Editrice Nord

Capitolo d'esempio

Autore: Maggie Furey
Titolo: Lo spirito della pietra

1
UNA FREDDA SERA D'INVERNO 


Il tramonto era ancora lontano quando Seriema e i suoi compagni fuggirono dalla città di Tiarond. I loro cavalli galoppavano sulla pianura fangosa, fra le spettrali pire fumanti dove i cadaveri bruciavano ancora nonostante la nevicata di quella notte. Mentre si allontanavano dalla città assalita e ormai condannata, Seriema dovette ricorrere a tutto il suo autocontrollo per non voltarsi a guardare indietro. Era sicura che l'orrore che s'erano lasciati alle spalle non aveva cessato d'inseguirli. 
Stava piovendo: una fredda e sottile acquerugiola che raggelava la faccia e penetrava negli indumenti da ogni fessura, ma essere bagnata era l'ultimo dei problemi di Seriema. Quel giorno, i robusti muri di potere, di ricchezza e di privilegi che aveva pazientemente costruito intorno a sé erano crollati, e lei, la più importante Dama di Tiarond, era adesso diventata una vagabonda senza casa, minacciata da pericoli d'ogni genere, con un futuro incerto e la sua stessa vita appesa a un filo. 
Soltanto l'orgoglio le dava la forza di andare avanti. Era piena di rabbia, dolorante e spaurita; avrebbe voluto piangere, bestemmiare, sbraitare come una vecchia brontolona... ma qualunque disgrazia il destino le avrebbe gettato addosso, lei era decisa a fronteggiarla con tutta la sua determinazione. Avrebbe preferito camminare scalza sui cocci di vetro che mostrare debolezza e paura davanti ai suoi nuovi compagni, anche se era difficile tenere sulla faccia quella maschera di coraggio. 
Immagini sconnesse degli avvenimenti accaduti nelle ultime ore le passavano nella mente. Sofferenza e terrore. Il sapore del sangue e l'odore della sua stessa paura. La faccia dell'uomo che l'aveva aggredita, contorta dall'odio e dalla brama di uccidere. Il diabolico umanoide alato entrato in casa sfasciando una finestra, con le sue movenze rapide e bestiali, le zanne spalancate gocciolanti di bava. Marutha, la governante che aveva avuto una parte così importante - quella vecchia chiacchierona - nella sua vita fin dall'infanzia, gettata come uno straccio sul pavimento della cucina, coi capelli grigi imbrattati di sangue e di pezzi di cervello. Seriema represse un singhiozzo. Poco prima lei aveva mandato via Marutha dalla sua stanza, dopo un battibecco, e le ultime parole che la poveretta aveva udito dalla sua amata padrona erano state aspre, dette nell'ira. 
Non ci pensare ordinò Seriema a se stessa. Se si lasciava andare, era perduta. Concentrati su ciò che stai facendo, su dove questo mercante vuole condurci, e su cosa pensa di fare quando saremo là. Era meglio così. Lei non poteva far niente per cambiare il passato, ma il suo futuro, per quanto incerto, era una cosa di cui non doveva perdere il controllo. 


Bambina mia. Bambina mia. Bambina mia. Bambina mia. Gli zoccoli dei cavalli al galoppo ritmavano quelle parole nella mente di Tormon. Il mercante si strinse al petto la figlioletta, avvolta nella coperta; così piccola, così infinitamente preziosa. 
Ti ho ritrovata, Annas, piccina mia. E ora saprò proteggerti. Purché stiamo insieme, nient'altro conta. Cosa m'importa di quel che ne sarà di questa maledetta città? 
Parole baldanzose, ma l'uomo ebbe un brivido nel ripensare all'abominevole essere alato nella casa di Dama Seriema, e al nero sciame dei suoi compagni che riempiva il cielo. Nei suoi orecchi echeggiavano ancora le grida dei tiarondiani intrappolati fra le mura dei Sacri Quartieri in cima alla montagna, come pecore in un mattatoio, inermi sotto quell'attacco improvviso. Tormon strinse a sé Annas ancora più forte, finché la bambina ebbe un gemito di protesta e si contorse. 
Perché dovrei preoccuparmi del loro destino? Loro hanno ucciso Kanella, la mia compagna. Meritano di morire. 
Ma nel suo cuore sapeva che questo non era vero. I tiarondiani erano gente comune, uomini, donne e bambini non diversi da chiunque altro. Non erano stati loro ad assassinare Kanella. Il responsabile era Zavahl... lui aveva ordinato che fosse uccisa. Ma adesso anche il Gerarca era probabilmente morto. Elion, il misterioso giovanotto che Tormon aveva incontrato sulla pista la notte prima, aveva in progetto di salvargli la vita per motivi che soltanto lui conosceva, ma il mercante era sicuro che le sue probabilità di riuscirci erano poche. No. Zavahl doveva essere già stato sacrificato sulla pira davanti al suo stesso popolo, per placare un Dio irato, oppure - se l'esecuzione era stata interrotta - a ucciderlo avevano provveduto i mostri alati che ora stavano assalendo la città. Tormon non sapeva quale delle due ipotesi preferire. Morire bruciato comportava una certa agonia... ma in quel clima umido, c'era il rischio che il fumo soffocasse Zavahl prima che il fuoco gli mordesse le carni. Forse gli invasori piombati giù dalle nuvole erano la soluzione più soddisfacente. Immaginò il Gerarca che si contorceva e urlava, legato al palo della pira, mentre gli artigli di quei vampiri gli strappavano fuori le budella, gli cavavano gli occhi... 
Un tempo, il mercante avrebbe avuto vergogna di se stesso per quei pensieri così vendicativi e sanguinosi. Ora, non più. 
Era scesa la notte. Gli zoccoli dei cavalli sollevavano schizzi di neve sciolta dalle pozzanghere che costellavano la pianura a occidente della città. Tormon cercò di tenere lo sguardo davanti a sé, perché su entrambi i lati le pire semispente continuavano a rosseggiare nel buio. I resti dei cadaveri mezzo bruciati erano ancora orribilmente visibili, fra il fumo. Lui cercò di proteggere Annas da quello spettacolo terribile tenendola rivolta verso di sé, e tirandole su il bordo della coperta intorno alla faccia. 
Al suo fianco s'avvicinò un'ombra, e lui riconobbe Dama Seriema, in sella al grande sefriano nero gemello del suo. Preoccupato com'era, il mercante aveva quasi dimenticato i compagni di fuga: Presvel, l'assistente della Dama, che rabbrividiva di freddo nel suo elegante abito da città inadatto a un viaggio di quel genere; una giovane donna che Tormon non conosceva, bionda e dai capelli svolazzanti, aggrappata alle spalle di Presvel; Scall, il ragazzotto magro che s'era occupato con tanto impegno dei due poderosi sefriani; e naturalmente Dama Seriema, fino a quel giorno la più ricca e potente commerciante di Tiarond. 
La donna che s'era accostata al mercante aveva la faccia graffiata, sporca di fango e sangue coagulato, e i suoi capelli bruni erano aggrovigliati come quelli di una strega; nessuno avrebbe riconosciuto in lei la ricca e istruita Dama a capo dell'Assemblea Mercantile e del Consorzio Minerario. Lo stato in cui era ridotta non poteva sorprendere, per la verità. Neppure un'ora prima un pazzoide deciso ad ammazzarla l'aveva aggredita, nella sua elegante dimora. Era stata picchiata e quasi violentata. La sua città stava subendo l'attacco devastante di un'orda di mostri alati avidi di carne umana. Seriema aveva perduto tutto: il suo denaro, le case e i palazzi, il suo rango, un impero commerciale. Tutto fuorché la vita e il suo indomabile orgoglio, rifletté Tormon notando la luce che aveva negli occhi, il modo in cui si teneva eretta e la piega dura della sua bocca. Quella determinazione era una cosa che lui rispettava in una donna, ma c'era da chiedersi quanto avrebbe retto. Benché Seriema padroneggiasse le sue emozioni come il poderoso cavallo di cui teneva le redini, il mercante sapeva che questo le stava costando un duro sforzo. 
La voce di Seriema non tradì alcun segno di quella tensione. Fece affiancare il cavallo a quello di lui, per farsi udire al di sopra del vento, e il mercante poté leggerle in faccia quella domanda prima che aprisse bocca. 
Oh, dannazione, non chiedermi dove stiamo andando adesso, Seriema. Cosa ti fa credere che io lo sappia meglio di te? 
- Dove stiamo andando, Tormon? - La voce che usciva dalle labbra insanguinate e tumefatte di lei era quasi incomprensibile. - Hai un piano? 
E perché, in nome di Myrial, dovrei essere proprio io ad avere un piano? 
Fino a quel momento il mercante s'era concentrato su ciò che non voleva fare. Non voleva rimettere mai più piede a Tiarond. Non voleva che sua figlia corresse altri pericoli, e soprattutto non voleva ritrovarsi davanti uno degli infernali esseri volanti che avevano assalito la città. Tutti obiettivi ragionevoli, niente da dire... ma ci voleva Seriema per ricordargli che aveva bisogno anche di una destinazione su cui dirigersi. 
Via da lì. Lontano, e subito. Il resto poteva aspettare. Tutto ciò che Tormon desiderava per il momento era mettere quanta più terra e acqua poteva fra sé e la capitale di Callisiora, con la sua politica assurda, le sue cerimonie arcane, i suoi misteri e i suoi intrighi... e il suo Gerarca, un uomo capace di ordinare l'omicidio di una giovane madre e di sua figlia a sangue freddo. Si augurava che quella pioggia cadesse anche sulle montagne davanti a loro, per sciogliere un po' della neve che la notte precedente aveva bloccato il Passo. Forse, una volta tanto, quel tempo umido avrebbe reso più facile la sua strada. 
Il mercante alzò la voce, rivolgendosi a tutti i suoi compagni: - Io porto Annas oltre il Passo del Serpente - disse. Nella sua mente cominciò a prendere forma un piano. - Fra i Reivers delle colline orientali saremo al sicuro. Voi potrete... - Tacque, accorgendosi che Seriema non stava più ascoltando. La donna s'era voltata a guardare indietro, con uno strano miscuglio di delusione e di sollievo sulla faccia. Seguendo il suo sguardo Tormon sentì una stretta al cuore per la paura. Per quanto fosse incredibile, col caos che aveva travolto la città, qualcuno li stava inseguendo. 


Ciò che Seriema aveva visto alle loro spalle era una fila di luci: probabilmente un gruppo di Spade di Dio a cavallo, ciascuno munito di torcia, che uscivano dalla porta più meridionale della città. Anche a quella distanza era evidente che stavano seguendo le tracce dei fuggiaschi, stampate nella melma, e a una velocità superiore alla loro. Per un momento le redini sfuggirono dalla sua mano bagnata, e lei le riafferrò, imprecando. 
Che a inseguirli fosse quell'intrigante di Blade? Strinse le palpebre, cercando di vedere qualcosa oltre la pioggia e il fumo delle pire. Impossibile capire chi fossero, dannazione! 
Il pensiero d'incontrare il comandante delle Spade di Dio non le sorrideva affatto. Come potrei affrontarlo, così sporca e malconcia? fu il primo pensiero che le balenò, e subito maledisse rabbiosamente la sua vanità. Razza di stupida! A lui non importa che aspetto hai. Perché dovrebbe guardarti? Sei già servita ai suoi scopi, ormai. 
Seriema ebbe una smorfia al ricordo della sua ingenuità. Blade l'aveva usata come una pedina nel suo gioco di potere contro il Gerarca, e lei, o meglio la zitella romantica nascosta dietro la sua maschera di Dama ricca e sicura di sé, s'era lasciata manovrare. Affascinata dalle attenzioni galanti del virile e carismatico ufficiale, era andata a cacciarsi nella sua trappola. 
Come potrei guardarlo in faccia, dopo che mi ha fatto passare da sciocca? Eppure, nonostante la delusione e il disgusto di se stessa, c'era una parte di lei che aspettava l'avvicinamento delle Spade di Dio con sollievo. Ora tutto andrà bene. Sono salva. Il Nobile Blade risolverà questa crisi. Lui avrà cura di me. 
L'imprecazione di Tormon la distrasse da quei pensieri. Era la prima volta che lo sentiva pronunciare simili parole. C'era timore negli occhi dell'uomo quando abbassò lo sguardo sulla figlioletta... ma la sua voce vibrava anche di rabbia. Seriema non poté evitare di sentirsi in colpa. Era così concentrata sulle sue preoccupazioni che aveva dimenticato il grave pericolo che Blade rappresentava per il mercante e sua figlia. Benché lei non avesse nessuna idea di quel che c'era dietro le manovre dell'uomo, la Suffraganea Gilarra le aveva detto che il comandante delle Spade di Dio, insieme al Gerarca Zavahl, era responsabile della morte della moglie di Tormon. 
Il mercante guardò ancora dietro di loro e scosse il capo. - La vedo brutta. Ci raggiungeranno presto. I sefriani hanno resistenza da vendere, ma non sono animali veloci. 
Seriema sapeva che aveva ragione. Non c'era modo di fuggire. Le Spade di Dio, coi loro cavalli leggeri e agili, stavano guadagnando rapidamente terreno. Si volse a parlare a Tormon, ma questi aveva rallentato per accostarsi a Scall, che aveva insistito per portarsi dietro la ridicola mula del mercante. I due restarono affiancati qualche momento, poi il ragazzo cambiò direzione e sembrò svanire fra le ombre della pianura, inghiottito dall'oscurità e dal fumo delle pire. 
Quando il mercante accelerò per accostarsi ancora a Seriema, le sue braccia erano vuote. C'era uno sguardo grigio e inespressivo nei suoi occhi, mentre controllava di avere al fianco il fodero della spada. Lei capì che ora, avendo fatto tutto ciò che poteva per mettere in salvo sua figlia, era deciso a vendicarsi portando con sé all'altro mondo tutte le Spade di Dio che avrebbe potuto. E forse, se fosse riuscito a tanto, anche lo stesso Blade. 
No, non fargli del male! 
Sì, lascia che io ti aiuti! 
Seriema maledisse il suo cuore così ambivalente. 
Poi non ci fu più il tempo di pensare a niente. Le Spade di Dio li raggiunsero illuminando la notte con le loro torce, su cavalli che sbuffavano nuvole d'alito condensato mentre passavano a destra e a sinistra del gruppetto di fuggiaschi senza rallentare affatto. Seriema li guardò a occhi sbarrati, stupefatta, quando li sentì ordinare: - Fatevi da parte, pezzenti! - Poi il suo cavallo fu sorpassato da una colonna di soldati che non li degnarono di uno sguardo. Pochi momenti dopo le Spade di Dio se li erano lasciati alle spalle, proseguendo verso il Passo. 
Seriema e i suoi compagni, bagnati e sporchi di fango, furono lasciati su un lato della pista a guardarsi in faccia, sbalorditi. Presvel corrugò le sopracciglia. - Cosa significa questa storia? - Il suo assistente era al corrente della situazione di Tormon, come Seriema sapeva, data la sua abitudine di origliare alle porte. Seriema sospettava che ora provasse sentimenti non dissimili dai suoi: sollievo perché il mercante e sua figlia non erano stati visti da Blade, ma anche delusione per il disinteresse del comandante. Le Spade di Dio rappresentavano l'autorità, la sicurezza e l'ordine, i tre puntelli della vita quotidiana di Presvel come della sua. 
Fra le ombre qualcosa si mosse, e mentre gli occhi di Seriema si riabituavano alla penombra lei vide Scall sbucare dal fumo delle pire in groppa alla giumenta marrone, tirandosi dietro la mula ormai stanca. Il ragazzo restituì la bambina al padre, con evidente sollievo. Agitandosi fra le braccia di Tormon, Annas sembrava condividere quel sentimento. - Quello lì mi ha messo una mano sulla bocca, papi! - si lamentò con la sua vocetta. - E ce l'aveva tutta sporca di fango! 
- Be', non voleva saperne di stare zitta - si difese Scall. - In ogni modo, un po' di fango non ha mai ammazzato nessuno. 
- Aveva un sapore schifoso! - insisté Annas, indignata. 
- Se tu non mi avessi morso, non te ne saresti accorta, no? 



Tormon non fece neppure caso a quelle parole. Mentre i soldati li sorpassavano aveva fatto in tempo a vedere in faccia l'ultimo della fila, rimasto un po' indietro perché sembrava avere qualche difficoltà col suo cavallo. Elion? Là fuori con Blade? Cosa diavolo stava succedendo? Continuò a guardare le Spade di Dio che s'allontanavano su per la pista finché il battibecco fra sua figlia e Scall lo distrasse. - State zitti, voi due - grugnì. - Non è il momento, per queste sciocchezze. Sto cercando di pensare. - Fece accostare il cavallo a quello di Seriema. - Tu conosci bene il Nobile Blade, mia signora. Hai un'idea di quel che sta facendo? Non capisco. La città è sotto attacco, e lui si precipita come un demonio su per la montagna. 
Seriema si raddrizzò sulla sella. - Cosa ti fa pensare che io sia al corrente delle manovre del Nobile Blade? Qualunque cosa tu abbia sentito dire di me e di lui, sono soltanto delle bugie. 
Il mercante la guardò con stupore. Cos'aveva detto, per far saltare la mosca al naso a quella donna? Be', in ogni modo lui non aveva il tempo di pensarci. Doveva prendere una decisione... ma c'era davvero la possibilità di decidere qualcosa? Dal momento che Blade era sulla pista che saliva al Passo del Serpente, il suo gruppetto restava a corto di alternative. Si rivolse ai compagni. - Questo cambia tutto. Ora sarebbe pericoloso andare su per la montagna. Io prenderò la strada delle colline, che dall'altipiano va alle terre basse, ma voialtri potete proseguire e fare come volete. La strada per il Passo sarà sorvegliata, ed è così scoscesa che nel buio avrete difficoltà, ma... 
- Tormon, che stai dicendo? - lo interruppe Seriema. - Non puoi prendere la strada per le terre basse. Non l'hai saputo? Le piogge sull'altipiano hanno inondato tutta la zona. Le piste sono diventate dei torrenti. 
Il mercante ebbe una stretta al cuore. - Ne sei certa? Forse la situazione non è così brutta. Con un po' di attenzione potremmo... 
- Non sappiamo niente. La gente che è andata da quella parte non è tornata indietro a raccontarlo. Si pensa che siano stati spazzati via dall'acqua e affogati - lo informò Seriema con voce piatta. I suoi occhi lampeggiavano e teneva la testa alta. All'improvviso era di nuovo l'imperiosa grande Dama. - Andare da quella parte sarebbe un suicidio. Tu puoi portare con te il ragazzo, se non ci tenete alla pelle, ma Presvel e io restiamo qui. 
- Tuoni e fulmini! - Tormon si voltò a guardare la montagna, dove pochi barlumi indicavano che le Spade di Dio stavano cominciando a salire sulla pista spazzata dal vento. Fece un sospiro. - Io devo tentare in ogni caso. Quanto a voi, come ha detto Dama Seriema, avete un'altra scelta: potete seguire le Spade di Dio, oppure aspettare qui il loro ritorno. Se rientrate in città con loro, forse potranno proteggervi. Fate come volete. Ma se qualcuno preferisce venire con me, si decida adesso. Io voglio arrivare sulla cima delle colline per stanotte, così avrò il tempo di far riposare un po' i cavalli. Se vedrò che la pianura è inondata, aspetterò fino all'alba prima di scendere sull'altro versante. - Senza aspettare le obiezioni degli altri, l'uomo voltò il cavallo verso sud e lo spronò avanti. Ora che aveva preso la sua decisione, era ansioso di andare. 
Un'ombra lo raggiunse. Era Scall, in groppa alla giumenta e con la riluttante Esmerilda a rimorchio. Il ragazzo non appariva molto entusiasta. - Volevi abbandonare qui questa povera mula? 
Tormon scosse il capo. - No, amico, e non volevo abbandonare neanche te. È importante che sia tu a decidere dove vuoi andare, ma contavo che restassi con me, e sono contento che tu l'abbia fatto. 
- E l'altro sefriano? Sono una coppia. Non puoi separarli. 
Il mercante ridacchiò. - Tu aspetta e vedrai. 
Già mentre diceva quelle parole, Seriema galoppava dietro di loro schizzando fango dappertutto nella fretta di raggiungerli. La seguivano Presvel e la ragazza bionda, sul cavallo che appesantito dal doppio carico stentava a mantenere il passo. A giudicare dalle loro facce scure, la Dama e il suo assistente avevano avuto un breve quanto aspro scambio di opinioni... ed evidentemente Seriema aveva perso. - Che ti colga la peste - sbottò, rivolta a Tormon. - Non ci hai lasciato nessuna scelta. 
- Prenditela col tuo amico Blade, Dama. È stato lui a non lasciare scelta a me. 


Sulla montagna, in quello stesso momento, due donne e un drago di fuoco avevano fatto sosta su uno spiazzo, sulla pista che portava al Passo del Serpente. Veldan e Toulac erano scese a sgranchirsi le gambe, dando a Kazairl il tempo di riposare un poco dopo la loro precipitosa fuga dalla città. Mentre riprendevano fiato, il drago di fuoco scrutava la pista, più in basso, alla ricerca di eventuali inseguitori. Sembrava che non ci fosse nessuno, e agli occhi umani tutto appariva tranquillo, sotto la pioggerellina fitta. Ma Kaz non ne era affatto convinto. - Ci sono dei soldati, da qualche parte - insisté la sua voce telepatica. - È strano che voi non ne sentiate l'odore. Puzzano di ferro, di sudore e di sangue. 
Quella notizia non sorprese Toulac. Era esattamente quel che s'era aspettata. - Quel figlio di puttana di Blade non era capace di starsene a Tiarond a grattarsi la sua rogna. Vuole prenderci. Ha mandato degli uomini dietro di noi lungo il tunnel sotterraneo, e scommetto che lui stesso si è precipitato su per la montagna, per vedere se riesce a precederci sulla pista. 
- Che possa schiattare. - Veldan ringhiò delle imprecazioni che avrebbero potuto uscire solo dalla bocca di una vecchia soldatessa come Toulac. L'altra la guardò con aria d'approvazione. Nonostante l'amicizia nata fra le due donne, in realtà sapevano ben poco l'una dell'altra. Nei tre giorni dacché erano insieme, Veldan aveva soprattutto dormito, per riprendersi, dopo che la slavina l'aveva travolta, e fin'allora aveva parlato ben poco. Toulac decise che la sua giovane amica stava ritrovando le forze e la fiducia in se stessa, e cominciava a guardare al futuro con maggior sicurezza. Prima, però, dovevano superare gli ostacoli che le attendevano nelle prossime ore. Starsene sedute lì sotto quella fredda pioggia non le avrebbe portate a niente. 
Ma correre rischi non necessari sarebbe stato peggio. Toulac, con la sua esperienza di campagne belliche, conosceva la differenza fra ciò che si vuole e ciò che si deve fare. Ora stavano tornando alla segheria per recuperare Mazal, il suo cavallo da guerra, che avevano lasciato là quando l'edificio era stato occupato dagli uomini di Blade. Lei aveva persuaso Veldan a ritornare, ma se Kaz sentiva l'odore dei soldati sarebbe stato un suicidio tentare di riprendersi quel cavallo, per quanto prezioso le fosse, e lei non poteva chiedere a Veldan e a Kaz di rischiare la vita così. 
Quando Veldan aveva accettato di tornare a recuperare il cavallo, la veterana aveva ringraziato il cielo di avere una compagna di viaggio così comprensiva. Ora però vedeva la preoccupazione sul volto sfregiato della giovane donna. Le stavano venendo dei dubbi? Toulac non avrebbe potuto darle torto. Andare da quella parte significava finire dritte fra le grinfie di Blade. 
È inutile. Devo rinunciare a Mazal. Non posso farci niente. 
Era la decisione giusta, ma non le riusciva facile. Mazal era tutto ciò che le restava dei suoi gloriosi giorni di soldatessa. Era stato un amico fedele e le aveva salvato la vita in più di una battaglia. Ora Toulac si sentiva nelle ossa che non sarebbe più tornata al suo mulino. Doveva rinunciare a Mazal, e abbandonarlo laggiù al suo destino. 
Quando si voltò verso Veldan, la giovane donna la stava guardando. - Senti, Toulac. Se vuoi che torniamo giù in pianura, va bene. Abbiamo Kaz ad aiutarci. In qualche modo ce la faremo. 
La veterana deglutì saliva. - Non essere sciocca, ragazza. Non possiamo tornare là, e tu lo sai. Andiamo avanti, oltre il Passo, finché abbiamo ancora un po' di vantaggio su quei bastardi. 
- Sei sicura? 
- Sicura, sì. - Toulac le diede le spalle, per nasconderle la sua faccia. - Avanti, non perdiamo altro tempo. - Usando un macigno come sgabello, si arrampicò goffamente sulla groppa del drago di fuoco. 


Per Veldan fu un sollievo che Toulac avesse rinunciato all'idea di recuperare il cavallo. Apprezzò quel sacrificio, e non volle girare il coltello nella piaga discutendo ancora dell'argomento. Era l'ora di muoversi. Gli uomini di cui Kaz aveva sentito l'odore non potevano essere troppo lontani, alle loro spalle. - Hai ripreso fiato, Kaz? Sei pronto? 
- Quando vuoi, capo. - Il drago di fuoco allargò un ginocchio e Veldan lo usò per salirgli in arcioni. L'agile movimento con cui era abituata a farlo si spezzò goffamente quando urtò con una gamba il corpo inerte di Zavahl, gettato sul dorso del drago di fuoco fra lei e Toulac. 
- All'inferno! - Veldan si massaggiò il ginocchio, con cui aveva colpito alla testa l'ex Gerarca. L'uomo mugolò e si contorse, ma lei non ci fece caso. Perché avrebbe dovuto preoccuparsi di avergli fatto male? La prima volta che quell'individuo l'aveva guardata in faccia aveva fatto una smorfia alla vista della sua cicatrice, come se gli facesse schifo, e l'aveva chiamata "creatura", come se lei non fosse un essere umano. Dopo questo episodio, Veldan non lo aveva degnato della sua considerazione. Se non fosse stato per il fatto che l'uomo condivideva il suo corpo - involontariamente, comunque - con la mente di Aethon, il Veggente del Popolo dei Draghi, lo avrebbe volentieri lasciato bruciare sulla pira sacrificale dalla quale lei e la sua compagna lo avevano strappato via. 
- Sei pronta? - La voce telepatica del drago di fuoco interruppe i suoi pensieri. - Mi sembra di sentire rumore di cavalli, su per la pista. 
- Va bene. Togliamoci da qui! 
- Tenetevi salde, signore. - Kaz partì al trotto e accelerò lungo la pista, che in quel tratto scorreva fra gli alberi. Nessuno aveva dubbi sul fatto che il comandante delle Spade di Dio fosse ormai alle loro costole. 


Per essere un uomo i cui piani erano appena andati a catafascio, Blade era fin troppo calmo. Lui stesso era sorpreso di riuscire a contemplare quel contrattempo - no, quella catastrofe - con tanta freddezza, e sentiva che non sarebbe durata. Ma un'esplosione di rabbia sarebbe stata ben giustificata, perfino apprezzabile, date le circostanze. Il Gerarca gli era stato portato via sotto il naso, e anche se non stava rischiando la vita lui sospettava che dentro la testa di Zavahl ci fosse la mente di un esponente del Popolo dei Draghi... un individuo che avrebbe potuto riconoscere in lui un Maestro del Sapere, e riferire ad altri che lui era ancora vivo e si trovava lì. Questo gli avrebbe tolto la possibilità di continuare a usare Callisiora come base per conquistare il potere sulla Lega dei Maestri del Sapere, strappandolo dalle mani di Cergorn, quello sciocco incapace. 
Ma quel pomeriggio, prima che lui capisse cosa stava succedendo, ogni cosa era sfuggita al suo controllo. Dopo tutti quegli anni di pazienza e di determinazione, dopo tutti gli intrighi, i sacrifici e i progetti accurati. Tutto era andato a rotoli per colpa di quella femmina dal volto sfregiato e del suo drago di fuoco. Per non parlare dei due o tremila predatori alati provenienti dal nord, ricordò a se stesso. Quante probabilità potevano esserci che quegli esseri demoniaci scegliessero proprio quel giorno, così importante nei suoi piani, per sciamare all'attacco della città? E questo era reso ancora più amaro dalla consapevolezza che gli Ak'Zahar avevano potuto invadere Callisiora proprio perché lui aveva provveduto a indebolire le Muraglie di Confine. 
Ce n'era abbastanza per cominciare a credere davvero che Myrial fosse un Dio, dopotutto. 
Blade respinse quell'accesso di rabbia finché fu di nuovo calmo. La rabbia non l'avrebbe portato da nessuna parte. Ora doveva riflettere e cercare di calcolare cosa si poteva salvare da quel disastro. La strada che aveva intrapreso era bloccata, ma lui poteva ancora cercarne una nuova. L'esperienza gli aveva insegnato che c'era sempre più di un modo per arrivare al traguardo. 
Per i suoi subordinati era difficile vedere oltre i limiti della luce giallastra delle torce fumose, ma Blade era un Mago, nato nel Reame dei Maghi, e aveva l'acuta visione notturna tipica della sua razza. Prese la testa della colonna e la guidò avanti sulla pista. Gli uomini lo seguirono, fiduciosi. Un tempo lui era stato fiero del corpo di guerrieri disciplinati che aveva addestrato. Ora però erano diventati soltanto un mezzo per giungere a un fine. Era vitale che lui trovasse la Maestra del Sapere e il suo drago di fuoco, e impedisse loro di tornare a Gendival portandosi dietro il Gerarca. Dovevano usare la pista della montagna, di questo era certo, un percorso aspro che scorreva fra i burroni e le scarpate, dove nessuno poteva procedere velocemente. Se lui ce la metteva tutta, c'era ancora una possibilità di prenderli prima che valicassero il Passo del Serpente. 



Quando Kaz uscì in un tratto aperto fra le rocce, Veldan poté vedere la fila di torce che stavano risalendo velocemente dalla parte di Tiarond, e una morsa fredda le strinse lo stomaco. I cavalieri in avvicinamento erano a poche centinaia di metri da loro, più in basso, e una volta ancora la giovane donna ringraziò la notevole capacità visiva del drago di fuoco che gli consentiva di vedere nitidamente quelle figure anche nell'oscurità. Come Toulac aveva detto, le Spade di Dio erano guidate dal comandante in persona. Piantando i piedi artigliati fra i sassi Kaz deviò a destra, spazzando il terreno con la coda scagliosa. Mentre accelerava su per la pista, Veldan gli inviò un pensiero urgente: - Dobbiamo farli rallentare, in qualche modo. 
- Perché preoccuparsi, capo? Io posso tenere indietro quelle lumache senza sforzo. 
- Lo so, ma più in alto ci sono delle strettoie dove dovremo procedere al passo, e l'ultima volta che i loro balestrieri ti hanno preso di mira non mi sei sembrato un Dio nell'arte di evitare le frecce. 
- Potresti risparmiarti il sarcasmo... be', non ti do torto. Vedrò cosa posso fare. - Kaz si spostò a destra, dove la pista confinava con un pendio alberato. La sua grossa coda cominciò a sferzare i cespugli con violenza, e sulla pista rotolarono sassi, piante, e qualche alberello stroncato di netto. Il percorso era stretto e la sua percorribilità peggiorò alquanto. 
Qualche minuto dopo Veldan sentì le Spade di Dio imprecare contro quegli ostacoli. Si voltò e vide che avevano accorciato molto la distanza. I primi due o tre stavano già sollevando le balestre, e quando tirarono le loro frecce andarono a rimbalzare nel fango, una decina di metri alle spalle dei fuggiaschi ma fin troppo vicine per i gusti di Veldan. - Lascia perdere, e accelera - ordinò al drago di fuoco. 
Kaz smise di spazzare i cespugli con la coda e aumentò l'andatura, lasciandosi indietro in breve tempo le Spade di Dio finché la pista si restrinse e gli alberi si diradarono fra le rocce spoglie. Erano già a una certa altezza sulla montagna, e più avanti passarono sul bordo di un immenso precipizio. I soldati avevano perso qualche minuto a ripulire il percorso dagli ostacoli, ma ora stavano di nuovo salendo. E con sorpresa Veldan si accorse che Blade era molto più avanti degli altri. Benché non fosse armato di balestra, l'espressione della sua faccia non prometteva niente di buono alle due donne quando fosse riuscito a raggiungerle. 
- Vorrei non aver perduto il mio arco sotto quella slavina - borbottò Veldan. 
- Non importa... io ho un'idea migliore. Tenetevi forte, ragazze. - Kaz uscì di pista, mentre Veldan e Toulac si reggevano precariamente alle piastre del suo dorso. Si appoggiò con tutto il suo peso a un vecchio abete e cominciò a spingere. Le radici, minate dalle continue piogge di quegli ultimi mesi, persero la presa sul terreno con un rumore che suonò secco come quello di mille lenzuoli strappati. 
Il drago di fuoco s'affrettò a spostarsi al sicuro, mentre il grande albero precipitava dritto sulla pista. - Niente male, eh? - si vantò. E con un balzo che quasi scrollò via i tre esseri umani dalla sua groppa riprese a salire a tutta velocità. Fiduciosi che i loro inseguitori sarebbero stati ritardati per un bel pezzo, e con la mente già al resto della strada che li aspettava, né il drago di fuoco né i suoi passeggeri indugiarono a controllare il risultato dei loro sforzi. 


Consumato dalla bramosia di raggiungere le sue prede, Blade aveva lasciato indietro i suoi uomini e stava spronando al massimo il cavallo. Guardando avanti, vide che il drago di fuoco s'era fermato dietro un grosso abete, e intuì quel che stava per fare, ma era troppo tardi per arrestare il suo impeto. Strattonò le redini per deviare di lato, però il cavallo era così teso nello sforzo di galoppare avanti che resisté al dolore del morso che gli tormentava la bocca e proseguì ciecamente, dritto verso il disastro. 
L'albero precipitò con un gran fracasso. Il cavallo balzò sulla sinistra, evitando per un capello la cima del gigante caduto; una delle sue zampe trovò una buca e l'animale si rovesciò al suolo con un nitrito agonizzante. Blade fu scaraventato via di sella, urtò nel terreno sassoso e rotolò scalciando per scostarsi via dal cavallo, prima di restare schiacciato dal suo peso. Ma all'improvviso sotto di lui ci fu il vuoto. Disorientato dalla caduta, era finito proprio sull'orlo del precipizio. 
Per un orribile istante il corpo di Blade cadde nel buio; poi sbatté in un lastrone di roccia che lo fermò per qualche momento, e da lì scivolò giù per una scarpata sassosa. Nonostante il dolore del colpo, lo spavento gli diede la forza di aggrapparsi a tutto quel che poteva. La scarpata era molto ripida, e l'uomo continuò a scivolare giù fra il terriccio bagnato e i sassi per una dozzina di metri, prima che le sue dita trovassero una sporgenza rocciosa su cui fare presa. Dalla bocca gli uscì un mugolio bestiale. Aveva lividi e ammaccature dappertutto, e le spalle gli dolevano come se lo sforzo di tirarsi su gliele stesse slogando. 
Lottando per riprendere fiato, Blade puntellò i piedi contro la roccia e cercò di non perdere la presa delle dita, conficcate allo spasimo in una piccola cavità fangosa. Soltanto la forza di volontà lo teneva lì in quella posizione così precaria, ma sentiva che le sue energie erano al limite. Sapeva di avere pochi minuti al massimo prima di cedere... ma i suoi uomini erano finalmente riusciti a raggiungerlo, e sentì le loro voci, sulla cima della scarpata. Alzando lo sguardo con uno sforzo vide la luce delle loro torce sulla pista. Una dozzina di metri più in alto qualcuno stava dicendo: - Riesci a vedere dov'è andato a finire? 
- Dev'essere da queste parti, credo. 
- Le torce non illuminano questa scarpata... è tutto buio, laggiù. 
- Non vedo segno di lui. E tu? 
- Neppure io. Quel bastardo starà ancora rimbalzando giù da qualche parte. 
Ci furono delle risate rauche, poi una voce autoritaria disse: - Be', noialtri non possiamo farci niente. Venire qui sulla montagna in piena notte, con questo tempo da cani, è stata un'idea stupida. Ormai Blade deve aver raggiunto il Gerarca all'inferno, e per conto mio quei due stanno bene là. Andiamo, ragazzi, torniamo in città e mettiamoci a rapporto dal tenente Galveron. Avremo un sacco di problemi con quei diavoli alati, ma tutto sommato credo che a Tiarond potremo renderci utili più di quanto lo siamo qui. 
Gli uomini se ne stavano andando! Blade aveva sempre saputo che la truppa lo detestava, e che gli ubbidiva per paura, non per amore. Fino a quel momento non gliene era mai importato. Ma come potevano trascurare la possibilità che lui fosse ancora vivo? Aprì la bocca per gridare... e non riuscì a emettere alcun suono. Non gli era mai capitato di chiedere aiuto, fin da quando ancora si chiamava Amaurn, fin da quando la sua cara Aveole gli era stata strappata per sempre. E adesso non era capace di farlo, neppure per salvarsi la vita. Non era capace di umiliarsi, di rinunciare al suo orgoglio, di mostrarsi debole e disperato. 
Razza d'idiota. A cosa ti serve l'orgoglio, se finisci ammazzato? Attraverso l'abisso del passato la voce di Aveole lo raggiunse, e per un momento gli parve che la sua amata fosse lì con lui. Gli uomini se ne stavano andando. Questa era la sua ultima possibilità. 
- Aiuto! Sono qui, aiutatemi! - Era come se quelle parole uscissero a forza dalle profondità delle sue viscere. E mentre gridava disprezzò se stesso per la debolezza che lo costringeva a supplicare il soccorso altrui. 
Per un momento sopra di lui ci fu soltanto il silenzio, poi le voci si fecero udire ancora. 
- Era la voce di Blade? Tu hai sentito qualcosa? 
- Io non ho sentito niente, e neppure tu. 
- Lasciamolo perdere. Dannato bastardo. Staremo meglio senza di lui. 
- Hai ragione. Probabilmente era solo un uccello, o qualcos'altro. 
- E se era lui, gli converrà imparare a volare in fretta! 
Le voci si affievolirono, e lo scalpiccio dei cavalli s'allontanò lungo la pista. I soldati lo avevano abbandonato deliberatamente, sapendo che lui aveva bisogno di aiuto, sapendo che sarebbe morto se qualcuno non lo avesse soccorso. Consumato dalla rabbia per il loro tradimento, Blade cercò di aggrapparsi meglio, ma all'improvviso le sue dita persero la presa... 
Il terrore lo accecò, mentre scivolava in basso e sempre più in basso, spellandosi le dita sulla roccia nella frenetica ricerca di un altro appiglio. A un tratto quel lungo spaventoso scivolone fu interrotto dall'urto squassante su una superficie orizzontale. Le sue gambe si piegarono, e si trovò accasciato su un cornicione roccioso, appena abbastanza largo per ospitare il suo corpo. Per la reazione si abbandonò con la faccia al suolo, ansando con forza, scosso da tremiti e indebolito dalla tensione nervosa. Poi chiuse la bocca, accorgendosi che i suoi rantoli si stavano pericolosamente trasformando in una risata isterica, singhiozzante. Da quando aveva perduto Aveole, non aveva mai permesso ai suoi sentimenti di sfogarsi. Le emozioni generavano soltanto confusione, errori, e altra sofferenza, e lui non aveva nessuna intenzione di rendersi ancora vulnerabile. Non più. 
Dapprima, accorgersi che dopotutto era ancora vivo rese Blade incredulo, poi euforico. Ce l'aveva fatta! Per la seconda volta in vita sua aveva visto la morte in faccia, ed era scampato. Ma appena si rese conto della situazione in cui si trovava, quell'euforia svanì. Era bloccato a metà di una parete rocciosa senza cibo né acqua, pieno di dolori come se avesse le ossa rotte. Anche se fosse riuscito ad arrampicarsi su fino alla pista, si trovava a molte leghe da Tiarond ed era appiedato. Peggio ancora, aveva perduto il controllo della città, dopo tutti quegli anni, e i suoi piani erano allo sfascio. 
Be', in passato s'era trovato in situazioni peggiori di quella, e le aveva superate. Se lui fosse stato il tipo d'uomo che si scoraggia facilmente, avrebbe rinunciato da tempo. Cosa importava se i suoi uomini lo avevano abbandonato? Gliel'avrebbero pagata, prima o poi. Lui non dimenticava mai i torti subiti. Nel frattempo avrebbe fatto a meno di loro. 
Con uno sforzo, si tirò in piedi su quel precario appoggio. Lui era stato un Maestro del Sapere, poi un rinnegato, poi il comandante delle Spade di Dio di Tiarond... cosa sarebbe diventato in futuro? Soltanto il tempo poteva dirlo. A denti stretti, Blade cercò qualche appiglio nella parete scoscesa e cominciò ad arrampicarsi.