solo.
- Grazie - disse, con sincera riconoscenza.
Forse per la prima volta nella sua vita conobbe un'autentica gratitudine, senza amarezza o rancore, per un favore che gli era stato dato spontaneamente. Le labbra di Kerron si incresparono in un ampio sorriso mentre alzava lo sguardo verso la luminosità del cielo, fissando direttamente il sole senza battere le palpebre. Scoppiò a ridere, e udì gli spazi vasti e deserti che lo circondavano rimandargli l'eco della sua stessa voce.

Ninian regolò il passo su quello di Quest, augurandosi che lui emergesse dai suoi pensieri e le parlasse. Il silenzio la metteva a disagio, anche se non avrebbe saputo spiegare perché la turbava. Le sembrava che ci fosse qualcosa in quel luogo che sfidava l'apparente vacuità, dandole la sensazione di essere osservata.
- Non desideri poter vedere qualcosa di vivo? A parte noi - si azzardò a dire alla fine, sfidando l'espressione scoraggiante di Quest.
- Perché? Non capisci? Queste terre servono da avvertimento dei pericoli della prima grande siccità, e della seconda a venire, a meno che non ubbidiamo alla volontà degli dèi. Non c'è da stupirsi che i Signori della Luce siano apparsi in questo luogo; qui c'è qualcosa.
- Lo so. Lo sento anch'io. - Ninian avrebbe anche voluto non sentire il sudore che le gocciolava lungo la schiena e tra i seni.
Quest le lanciò un'occhiata. - Non sei vestita in modo molto adatto - commentò, in apparenza indifferente alle curve dei suoi seni sotto la maglia aderente. Quanto a lui, non sembrava che il caldo gli desse fastidio, visto che indossava ancora la casacca di lino con le maniche lunghe.
- Non credo che agli dèi importi cosa indosso o non indosso - replicò lei, cominciando a essere seccata, non ultimo dalla mancanza d'interesse di Quest per la sua anatomia. Il caldo le faceva ribollire il sangue, rendendo la sua pelle sensibile al morbido tessuto, rendendola consapevole del contatto. - Dopotutto, vegliano in continuazione su di noi, o così dicono i sacerdoti!
- Non essere irriverente, e taci. Voglio riflettere.
Quest proseguì, senza accertarsi che lei riuscisse a stargli dietro. Ninian sospirò e batté le palpebre per scacciare le lacrime, allungando il passo, contenta che le sue gambe fossero solo di poco più corte di quelle di Quest. Lei e Quest erano di corporatura simile, più alti e più smilzi della media degli akhal, con lunghe membra snelle, ma i capelli di lui, benché biondi come i suoi, gli formavano una fitta corona di ricci intorno alla testa, mentre i suoi erano dritti come canne. Inoltre, c'era qualcosa in Quest che, secondo Ninian, l'avrebbe identificato anche in mezzo a una moltitudine della loro gente; non la sua bellezza, che lei, di aspetto soltanto modesto, non gli invidiava, bensì quelle qualità di sognatore e idealista. Lui possedeva anche l'egoismo che si accompagna a quelle doti ma, in cuor suo, lei sapeva che era gentile, generoso e premuroso, quando la sua attenzione non era impegnata dalle percezioni degli dèi. Osservandolo, la straziava sapere che entro breve tempo sarebbe stato perso per lei. Era un tale spreco.
- Puoi spiegarmi, Quest, perché devi farti sacerdote? - gli chiese d'un tratto. - Per favore?
Pensò che non l'avesse udita perché rimase in silenzio a lungo, e lei non sapeva se ripetere la domanda. Ma alla fine il suo volto si rilassò e lui sorrise. - Vogliamo fermarci qui? - chiese, arrestandosi, con grande sollievo di Ninian. - Ci proverò, Ninian, ma è difficile esprimere cosa significa la vocazione.
- Ti prego.
- Suppongo di averla sentita per la prima volta quando avevo soltanto quindici anni. L'età di Affer. Ma l'ho combattuta, perché mi sembrava che avrebbe significato la fine di tutte le cose che ero stato educato ad aspettarmi… l'amore, una famiglia. - L'occhiata significativa che le diede, e che così chiaramente includeva i suoi sentimenti per lei, per un attimo la fece infuriare. - Non è tanto che sento gli dèi chiamarmi, Ninian, ma più che altro è una certezza che questo è quello che devo fare. Non quello che voglio, ma quello che devo. Se la vita ha un significato, se la morte non è qualcosa da temere, questo è giusto.
Ferita, Ninian si morse il labbro. - Come fai a saperlo? - ribatté, irritata. - A me sembra che sia un volere. E se io volessi essere un sacerdote? Naturalmente, tu diresti che non potrei, perché sono una donna, anche se la vocazione potrebbe essere mia tanto quanto tua. C'è davvero così tanta differenza tra noi due?
- Oh, Ninian! Perché rendi sempre tutto così personale? - Quest sembrava esasperato. - Tu non capisci. Accontentati di essere castalda di Arcady, a tempo debito. Avrai nelle tue mani la responsabilità di duecento persone; non è molto diverso da quelli che saranno i miei doveri di sacerdote.
Lei sapeva perfettamente che non credeva neanche per un istante a quello che stava dicendo, e digrignò i denti.
- Non trattarmi con condiscendenza. Mi sembra strano pensare a te come a un sacerdote, come intermediario tra noialtri e gli dèi, come se noi non fossimo abbastanza buoni perché loro ci ascoltino - commentò Ninian risentita. - Bellene dice che nei tempi andati non c'erano sacerdoti, che ciascuno di noi diceva le proprie preghiere come meglio credeva. Tu dici che gli dèi preferiscono una specie di ordine gerarchico…
- Non era la stessa cosa. E non è una questione di ordine d'importanza- la interruppe Quest, irritato.
-Ma è così che sembra - ribatté Ninian. - Perché il mio punto di vista è diverso dal tuo non significa che sia meno valido.
-Tu non hai nessuna autorità per il tuo punto di vista, come lo chiami. I Signori della Luce comunicano direttamente con il sommo sacerdote dell'Ordine. Cioè, la sua autorità, e la nostra, vale a dire l'autorità dei sacerdoti, deriva da lui. Le tue opinioni si formano in modo soggettivo, e sono influenzate dai tuoi desideri e da legami familiari e di amicizia, e sono soltanto opinioni. Ecco perché i sacerdoti dell'Ordine devono essere celibi, così da servire con obiettività e imparzialità tutti quelli affidati alle loro cure, dopo il loro primo dovere, che è verso gli dèi stessi.E questo tu lo definisci obiettivo? Come se l'amore distogliesse dal dovere? - chiese Ninian con amarezza.
- Ma l'amore spirituale è diverso.
- Solo ai tuoi occhi! - Ninian era sorpresa di essere tanto irritata. - Il sacrificio di un genitore per un figlio è minore dei sacrifici che facciamo al tempio? Uno può essere vincolato all'amore umano, l'altro alla fede, ma a me sembrano identici, nati dal dovere e dall'affetto.
- È esattamente il motivo per cui tu non capisci quando parlo della mia vocazione - disse Quest, altrettanto infastidito. - Tu riduci tutto a un livello personale! Tu non sai niente dei sogni di ciò che potrebbe essere, di una perfetta comunione con gli dèi stessi.
- Com'è conveniente!
Lui ignorò la frecciata. - Gli dèi ci hanno dato un avvertimento, non ultimo con l'esistenza di queste terre, come anche la loro promessa che, se ci sottomettiamo ai loro precetti e rinunciamo alla nostra falsa idolatria, allora il nostro impero sopravviverà. Ma se non lo faremo, se ci verrà a mancare la fede, allora il nostro mondo avvizzirà e morirà in una siccità peggiore di quella che, secondo la storia, è avvenuta tempo fa. Se non manteniamo la parola data agli dèi, il nostro mondo diventerà tutto così. - Quest fece un gesto con le mani, a includere la desolazione che li circondava. - E noi moriremo di una morte per arsura!
Alla descrizione dell'inferno alkhal, Ninian si rimangiò la risposta mordace che le era venuta subito in mente, e presto scoprì di averla dimenticata per un altro motivo. La voce di Quest si spense mentre lei lo fissava, osservando la sua figura familiare e amata come se lo stesse vedendo realmente per la prima volta. Pervasa da un'improvvisa ondata di intenso desiderio fisico per lui, reagì inarcando la schiena, consapevole di un calore che le cresceva nello stomaco.
Quest doveva aver percepito il suo cambiamento di umore perché le chiese, con voce diventata inaspettatamente roca: - Perché mi stai guardando in quel modo?
- In che modo? - L'invito che avvertì nella sua stessa voce scandalizzò Ninian. Cosa stava facendo? Di certo aveva troppo orgoglio per gettarsi, non desiderata, tra le braccia di quell'uomo, a prescindere da quello che provava. Stava cercando di indurre Quest a infrangere il suo voto? Ma lui non l'aveva ancora pronunciato, si disse, rabbrividendo malgrado il caldo.
Quest avanzò di un passo verso di lei, finché i loro corpi quasi si toccarono. La sua pelle era liscia, vellutata. - Ninian - disse, con voce rauca. - Non farlo. Non guardarmi in quel modo.
- Perché no? Non sei ancora un sacerdote - bisbigliò lei. Esitando, sollevò una mano e gliela posò sul torace, avvertendo il calore ardente della sua pelle attraverso la camicia. Con gioia incredula, gli lesse negli occhi che il desiderio che provava per lei eguagliava la sua brama per lui. Un residuo di buonsenso l'ammoniva a fermarsi finché ne era ancora capace, a tirarsi indietro, ad allontanarsi dal pericolo, ma era da talmente tanto tempo che si controllava che spazzò via il buonsenso, mentre il suo respiro diventava più rapido.
- Ninian… - La voce di Quest tremò, quindi s'indurì. - Perché no? Perché no? Forse gli dèi ti hanno data a me. - Un secondo dopo aveva le mani intorno alla sua vita, e gli occhi gli si incupirono fino a un color oro intenso mentre l'attirava con rudezza a sé. Con i corpi premuti insieme in una passione reciproca, Ninian non udì la sua ultima osservazione, smarrita com'era in un mare di sensazioni. Lui chinò la testa e la baciò con prepotenza, e la sua violenza trovò una corrispondente scintilla in lei.
Il sole avvampava sopra di loro, ma né Ninian né Quest ricordavano dove erano, o perché.
Lei era avvinta in sensazioni, ogni sua terminazione nervosa reagiva al più lieve tocco di Quest, e ogni attimo era un'estasi. Anche mentre lui bisbigliava: - Perché non dovrei avere quello che hanno tutti gli uomini, solo per questa volta? Forse gli dèi approvano? - lei non udiva niente, consapevole soltanto del sentimento estatico di una passione che stava per essere appagata. Quando alla fine giacquero nudi sul duro terreno, i loro corpi coperti di polvere avvinti insieme, Ninian era inconsapevole di tutto a parte la presenza fisica di Quest, ignara delle scomodità, del sole che ardeva sopra le loro teste.
Il rapporto sessuale fu il risultato di una battaglia a lungo combattuta tra loro due piuttosto che un atto d'amore. Entrambi lottavano per ottenere quello che volevano dall'altro, privati della coscienza dall'intensità del desiderio, eppure tutti e due vi si arresero con pari disponibilità. Non c'era senso di colpa, né goffaggine, ciò nonostante l'atto era per qualche motivo innocente, come se così dovesse essere. Ninian non era mai stata così consapevole del proprio corpo, come se fosse in grado, in qualche modo, di osservare l'attività interiore del suo io fisico. Lei era lì, ed era al tempo stesso assente, una semplice osservatrice.
Per un breve attimo, controllato il piacere, fu di nuovo se stessa.
- Da tutto questo io avrò una figlia - disse in un mezzo sussurro, con la testa gettata all'indietro. Aveva l'impressione che le parole le fossero state strappate, anche se Quest non le udì, e Ninian fu colta dall'assoluta convinzione che ciò che aveva detto era vero; non era una semplice intuizione. Non aveva il minimo dubbio che il frutto delle loro azioni sarebbe stata una figlia, nata da quel momento nella polvere.
- Sahrai. La chiamerò Sahrai, come mia madre - mormorò, distratta mentre il suo corpo si muoveva a tempo con quello di Quest, e il futuro, o almeno così pensava, non era ancora irrevocabile. Lanciò un grido, chiedendosi quale dei molti attimi di piacere era quello che aveva suggellato la sua esistenza di bambina, portando Sahrai dai regni del possibile a quello reale.
In seguito, mentre se ne stava sdraiata con la testa sul torace liscio di Quest, Ninian si chiese perché si sentisse così sicura che ciò che aveva detto era vero, che Sahrai non era un sogno bensì una realtà, e le passò per la mente che avrebbe dovuto dire qualcosa a Quest. Si mosse, sul punto di pronunciare le parole a voce alta, ma qualcosa la fece esitare e, con avidità, racchiuse il segreto dentro di sé, rifiutandosi di ammettere la disonestà. Era una cosa che apparteneva a lei, non a Quest, proprio come quell'altra vita che cresceva nel suo corpo, e non l'avrebbe condivisa, non ancora, fintanto che era ancora nuova e preziosa.
Quest si era quasi assopito. Giacendo immobile, Ninian finì per accorgersi della scomodità, e della pelle che le bruciava sotto il calore poco familiare del sole. Della durezza del terreno e del suo corpo appiccicoso e accaldato. Si allungò a prendere la sua maglia, che giaceva nella polvere dove Quest l'aveva gettata.
- Cosa c'è? Dove stai andando? - chiese Quest con voce assonnata, sentendosi abbandonare dal suo peso. Sembrava spaventato. Ninian si infilò la maglia dalla testa, abbassando lo sguardo sull'uomo che amava da sempre.
L'amore per lui era tuttora presente, ma non nella forma che lei aveva creduto. Non come, stando alle leggende, si erano amati l'un l'altro Sythera e Columb, i primi akhal, non come la loro figlia Arkata aveva amato il suo prescelto Adamon, dopo la morte del quale aveva portato il lutto per tutta la vita. Lei amava Quest come un amico, niente di più.
Ninian si sentì avvampare in faccia nel rendersi conto che quello che le era sembrato un amore appassionato e romantico non era stato altro che un'illusione; era stata più innamorata dell'idea di amare Quest che della realtà. Era stata, come Bellene le aveva ripetuto abbastanza spesso mentre cresceva, una bambina viziata che gridava: "Lo voglio" quando c'era qualcosa che non poteva avere.
Senza più lo schermo dell'infatuazione sessuale, riusciva a guardare Quest con occhi nuovi, adesso che la sua mente e il suo corpo non erano separati. E Ninian vide un uomo molto giovane e innocente, molto più giovane di lei per maturità, uno per il quale il mondo conservava ancora le sue illusioni. I bellissimi occhi chiusi nel sonno rivelavano la vulnerabilità del suo volto, e Ninian provò un forte senso protettivo, chiedendosi quanto sarebbe stata dura la caduta una volta che le illusioni di Quest si fossero alla fine infrante.
- Cosa ti ho fatto? - mormorò.
Il suo corpo era ben formato, con torace, braccia e gambe muscolose, come lo erano la maggior parte degli akhal per il gran nuotare che facevano nei laghi. La pelle di Quest era glabra, a differenza di quella di Kerron, che era coperta di una fine peluria scura su braccia, gambe e torace, e anche in faccia, dove a nessun akhal crescevano peli; una differenza tra i Thelian e gli akhal. Secondo la leggenda, tutte le nove popolazioni dell'impero discendevano in definitiva dallo stesso ceppo Thelian, ma Ninian non era sicura di crederci.
Il corpo di Quest le era familiare come il suo. Nuotavano insieme da quando erano bambini. Ninian si vergognava, non per aver fatto l'amore, che era naturale e bello, ma per aver ingannato se stessa, e non poco per la parte avuta nell'indurre Quest a infrangere il suo voto di celibato.
- Mi dispiace - iniziò. - Non avrei dovuto…
Lui si mosse e la interruppe, rizzandosi a sedere di scatto. - Non dispiacerti. Lo sai che ero solito giacere sveglio di notte, sognando di amarti, Ninian? Pur sapendo che non avrei nemmeno dovuto pensare a te. - Sorrise con aria indolente. - Ma qui, in questo luogo, ho sentito che gli stessi Signori della Luce mi sorridevano, e mi hanno concesso te.
- Oh? - Lei si irrigidì, di colpo furiosa. - Non penso di essere una loro proprietà da poter concedere. - Ma sapeva che non era stata intenzione di Quest offenderla. - Allora, non sei arrabbiato perché ti ho sedotto?
- L'hai fatto? Credevo di essere stato io a tentarti. Ma no. - Lui la guardò con espressione franca e fiduciosa. - In quale altro modo potevo sapere con esattezza a cosa rinuncerò quando diventerò sacerdote? Sarò grato in eterno per questo dono. - Le rivolse un'occhiata penetrante. - E tu? Come ti senti? Questa sarà l'unica volta, Ninian.
Lei annuì. - È stato un errore, Quest, un mio errore. - Sollevò la testa, sorprendendo un'espressione scioccata e ferita sul suo volto. Confusa, si affrettò ad aggiungere: - Per anni mi sono resa ridicola per te, e tu l'hai sopportato. Ti amo, Quest, ma come un amico. Ero infatuata dell'idea di te, ma grazie a te, questo di oggi è stato un vero rito di iniziazione all'età adulta.
Non gli avrebbe detto quello che avevano fatto, che avrebbero avuto una figlia. Ninian era gelosa di quel segreto, e non avrebbe saputo dire se taceva per un oscuro bisogno di ritorsione, oppure semplicemente perché non voleva ancora condividere quella notizia. Appena tornati alle Paludi, Quest e Kerron si sarebbero recati subito a Enapolis per essere istruiti; non era il momento di dirglielo. Bellene sarebbe stata lieta di accogliere una bambina perché, al momento, le risorse di Arcady non erano scarse: c'era cibo in quantità, e spazio.
- Dovremmo andare a cercare gli altri. Si sta facendo tardi. - Ninian si alzò in piedi, stirandosi. - Ahi! Temo che il sole mi abbia scottato in parti dove non avrebbe dovuto.
Quest rimase dov'era, con la fronte aggrottata. - Ho sognato - disse d'un tratto. - Ho sognato appena adesso che tu mi odiavi, che volevi farmi del male.
- Io? - Ninian si infilò i gambali.
- Adesso dici che è stato tutto un errore. - Quest fissava con sguardo freddo la polvere, evitando di guardarla.
Un brivido corse lungo la spina dorsale di Ninian. - Sciocchezze, è la tua immaginazione - si affrettò a dire, soffocando un improvviso senso di colpa; era impossibile che lui sapesse.
- Forse. Questo luogo è sufficiente a far sognare chiunque. - Ma non era una risposta. Senza ombra d'imbarazzo, Quest si alzò in piedi e si chinò a recuperare i suoi abiti, accigliandosi nel vederli impolverati. Ninian notò che i suoi capelli erano impregnati di polvere rossa.
Una volta che furono pronti, Quest indicò verso nord. Non le tese la mano, e Ninian si rese conto con disagio che era un'omissione deliberata. Dunque, non erano più nemmeno amici? Lei aveva distrutto anche quello?
Eppure, quando guardò Quest, capì dalla sua espressione che era di nuovo schiavo dell'atmosfera delle Terre Aride, e sognava i suoi dei, non lei. In lontananza, riparandosi gli occhi, Ninian riuscì a distinguere tre figure accanto a un grosso masso, ognuna a sé stante, come se avessero litigato.
- Che cosa gli è successo? Questa atmosfera aliena ha influenzato anche loro? - chiese a voce alta. C'era qualcosa in quel luogo, qualcosa di sbagliato. Avrebbe mai saputo o capito perché lei e Quest avessero ceduto all'impulso?
- Non saremo più gli stessi, nessuno di noi, perché oggi siamo venuti qui - disse con calma, provando di nuovo la spaventosa sensazione che le parole le fossero strappate a forza, che a lei non risultava di avere avuto intenzione di pronunciarle.
Quest si voltò verso di lei. - Cos'è stato?
- Niente. - Ninian sospirò, sapendo di aver mentito, con la riluttante consapevolezza di aver espresso soltanto la verità, anche se l'aveva ignorata fino a quel momento. - Vorrei che non fossimo venuti.
Ma Quest non la udì mentre inclinava la testa di lato, ascoltando con attenzione nel silenzio.
Ninian si chiese, a disagio e depressa, la voce di chi pensava di udire.